Servizi
Contatti

Eventi


Occhiodiamante di Marilla Battilana
note su un poema postmoderno

Domenico Turco

Marilla Battilana, nota scrittrice e critico letterario di gran vaglia, è una delle voci più innovative della poesia italiana proprio in virtù della sua formazione internazionale, e del conseguente distacco dalla nostra tradizione, non già della traditio umanistica, luogo di formazione di una determinata sensibilità spirituale, ma la tradizione come forma mentis neo-classica e passatista, atteggiamento antistorico che ha avuto una certa fortuna in poesia e negli studi critici, almeno fino alla dissoluzione dell'egemonia del Croce. Completamente immune dagli stilemi aulici di tanta poesia anche contemporanea, la poetessa di Selvazzano sembra tentare un nuovo inizio per il linguaggio poetico e le sue richieste, e il frutto di questo tentativo è un'opera per certi versi straordinaria, nel senso etimologico di extra-ordo, come un quid che trascende l'ordine, o gli ordini – nel linguaggio dell'arte, le costanti dello stile architettonico – tradizionali.

Soccorsa da un armamentario intellettuale veramente ingente, la scrittrice è una virtuosa della parola, e, attraverso una pratica artigiana del verso e delle sue possibilità incisive ed icastiche, ne esplora l'originaria polisemia forzandone l'uso sino a fornire coordinate postmoderne ad un genere letterario un tempo centrale, ma quasi caduto in oblio ai nostri giorni – si tratta del genere epico.

Il poema Occhio-di-amante, edito da Campanotto nel 1989, è infatti un esempio assoluto di genere epico (e già il neologismo è indice di doppiezza visiva, semantica, affettiva), pur collocandosi su un piano eterodosso rispetto alla tradizione antica e alla temperie moderna, come modalità eclettica di narrazione postmoderna, intreccio di spunti biografici e motivi drammatici (in senso teatrale). Nell'opera, Battilana ricorre ad una galleria di personae, cioè "maschere", quasi a coniare una mitografia che celebra o decanta l'attualità in una nuance soggettiva–oggettiva, a un tempo elogio dell'istante e corrosiva critica delle sue contraddizioni.

Occhio-di-amante offre un exemplum unico di scrittura poetica globale, che si puo sintetizzare con la formula "epos del quotidiano"; questo particolare tipo di narrazione lirica dilata gli spazi del privato, mediante un irradiamento nel mito di occasioni della sfera personale. L'operazione tiene conto del mithic method teorizzato e messo in pratica nel Modernismo inglese, benchè l'autrice di Occhiodiamante se ne allontani per motivi inerenti al suo sperimentalismo. Infatti, la mitografia di Battilana si avvale di ben altri punti di riferimento, mostrando sempre un rigetto clinico delle iconografie correnti nel Modernismo inglese, che talora manipolava, ostendandoli con erudito divertimento, i tròpoi mitici della poesia antica.

Per Battilana non è possibile ricondursi alla rete archetipica del mito come retaggio di un "paradiso perduto", ma, riportando il mito dal cielo alla terra, è tempo di elevare i personaggi della comune empiria in un empireo mondanizzato, che tende ad ipostatizzare le identità dei vari personaggi, proprio nelle forme e nei modi dell'epica classicamente intesa, sebbene in un contesto del tutto secolarizzato. Da qui deriva l'importanza accordata al gusto di narrare, caratteristica in genere assente nella poesia moderna, ma peculiare di alcune esperienze di avanguardia.

La scrittura di Occhiodiamante fluisce eclettica e dinamica al punto che non consente al lettore di individuare un solo stile, e in sede critica siamo costretti a riconoscere più stili, o moduli d'espressione, confacenti a differenti stati d'animo, con soluzioni narrative che sconfinano nel dramma, ed è una novità di rilievo, se è vero che gli esiti teatrali di tanta poesia novecentesca hanno finora trovato scarso seguito in Italia.

