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Alcune poesie da:
Nello spazio della mente

Nello spazio della mente

Frantumate essenze
Bruciati tronchi
E cenere che ondeggia
Sulle morte acque del tempo
Per vento di memoria.
I fiumi della mia infanzia
Alli e Corace
E tra questi una fuga
Di colli verso il mare
Con larghe vallate
E piccole fiumare
- La mia Mesopotamia -
ritornano nei luoghi della mente.

Gobbe di monti a Settentrione,
Selvagge per castagni e faggi,
Battute dal vento di Scirocco
Dal Grecale leggero
O dal Ponentino pungente
Si affollano nei vuoti della mente
E anfore ricolme di colori
E calda luce e vesti trasparenti
Dolci profumi e voci in lontananza
Svaniti visi e il suono del tuo passo
Che lento scende la fossa del tempo.
E quando secca la tramontana avvalla
Dai mitici sentieri di freddi cieli
Carica di nevischio e fuochi accesi
Agli addiacci silenziosi
Nelle giornate rotte
Dalle dure parole dei passati
Si sente l’orma di coloni antichi.

L’agrimensore

Attraversi torrenti
Sali colline e arranchi nella valle
Con la corda di nodi sulle spalle:
Unità di misura.
Ma il tuo passo è già una misura
E cammini per terre illimitati
Segni confini, dividi i campi
In angoli e quadrati.
Sul tuo bastone segni le giornate
Come tuo padre segnava i capi
Di pecore e giovenche.
Il mulo ti sta dietro
Bruca paziente l’erba dei sentieri
Quando con gli occhi chiari della mente
Guardi gli spazi dell’ora che declina
Nella densa caligine del tempo.

Nuvole nere dopo un giorno chiaro
Coprono il cielo e il mare
Ansima, si increspa, si fa cupo
Poi solleva schiene
Ricurve di tori in lotta aperta.
Il vento sulle case apre dirupi
Sbatte mantelli scuri alle finestre
Strappa gemiti di paura alla ginestra
Urla alle cime dei pioppi e della quercia.

Non conosci sosta, né possiedi il passo
Che superi le soglie del pensiero
O stimi la consistenza della vita
E con la corda di nodi sulle spalle
Vai per declivi, porti negli occhi
Il verde degli ulivi
Ti perdi nel silenzio della valle.

Il mietitore

Da dove viene quel canto?
Da quali gorghi del tempo
E della mente sale quel suono?
Lentamente cade l’onda del grano
Lentamente il toro affonda corna
Dorate sulla pancia dell’estate
E il giorno piega la fronte
Sulle dure ginocchia del meriggio.

Vibrante elitre, un frinire costante
di cicale: divini
sistri sulle dita del silenzio
e le fanciulle danzano
sulle dischiuse porte dell’amore
tendono labbra
alla sacra sorgente della vita:
Vergini offerte al dardo acuminato
al fuoco inestinguibile del Dio.

Vipere e bisce nel muro diroccato
Nella bava dell’afa le giovenche
Puledri inquieti nel fiume disseccato
Nell’aria densa palpito incapace
Un pesante planare di rapace
E un respirare panico che avvolge
La deserta pianura sino al mare.

Dove scende la voce?
Dove s’invetta?
Nascosti sono i volti cari al cuore,
Persi in sussurro strozzato di memoria
Il sorriso perlato della brina
Il bianco grido dei mandorli in fiore.

Il suono arso in vortice che muore
Tremolante sfiora i melograno:
Gocce di sangue nello sguardo avaro
E la lepre si arresta nello scatto
Fulminata nel petto da uno sparo.

Se fra le foglie del moro l’Elegia
Tenta un vago messaggio di allegria
L’occhio grigio del cardo la confonde
E il noioso ronzio del calabrone.

Infiammata luminosità in riverbero,
Sulle quinte dell’ora breve
La negata sosta del sole
E le cadute promesse d’abbondanza,
L’aria porta foglie
Di lontananza e assenze.

Ombra di abbattute presenze
Ricurva forma ai limiti del tempo
Il mietitore è un nume
Che falcia e annoda
I silenzi e le voci della sera
E li sospinge nell’antro della notte.

Perduta la memoria
Del solco e della vita,
Abbandonate le radici
Si recide la pianta
Per tornare al seme
Alle vene dell’acqua e della luce.


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Giovanni Chiellino
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