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Consolazione a...

Coseano (Udine), 22 Ottobre 2005

Triste. Mi scrivi: sono triste.
Non devi. L'invidia degli dèi:
questo l'abbaglio. Non devi
perché io ti ricordo sulle rocce
scure di Abazia, all'inizio
del viaggio. Le onde si increspavano
voltandosi a guardarti
nel loro innocente andirivieni.
Ti infastidiva, al pranzo in terrazza,
la corte un po' aggressiva di un maturo
corteggiatore, `Mi ha preso per
le braccia, el me ga' tirà par i brassi
come el se ga' permesso' deprecavi
stupita, senza accorgerti che l'aria
– visibilmente, per me – tremava
al tuo entrare nella hall dell'albergo.
Diverse le parole di lode a me
destinate: più alta, contegnosa
– per timidezza – l'estimatore
mi vedeva, no, non docente
non professoressa o poetessa – tutte
quelle esse! – ma padrona
di una qualche gran casa veneziana.
Imperante padrona. Ti ricordo
ai laghi di Plìtvice, sorpresa
dall'effetto scultoreo di ogni foglia
o ramo o tronco caduti in quell'acqua
calcarea, alleata di Canova, capace
di naturale miracolo classico.

La lunga corsa nel bosco. Eri sempre
tu la guidatrice: sperdute in quella
selva, cercando la via per Lubiana:
Sava, la Sava era il riferimento
e in collina un castello medievale.
La sosta imprevista per la notte
imposta da buio e stanchezza
nell'umile casa ospitale. Il giorno
dopo ci attendeva Fiume: Rijeka
dal teatro romano. Due ragazze
in cerca di avventura, di scenari
diversi, di bellezza nuova. Rupi
scoscese, ravine a perpendicolo
a lato delle strade lungo il mare,
carcasse d'auto fracassate
esibite, dimenticate, fra costa e onda
avvertimenti lungo la scogliera.

In vista di Zara da un traballante
tavolo a tre gambe, gustando
il Maraschino del liquorificio
di fronte, suscitavi l'interesse
di due turisti americani alle tue
spalle: come sa tante cose questa
donna, di Jader colonia romana,
e porto bizantino di Venezia
rivale, poi fatto proprio dalla
Serenissima fino al decreto
di Napoleone in favore dell'Austria...
'She must be a teacher' rifletté il più anziano.
'But she's good-looking' disse il giovanotto.
Meditavo sul `ma' che sminuiva
me stessa a me medesima, costretta
a prudente silenzio con l'amica
ignara della lingua dei pettegoli.

Dal palazzo di Diocleziano a Spalato
(ancora colossali le mura, armoniosa
la piazza del passeggio adolescente)
fu un salto inaudito di storia, di storie
la non fugace visita di Mostar
dal ponte a schiena d'asino
sulla Neretva e i bagni separati
per le donne velate di nero
nell'albergo dotato di moderne
comodità per ogni altro verso.
Ricco l'interno di fumeria d'oppio
(intravisti divani, narghilé, dalla strada)
fama di trafficante del muezzìn
sguardo predone, barba da sceicco,
voce sonora echeggiante al tramonto
dal minareto svettante su cupole
di chiese cattolica e ortodossa
dove intatte splendevano le icone.

Tua la figura orlata di luce
solare nel meriggio sul battello
vuoto che traghettava a Kòrciula:
uniche clienti del bar di bordo,
curiose della casa di Marco Polo
dalle piccole stanze preziose
di antichi mobili esigui. Tuffarsi
qui e là dove una spiaggia si offriva.
A volte corteggiate dalla guida
di un palazzo superstite, o custode
di convento deserto per decreto
della pregressa rivoluzione.
Mi scrivi: sono triste. E non devi.
Sei di quelli a cui gli dèi
hanno invidiato gli occhi – dal sulfureo
azzurro orlato di nero drammatico –
per ciò che gli occhi hanno veduto
e ciò che la mente ha elaborato
e ciò che la mano ha creato:
questo l'abbaglio, la trappola. Non devi.

Verso Cettigne non ci intimoriva,
vertiginosa sul mare, la strada
dell' impervia costa montenegrina.
Modesta reggia la villa di future regine.
A noi toccò Elena `la capraia', occhi
dolci nerissimi e imperiale statura.
Finale scoperta a Santo Stefano
alle Bocche di Cattaro: case
un tempo di pescatori, ad arte
fatte grappoli di lussuosi alloggi
aggrappati agli scogli per raffinati
capitalisti di nuova estrazione.
Fotografavi, filmavi, assorbivi.
Catturavi, tesoro inconscio, ciò
che gli dèi a ben pochi permettono:
materia seminale di ulteriore creazione.
Mi scrivi: sono triste. Ma non devi.

Ugualmente, mia amica, nella Valle
dei Templi – altro viaggio, altra storia, altri
incontri – o sulla piana di Canne
nel vento avverso a Terenzio Varrone,
attimi dalla vittoria di Annibale
erano trascorsi quando entrammo in
quel vento, su quell'erba disseccata
aspra nel sole. Esperienza proibita
a creature mortali. Andavamo
verso Castel del Monte, forse centro
di raccolta per festose caccie, o
struttura di esoterica valenza
per il gran re Federico. Andavamo
passando per Potenza, ancora al tempo
città di grattacieli e donne
dai fazzoletti scuri annodati
sotto il mento. `fatece fa', signure,
quanto site belle, fatece fa'
chiedevano imberbi ragazzetti.
Noi le straniere, selvaggina di passo:
occasioni da cogliere, messe
nel mazzo. Ma noi cercavamo
Alberobello dai sapienti trulli
freschissimi dentro candide mura.
Cercavamo la spiaggia di Trani
con la sua cattedrale in riva al mare,
il lungo viale di palme perfette
a Bari, e San Nicola in mezzo a vicoli
di mala fama. Alle Isole Tremiti
in assenza di prete da terraferma,
tempo o stagione non permettendo,
ancora riuniva i devoti in preghiera
nella chiesa del posto una matriarca.
Qualche giovane polipo inesperto
si avvinghiava a caviglie di bagnanti,
gente per lui aliena, forse da amare,
forse disponibile al gioco.

Abbiamo visto, amica, vasti spazi
e tutto era godibile ed intatto
o pareva, nella breve era
fra una guerra e Io scontro
che ora ci attanaglia: abbiamo
sperimentato lungo tratto
di percorso insieme, vivevano
persone fatti situazioni evocati
con ben maggiore intensità
nelle confidenze scambiate,
nel mutuo aiuto promesso,
e ancora suona il verso di Epicuro
per cui felicità è amicizia.
Noi certamente l'abbiamo vissuta.
Mi scrivi: sono triste. Ma non devi.

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