A questo punto, sembra quasi naturale fare il nome di un autore che esibisce fisionomia epica, o, meglio, epico-drammatica, e che ha influito moltissimo sulla poesia e persino sulla critica letteraria del Novecento: T. S. Eliot. È a questo livello che si può citare l'opera eliotiana più vicina ad Occhiodiamante, sia per spirito che per caratteristiche intrinseche: Il canto d'amore di J.Alfred Prufrock (1917). Si tratta di un'opera rivoluzionaria, che folgora il lettore con una serie di immagini-simbolo tutt'altro che convenzionali, a partire dalla metafora del paziente eterizzato sul tavolo operatorio, metafora di un'umanità statica, paralizzata dal conformismo, incapace di far fronte all'alienazione che la snatura e la vincola alla "trappola" dell'esistenza inautentica. Prufrock è un antieroe, un borghese che fa sfoggio della propria viltà ed ignavia, e in questa veste vede il mondo da un'angolazione poliedrica, rifiutando la consecutio della logica comune e le sue chiavi di lettura troppo organizzate (gerarchizzate).

Queste modalità narratologiche presenti nel Canto d'amore di J.Alfred Prufrock richiamano sì l'opera di T.S.Eliot in generale, ma nello stesso tempo concorrono ad individuare due fonti molto presenti in Occhiodiamante, e cioè Ezra Pound e Laurence Sterne. L'autore de La vita e le opinioni di Tristram Shandy fornisce a Marilla non già un modello di poesia "satirica", come ha rilevato parte della critica, bensì l'archetipo operativo di una narratività disorganica, eclettica e tendente al flusso di coscienza. Inoltre, è un modello importante dal punto di vista "archeologico", come deus ex machina, settecentesco, di raffinate tecniche sviluppatesi nel Novecento, soprattutto grazie a Joyce, molto presente in Occhiodiamante, dove ricorre esplicitamente forse l'opera più onirica (visionaria) di Joyce: La veglia di Finnegan.

Dopo l'Avvio, che è una sorta di protasi post-moderna, e quindi senza più punti di riferimento mitografici, il poema entra nel vivo con la formula "In principio erat Sterne", che fa da exergo polemico alla prima sezione, "Estetica", di Occhiodiamante.Il fatto che Occhiodiamante si apra con l'Estetica non è casuale, qualora si intenda l'Estetica come filosofia del Bello, riproponendo per questo tramite la polemica di Pound sul tentativo (esplicito) di recuperare il "sublime" in the old sense [Cfr. Hugh Selwyn Mauberley, "EP.Ode pour I'Election de son sepulcre", v.4] . La sezione "Estetica" si svolge sul piano di una poematica trasgressiva e trasgredente cristallizzate forme d'espressione, tuttavia non va letta in riferimento polemico alla sezione finale, Metafisica, degno coronamento, di carattere lirico–filosofico, di Occhiodiamante.

Il bello è una manifestazione del vero, ma certamente l'Estetica è il punto di partenza, per i poeti, che la sperimentano prima di rivolgersi ad altri modelli di teoresi. Ciò non significa che Marilla Battilana intenda sbarazzarsi del vero metafisico per ragioni di mera parodia, quasi a rilevare lo iato esprimentesi tra il "vedere" e il "tentare". Vedere e tentare, bello e vero, Estetica e Metafisica sintetizzano non già due momenti del poema, il punto d'arrivo e l'episodio conclusivo, ma la fonte stessa del suo poièin.

Il collegamento con l'Estetica è ambiguo. Da un lato l'autrice espone il suo credo poetico, fondato sul riconoscimento dell'inutilità della poesia rispetto all'utile della sfera economica e sociale, dall'altro concede momenti di distensione epico-lirica, il tutto contrassegnato da una nuance brillante, che informa di sé l'intera opera. Come si è visto, la prima sezione si precisa nel segno di Laurence Sterne, un modernista ante litteram, ma come corifeo e pater spiritualis Battilana elegge Ezra Pound ("Il marito di Olga"), il quale nei Cantos aveva già tentato di forgiare nuove odissee.

Nell'economia dell'opera Ezra Pound rappresenta la forza della sintesi, e la sintesi è l'abilità nel cogliere gli elementi essenziali di una realtà e delle sue leggi. Da qui Battilana prende spunto per imbastire un discorso che può condurre anni-luce dal miglior-fabbro Pound, in quanto la poetessa è molto meno influenzata da una prospettiva fortemente utopica ed escatologica, e il suo ruolo di io lirico è alquanto defilato –a nche se la vis polemica tende ad emergere, benché illeggiadrita dalla consueta, garbata ironia. "Occhiodiamante" rifiuta le personae del mondo antico per coniare nuovi eroi, fantasmi reali o virtuali, che vengono comunque trattati con la stessa "confidenzialità", quasi a testimoniare un processo di ipostatizzazione, che regge il confronto con le "operazioni" svolte in iliadi e furiosi da illustri modelli. Svolgere le fila di questa babele mitologica è impresa ardua, appena facilitata da una struttura poematica coerente, articolata in "sei parti con un avvio". Tralasciando l'Avvio e Estetica, il seguito del presente lavoro sarà dedicato alle cinque sezioni rimaste. L'incipit della seconda parte, Etica, è un po' surreale: "ho visto una gatta | avere problemi etici".

Da qui muove una disquisizione, ironica ma non triviale, sul senso dell'ethos animale ed umano, accomunati dalle stesse origini e mossi dagli stessi fini. Esiste un fondo irrazionale nella coscienza umana, dotata di giudizio e tuttavia incapace di dominare le pulsioni più distruttive (segrete). L'uomo, l'unica creatura che ha cognizione del bene, del male e delle complesse dinamiche che li governano, sembra aver "trasferito" questa forma di conoscenza alla macchina: Qualche volta | anche il telefono pubblico | rifiuta il gettone. Si va | verso il libero arbitrio della macchina.

A fine sezione il tono generale si fa più cupo e risentito, con accenti più satirici che lirici, ma è satira nel senso della denuncia, civile denuncia, di tutto ciò che minaccia la sua natura autentica. L'orrore quotidiano diviene materia di poesia, in una nuance tutt'altro che idilliaca. In questa parte conclusiva Battilana adopera la figura retorica dell'enumerazione caotica, come la definisce Borges nel suo capolavoro poetico La cifra (1981), riconoscendo in Platone, Bacone e Whitman i suoi interpreti migliori.

Come già per il Pound di Hugh Selwyn Mauberley, la corrosiva rivolta contro il moderno va intesa come rivolta contro l'ottusità dei tempi moderni, che sembra proibire al Bello le sue possibilità catartiche. La critica ai "cinema in prosa", alle "pianole", alla "stampa" e al "parlamentarismo" (presente nel riferimento a Pisistrato, simbolo del despota illuminato in luogo dei politici in voga, definiti sprezzantemente eunuchi e manigoldi) è in fondo critica alla mediocrità, che non è più l'aurea mediocritas di Orazio o la cultura dell'uomo-massa, a un modo di vedere le cose in piccolo e in prospettiva micro-borghese. Parola d'ordine diventa l'istinto di morte (thànatos), esprimibile pure con la formula "cupio dissolvi".

A chiosa di quanto detto, Battilana si chiede "morente la nostra civiltà?". Anche in questo va notata qualche consonanza col pensiero psicanalitico, e in particolare con i temi di due opere di Sigmund Freud, che affrontano problemi filosofici: "Totem e tabù" e "Il disagio della civiltà". Se la diagnosi di Occhiodiamante è simile a quella freudiana, un mondo sull'orlo del baratro perché irretito dalla "mistificazione" (chi inganna prospera, ben | predisposta la vetrina degli inganni), la soluzione non può non essere diversa.

Mentre Freud rinuncia alle verità ultime, chiudendosi in un "ascetismo della ragione" pessimisticamente volto al contingentismo, Battilana sigla la sua originalissima "Etica" con un riferimento "mistico", benchè decontestualizzato e reso neutro dal tono scanzonato del dettato lirico: ...si passi | la pratica in carta legale | alla attenta considerazione | del comitato direttivo | interministeriale divisione terza | ufficio quinto. Amen.

Fenomenologia presenta fisionomia più scopertamente lirica, anche se il punto di partenza è sempre di carattere gnomico (saggiamente non spiega | non dispiega a noi profani | non chiarisce non sa non | può non vuole). I fenomeni, il mondo fenomenico stesso è un mistero per noi, e questa refrattarietà al pensiero si esemplifica con una serie di negazioni; i contenuti della sezione sono di tipo autobiografico, e la tensione moralistica cede il passo ad una più compiuta vena elegiaca. Il ricorso quasi intensivo al "tu", nonché la presenza capillare di correlativi oggettivi fa vibrare il dettato di sensibilità nuove, non più ispirate dal presente mondanizzato. Lirica della memoria, quindi, e come tale "Fenomenologia" risente di un'impronta montaliana, relativa al Montale più europeo, quello delle Occasioni, nel momento in cui sintetizza emozione ed intellezione, oltre all'attenzione per il tema del recupero mnestico del tempo perduto.

La risonanza vagamente proustiana di questi leit-motiv serve ad inquadrare l'aspetto veramente post-moderno di Occhiodiamante in genere e di "Fenomenologia" in particolare. In "Cosmologia" l'argomento astrale del titolo assume valenza metaforica, e si estende invero ad una realtà tutta terrena e per niente aerea (cosmica). La nostra esistenzialità si sperimenta in senso geometrico, è una spirale di equidistanze che muovono a un centro ideale senza convergervi mai. Il relativismo che si ricava da questa specialissima Weltanschauung sarebbe radicale, radicalmente distruttivo, se non intervenisse una coscienza "alta" ad intuire possibili svolte, di carattere "teleologico" o "metafisico".

Di certo non è un caso che le ultime due sezioni siano dedicate al "soprasensibile", con una tensione onirica che plasma ex novo i ricordi di una vita. "Teleologia" è di gran lunga la sezione più riuscita di Occhiodiamante, soprattutto perché in essa Battilana radicalizza la "poetica delle immagini", già presente nel resto del poema, ma che qui viene esaltata da una compostezza "classica", nel senso in cui lo stesso T.S. Eliot amava dirsi classico in letteratura, senza volersi definire in alcun modo emulo o plagiario dei classici, della poesia classica. È un classicismo evidente nella tensione plastica delle immagini; classico è pure il tentativo di rimuovere le scorie intimiste, il tendere ad un "grado zero della scrittura", per usare termini cari al filosofo Roland Barthes.

Inoltre, classica è l'estrema nitidezza dei tratti, l'indubbio "gusto" pittorico nella descrizione dei particolari. Il realismo, nota dominante di questa sezione a carattere lirico, non è mai fine a sé stesso, ed ogni singola "scena" – in accezione cinematografica – ha il suo corrispettivo sul piano psicologico, rispecchia uno stato d'animo, è uno stato d'animo o un sentimento. "Teleologia" assume tonalità epica sin dall'incipit, calco allusivo di certi memorabili "attacchi" omerici: "Si distaccarono, scesero | dai muri per me alte figure | bizantine.Occhi  azzurrate, | glaucopidi avrebbe asserito il cieco | leggendario che creava leggende | e dichiarava colore di amaranto | l'oceano".

Che il punto di partenza sia omerico è suggerito dal testo stesso, anche se i versi successi serbano memoria poetica di un'opera eccezionale, Gerontion, di T. S. Eliot. Come il personaggio-Omero di Battilana, Gerontion è un vecchio cieco, che vive in un contesto a-temporale dopo aver attraversato tutte le epoche della storia. Lapalissiano l'anacronismo della parte che stiamo analizzando, cercato e voluto da Marilla per rappresentare l'immortalità (e l'attualità) di Omero, "Sporco di petrolio | a Bakù, ridente sulle coste di Crimea", e ancor più pregnante l'analogia con l'opera eliotiana "butterato a Bruxelles, incerottato e scorticato a Londra [Gerontion, 1920, v.11]".

Il discorso è propedeutico alla presentazione di un altro personaggio, "lo sposo coronato di pampini", Yuri, figura reale, appartenente al passato della poetessa, e di cui la stessa abbozza una sorta di albero genealogico che parte da molto lontano. L'andamento del dialogo tra Marilla e Yuri è lievemente ironico, tuttavia, mantiene una precisa fisionomia lirica che si esalta nella parte finale.

Vero protagonista nel finale è il vento, presenza amica, nonostante sia causa di disturbo, e metafora dell'Invisibile. L'affiato lirico suggestiona potentemente, e a tratti si ha l'impressione che l'autrice stenti a contenere le proprie emozioni, sofferte emozioni, per un evento tragico e ineluttabile come la morte, come testimoniano questi versi: Fu allora che apparvero sirio | e vega, sorgendo per miracolo | dalle ceneri di mia madre | sopra il vento di Belfast. E ancora: A novembre, a gennaio | lo si avverte venire di lontano | con fruscio di sempreverdi | di rami spogli, turbine di rimescolata | ghiaia che si fa rombo... Le immagini descrivono uno scenario "ventoso", dinamico e sconvolto. La musicalità dei versi, in prevalenza ottonari e settenari (fanno eccezione alcuni ipermetri), è accentuata da enjambements che movimentano il dettato con un effetto di suspence molto intrigante.

Teleologia contiene diversi spunti "mistici", sia in direzione della "mistica del quotidiano" che di quella propriamente detta. Ad esempio, il vento è un simbolo di carattere spirituale in molte culture, la sua attività è incontrollabile, invisibile, come la divinità. Indicativi i riferimenti ad una terra leggendaria come l'India, casa comune della spiritualità autentica, e così rappresentata in una celebre lirica di Walt Whitman, Passaggio in India.

Ispirata da un sincero sensus religiosus, anche se contraria ad una religiosità convenzionale (ortodossa), Battilana conclude il suo Occhiodiamante con un titolo di chiara impronta misticheggiante, "Metafisica". Il clima della sezione è chiaramente spiritualistico, in un senso non dogmatico e aperto al dubbio, se è vero che accanto a Cristo (Per noi gentili di razze | pallide un dio doveva morire) convivono i nomi dei "miscredenti" Feuerbach e Freud, il primo come portavoce dell'ateismo in quanto possibilità alternativa alla fede, sia pure di una fede filosofica alla Jaspers, il secondo come guida all'ermeneutica del sospetto estensibile a tutto e a tutti.

L'itinerario della sezione è piuttosto complesso; si va da un proemio iniziale, ispirato all'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters [Cfr Occhiodiamante, p. 71], e si prosegue con una dissertazione che esplora l'abisso dell'esistenza umana, con una rattenuta pietà per le sue sorti. La soluzione al mistero della vita non è qui, nel nostro concreto hic et nunc, è altrove, in un orizzonte metafisico (non teologico). Diversamente dai teologi, la poetessa di Selvazzano non sigla la sua Metafisica con una o più prove dell'esistenza di Dio, ma con l'eco straniante di una formula fideistica d'impronta prettamente femminile: Ave Maria...

Il giudizio complessivo su Occhiodiamante è altamente positivo, e il fatto che l'opera sia di difficile collocazione nel quadro dei generi letterari praticati in poesia ne dimostra l'importanza. Riconoscere la bellezza di un lavoro poetico lontano dall'epoca in cui questa è uscita dà al critico un vantaggio, quello di avere un distacco maggiore dalla materia trattata. In poesia, dove non mancano i giudizi affrettati, un arco di tempo piuttosto lungo (undici anni) offre la possibilità di stemperare facili entusiasmi.

Occhiodiamante, come e in quanto poema postmoderno, cattura il lettore comune e l'esperto, colpiti da uno stile che non è uno stile, nel senso dell'uniformità e del livellamento, ma una stupefacente mèlange di registri molto differenti e tuttavia coerenti nell'incoerenza, una falsa incoerenza che nasconde un punto di vista soggettivo, nettamente caratterizzato.

La "salacità leggera" di cui parla Mario Luzi nella lettera-prefazione che impreziosisce il testo, è un modus essendi che si lega benissimo alla tonalità elegiaca di altre parti, di natura più lirica che satirica, dando al lettore una sensazione ibridata di umori dolci ed amari che si alternano nel corpus dell'opera e che la rendono unica nel suo genere, che non è un genere proprio, in realtà, ma una sintesi, una combinazione chimica di satira, lirica monodica e poesia drammatica.

La stupenda fusione di registri in qualche modo contrastanti può trovare un filo conduttore nell'epos, nel genere epico, come si è scritto nell'introduzione del presente lavoro, che vuoi essere un contributo (spero non irrilevante) alla collocazione nel nostro Parnaso di Occhiodiamante, piccolo-grande gioiello della poesia postmoderna (ovviamente l'aggettivo piccolo riguarda solo le dimensioni, e non le qualità, importanti, del testo!).

autore
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza