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Note critiche a
Dante e Gioacchino da Fiore (1997)

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“Abate Gioacchino”, Cosenza, mar-giu. 2004

“Rivisitazione critica della vita, delle opere, della dottrina gioachimita: la monografia ne riporta gli influssi, oltre che su Dante Alighieri anche su altri “rivoluzionari”, quali Giuseppe Mazzini, Vincenzo Gioberti, Ugo Foscolo. Fa da corollario al testo una corposa documentazione atta a dimostrare la fedeltà e l’ubbidienza incondizionata dell’abate florense ai dettami della Chiesa. La legenda agiografica con numerosi miracoli a lui attribuiti ripropone la sua Canonizzazione.”


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“Medioevo latino”, Firenze, 2001

“Sono evidenziati gli stretti rapporti tra la concezione trinitaria di Dante e Gioacchino da Fiore.”


Eugenio Dal Cin
“Il corriere di Roma”, Roma, 15.XII.2001

“[...] Carmelo Ciccia si dedica all’abate calabrese da una quarantina d’anni,durante i quali ha tenuto al riguardo numerose conferenze in Italia e all’estero, ed è stato il primo studioso nella seconda metà del Novecento a proporre per lui non solo la canonizzazione, ma anche il titolo di ‘Dottore della Chiesa’”. [...]


Eugenio Fizzotti
“Orientamenti pedagogici”, Roma, nov.-dic. 2000

“Ben noto agli studenti italiani per l’inserimento dei suoi testi in varie antologie scolastiche, Carmelo Ciccia ha ottenuto meritatamente numerosi riconoscimenti sia in Italia che all’estero [...] Volume opera un’interessante rivisitazione della vita, delle opere e della dottrina di Gioacchino da Fiore e [...] passa ad analizzare gli stretti rapporti tra il pensiero di Gioacchino e il magistero ecclesiastico, ricordando anche alcuni dei miracoli che gli vengono attribuiti.”


Mario Marti
“Giornale storico della letteratura italiana”, Torino, 116, CLXXVI (1999), 573

“La posizione del Ciccia è troppo compromessa per ispirare sicuro affidamento di rigore: egli si augura [...] che possa essere emanato addirittura ‘un provvedimento pontificio di beatificazione ufficiale, anche in considerazione dei numerosi miracoli attribuiti a questo beato’ (p. 41). Ed è anche unilaterale nell’analisi del rapporto non tanto fra Dante e Gioacchino, quanto tra il poema e il Liber [...] E tuttavia l’elegante libretto (carta patinata, limpide riproduzioni a colori, ecc.) va segnalato proprio come documento di una persistente linea ermeneutica di carattere agiografico, che si riflette sul, per altro, innegabile, ma per ben diverse motivazioni, gioachimismo dantesco, non certo tecnico, ma vagamente ideologico (‘di spirito profetico dotato’, Pd. XII, 141).


Horatius Antonius Bologna
“Latinitas”, Città del Vaticano, dic. 1998

“Volumen illud, de quo sum aequo animo acturus, compluribus de causis dignum est qui legatur et in bibliothecis potissimum obtineat locum. Praeter Auctori ingenium et investigationis curam, sanctum monachum et incredibilem eius doctrinam iis omnibus, qui librum legunt et quomodo tam modestus vir doctissimos poetas atque theologos moverit quaerunt, doctae et laboriosae paginae praebent. Quamvis temporibus nostris, quibus de omnibus fere viris et argumentis graves et ponderosos libros cum lyciorum discipuli tum docti et sapientes viri evolvere et inspicere possint, quis Ioachim de Fiore fuerit, quid egerit, quibus denique de causis laudatus et damnatus sit neminem amplius fugiat vel lateat, volumen quasdam praebet vestigationes et argumenta, quae apud ceteros auctores haud facile invenias. [...] Doctus tamen Auctor brevibus sed doctis et laboriosis capitibus, quod possit et liceat, quos homines Ioachim doctrina sua moverit et quibus notitiis, rationibus et consiliis ditaverit, singillatim disserit et tractat. Quibus de causis, libro lecto et in maximis operibus posito, eos omnes, qui in Medium Aevum incumbunt, hortor, ut volumen legant et quanta doctrina illis temporibus, in longinquis locis, et quanto auxilio doctis et sanctis fuerit perpendant. Quibus prolatis, non dubito quin Auctori suadeam, ut alterum et doctiorem de re perscribat librum, quo hominum mentes et animos ditare possit et veritatem, qua nostris quoque temporibus nihil dulcius est, quibusdam doctis ostendat.”


Assunta Tavernise
“Talento”, Torino, ott.-dic. 1998

“Numerosi sono stati gli studi sulla personalità e sull’opera dell’Abate, tra cui l’attenta analisi di un gruppo di studio che si è costituito a Cosenza ed organizza congressi nel paese natale dell’Abate; la bibliografia di Ernesto Bonaiuti, Antonio Crocco, Henri de Lubac e Carmelo Ottaviano approfondisce criticamente la vita, le opere e la dottrina di Gioacchino da Fiore, ma lo studio di Carmelo Ciccia, che porta avanti intuizioni e scoperte di stupefacente ingegno, sicuramente costituisce una pietra miliare nel settore.”


Brunella Martucci
“L’informalibri”, Radio Vaticana, 21.IX.1998
“Nuova rassegna di studi meridionali”, Cosenza, n° 1-4/1998

“Agli ascoltatori interessati ad approfondire la storia e la letteratura religiosa del 1300, di cui la Divina Commedia è la massima espressione, consigliamo la lettura del libro di Carmelo Ciccia “DANTE E GIOACCHINO DA FIORE”. L’autore, studioso delle tesi gioachimite, apporta interessanti ed originali spunti all’interpretazione delle visioni, allegorie, figure dantesche, arricchendo di nuovi tasselli il complesso sistema cosmico-teologico della Divina Commedia. [...] Tradizioni iconografiche e prospettive escatologiche sono analizzate dall’autore [...]. Il raffronto Liber figurarum-Divina Commedia, auspicato giustamente da Carmelo Ciccia anche nello studio scolastico, diventa tanto più interessante quando supera il piano puramente dottrinale e teologico, e approfondisce il senso di straordinario fermento religioso dell’epoca dal quale sono derivate esperienze letterarie tra le più interessanti della nostra letteratura.”


Ugo Stefanutti
“La voce del Cnadsi”, Milano, 1.VI.1998

“Carmelo Ciccia, infaticabile dantista, più volte premiato per meriti culturali [...] Il volume di Carmelo Ciccia sta godendo di ottima risonanza fra letterati e artisti, mentre numerosi ed importanti sono gli autori che lo hanno recensito.”


Giuseppe Tardiola
“La rassegna della letteratura italiana”, Firenze, gen.-giu. 1998

“(Puntuale bibliografia in questo lavoro, alle pp. 145-149). Pare ormai certo che qualche lascito del radicalismo morale dell’Abate calabrese e della peculiare visione teologica presente nelle sue opere, specialmente nella Expositio in Apocalypsim, sia filtrato nel più ampio alveo del profetismo dantesco. Non così chiaramente sondati risultano invece i rapporti che sembrano legare, e questo è lo spunto da cui muove lo scritto del C., alcune delle più celebri configurazioni dantesche ai simboli contenuti nel Liber figurarum [...]. Questa ricerca intende recuperare le intuizioni e le conclusioni al riguardo di Leone Tondelli [...]. Secondo C., e sempre a conferma di una dipendenza di Dante dal Liber figurarum, “perfino il ‘Pape Satan’ del canto VII dell’Inferno può essere ricondotto all’ideologia gioachimita, se inteso come ‘tentatore del Papa’ [...]”.”


Bruno De Donà
“Il gazzettino”, Treviso, 8.IV.1998

“Ultimo in ordine di tempo è il contributo recato da Carmelo Ciccia [...] che in qualche modo riprende lo studio del Tondelli in chiave critica e recando nuovi apporti.”


Silvano Demarchi
“Nuovo Contrappunto”, Genova, gen.-mar 1998

“Importante questo studio di Carmelo Ciccia perché valorizza la figura di un monaco-teologo che Dante ebbe in somma stima, tanto da attingere da lui idee e immagini.”


Vincenzo Rossi
“Il corriere di Roma”, Roma, 30.I.1998
“Il ponte italo-americano”, Verona (New Jersey), gen.-feb. 1998
“Abruzzo e Sabina di ieri e di oggi”, Pescara, apr. 1998

“Carmelo Ciccia, dantista tra i più attenti e attivi, saggista profondo e sincero, pubblica, ora, un suo lavoro condotto con ‘lungo studio’ e ‘grande amore’: pone a confronto Dante e Gioacchino da Fiore. Va subito detto che il Ciccia, senza nulla togliere al divino poeta, come fine ultimo mira a dimostrare la statura di cristiano preveggente e la feconda presenza di Gioacchino nella cultura e nell’opera maggiore di Dante. Lo stile, la compattezza, la documentazione, il rigore dei confronti istituiti tra i testi di Gioacchino e quelli di Dante sono tali da convincere il lettore colto e avveduto di quanto si sostiene con lucida e acuta intelligenza, ma anche con indubitabile passione. [...] Carmelo Ciccia invece con acume critico e con una dovizia di documentazioni costategli, diremo, una vita intera di ricerche e di amore, con vari interventi orali e scritti ha mantenuto acceso ed ha esteso e approfondito l’influenza del pensiero e dei testi gioachimiti in Dante, in particolare nell’opera maggiore. [...] Il Ciccia sviluppa un esame penetrante, testuale/figurale/concettuale; coglie fin le sfumature minime che hanno però grande rilievo. [...] Notevole è l’attenzione che il critico riserva al ‘profetismo’ dell’abate calabrese, spesso colto dal suo testo fondamentale, il Liber figurarum, dalle cui pagine con preferenza trae concetti, nessi linguistici, figurazioni, trasposti di peso o trasformati e sviluppati dal divino poeta e immessi, filtrati dalla sua alta ispirazione e dal sublime magistero della sua arte, nella Divina Commedia. Il prezioso libro di Carmelo Ciccia evidenzia con fermezza non poche fonti gioachimite cui attinse la potente fantasia e l’alta intelligenza di Dante: è meritevole di attenta lettura per comprendere a fondo la spaziosità e profondità intuitive dell’autore che vede e sente nella Divina Commedia la indubbia presenza del grande abate calabrese (troppo spesso frainteso dai contemporanei e da coloro che sono venuti dopo) dove altri, pur fini spiriti esegetici, non sono stati sfiorati neppure dal dubbio. Letto il libro ed esaminato il vasto corredo documentario cui spesso si riferisce, l’attento lettore rimane con la certezza che l’influenza della predicazione e dei testi di Gioacchino da Fiore nella Divina Commedia è certamente maggiore di quanto già si riconosce. [...] Mentre l’autore non toglie nulla al nostro poeta sovrano, riconosce, con giustizia, una importanza maggiore di quella che gli è stata attribuita al grande abate calabrese, mirando essenzialmente a ‘ristabilire la verità al fine di portare Gioacchino da Fiore alla gloria degli altari’”.


Concettina Rizzo
“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 5.XII.1997

“Il saggio di Carmelo Ciccia affronta e sviluppa con dovizia di particolari e di documenti uno degli aspetti più suggestivi dell’opera dantesca, l’influenza esercitata dal pensiero e dagli scritti di Gioacchino, in modo specifico dal Liber figurarum, sulla stesura della Commedia. La struttura del testo ha una triplice scansione che permette al lettore di addentrarsi progressivamente nella dottrina gioachimita e di poter apprezzare le numerose convergenze, dimostrate, con una serratissima analisi, tra il manoscritto illustrato di Gioacchino e la concezione formale della Commedia. [...] L’arguta analisi linguistica di Carmelo Ciccia evidenzia gli stretti legami figurativi [...] che si rivelano determinanti per l’esegesi testuale. [...] Il saggio del prof. Carmelo Ciccia ripropone oltre ad una rilettura della Commedia, ricca di sostrati gioachimiti, una rivisitazione della profetica personalità dell’abate calabrese ancora per molti aspetti da rivalutare alla luce delle tracce del suo pensiero riscontrabili in testi diversi per epoche e generi.”


Rai
Televideo, il “Buonalettura”, settimana dal 27.X al 2.XI.1997, pag. 562, 9/15

"Il rapporto fra Dante e Gioacchino da Fiore illustrato dalle ‘figure’ del profeta calabrese."


Angelino Cunsolo
“La Sicilia”, Catania, 4.IX.1997

“Carmelo Ciccia ha allungato la già lunga bibliografia su un personaggio, Gioacchino da Fiore, dando però un nuovo contributo per meglio capire il rapporto tra il pensiero gioachimita e quello di Dante. L’autore del libro ha saputo magistralmente dare una visione critica della vita, delle opere e della dottrina di Gioacchino [...]. Il Ciccia ha distribuito la sua opera, di 160 pagine, con ammirevole organicità.”


Italo Rocco
“Sìlarus”, Battipaglia, set.-ott. 1997

“Carmelo Ciccia, non nuovo ad opere critiche, con il suo acume intellettuale ha meravigliosamente presentato e rivisitato la vita, l’opera ed il pensiero dell’illustre Gioacchino da Fiore. Nella presentazione del libro l’autore porge al lettore il filo d’Arianna dell’interpretazione critica attraverso tre tappe dell’itinerario intellettuale da percorrere. [...] A conclusione postula che sia iniziato il processo di canonizzazione di Gioacchino da Fiore ed in questo ci trova consenzienti e speranzosi. Consigliamo ai lettori di Sìlarus il libro di Carmelo Ciccia, perché è degno non solo di studio e di meditazione, ma anche di vero e proficuo miglioramento culturale e spirituale.”


Alessia Di Marcantonio
“Rassegna di cultura e vita scolastica”, Roma, set.-ott. 1997

“Nel suo interessante studio Carmelo Ciccia propone un approfondimento critico delle tesi di Leone Tondelli (1883-1953) sulla possibilità di ‘spiegare molte delle allegorie dantesche con le figure’ (p. 35) ideate da Gioacchino da Fiore (1130-1201/5) a illustrazione del suo pensiero e contenute nel suo Liber figurarum. Una chiave di lettura, questa, a torto trascurata dai moderni commentatori della Divina Commedia e che l’autore riprende proprio con l’intenzione di palesarne la validità attraverso ‘nuovi apporti, documenti e interpretazioni’ (p. 8). L’acuta analisi delle coincidenze concettuali e rappresentative tra il poeta e l’abate [...] si sviluppa nella sezione centrale del lavoro. [...] Riscontri ancor più probanti l’autenticità non solo della suggestione esercitata dal Liber figurarum sull’immaginazione dantesca, ma anche dall’ipotesi che il poeta abbia consultato a fondo l’opera [...] emergono infine dall’esame di alcuni passi dei canti XVIII e XXXIII del Paradiso [...] D’interesse più specificamente documentario le altre due sezioni che completano il volume.


Bianca Garavelli
“Avvenire”, Milano, 5.VII.1997

“Col manoscritto di Reggio, e con l’analisi che ne fa Carmelo Ciccia, studioso e preside di Liceo, in Dante e Gioacchino da Fiore, l’autore della Commedia torna a far parlare di sé, con nuove possibilità interpretative di alcuni passi importanti del suo capolavoro. [...] È comunque interessante l’accostamento che Ciccia fa tra alcune immagini del Liber figurarum e altrettanti passi chiave della Commedia. Quello celebre del “veltro”, per cominciare, che non ha dato pace agli studiosi e che tuttora non ha trovato un’interpretazione indiscutibile. [...] Alcune ipotesi di Ciccia rappresentano un contributo alla conoscenza del complesso sistema delle fonti dantesche.


Benito Soranna
“Il Piave”, Conegliano, lug. 1997

“Saggio del Ciccia che esamina con originalità il valore universale dell’opera dell’insigne abate calabrese [...]. Il nostro autore, avvalendosi anche di fonti critiche di eccezionale significato storico e teologico, fa più luce sul ‘profetico’ e geniale florense fornendo una lucida e significativa documentazione da cui emerge, nitida e ineccepibile, l’immagine di un personaggio la cui fama ha fornito motivo di seria meditazione, tra gli altri, al Mazzini e al Foscolo.”


Egidio Finamore
“Il sodalizio letterario”, Rimini, giu. 1997

“È evidente l’impegno di studioso dello scrittore-commentatore sull’opera di Dante ai fini di una sempre più corretta valutazione storica e letteraria della stessa.”


Giorgio Bárberi Squarotti
Università di Torino, 30.V.1997

“Libro su Dante e Gioacchino da Fiore: è ricco di notizie, di documenti, di osservazioni puntuali e molto profittevoli per il lettore.”


Nilo Faldon
“L’azione”, Vittorio Veneto, 18.V.1997

“È un libro di cultura, letteraria, filosofica, teologica, grafico-artistica. [...] Bravo e paziente è stato il professor Ciccia, preside del Liceo classico di Conegliano, a dedicare molto del suo tempo a queste ricerche e a questi studi. [...] Mi viene voglia di dire (e credo proprio di non sbagliare) che per comprendere meglio Dante, in alcuni punti, è doveroso leggere le 157 pagine di questo nuovo libro.”


Giovanni Lugaresi
“Il gazzettino”, Venezia, 4.V.1997

“Studioso di letteratura medioevale e contemporanea, il professor Ciccia si occupa in questo nuovo lavoro del rapporto Dante-Gioacchino da Fiore e del rapporto di questi con la Chiesa, alla quale rimase fedele. L’autore ripropone anche il problema della canonizzazione del famoso personaggio al quale sono attribuiti numerosi miracoli.”


Salvatore Gennaro
Università di Catania, 23.IV.1997

“Il suo studio è condotto con rigoroso metodo critico e costituisce un notevole, intelligente contributo all’interpretazione dell’influenza delle opere di G. da Fiore sulla ‘Divina Commedia’.”


Domenico Ferraro
“Nuova rassegna di studi meridionali”, Cosenza, n° 1-2/1997
“La procellaria”, Reggio Calabria, apr.-giu. 1998

“La specificità del volume di Carmelo Ciccia si riferisce all’approfondimento dei condizionamenti che l’opera del frate calabrese ha determinato sulla produzione letteraria del maggiore poeta italiano. Inoltre, è una ricognizione approfondita ed una rimeditazione della religiosità di uno dei periodi più tormentati e più emblematici della storia della chiesa. [...] Ciccia si augura che, con la comprensione della simbologia fantastica di Gioacchino da Fiore, si debba ritornare ad una riconsiderazione fondamentale di tutta la poetica di Dante per comprenderne i fondamenti dottrinari, le ispirazioni bibliche e quel senso tragico e cosmico, che la sottendono e che costituiscono l’apocalittica visione della vita, vissuta nella fervida immaginazione del monaco calabrese. [...] Per Carmelo Ciccia l’opera di Gioacchino da Fiore assume una dimensione teorica che ancora dev’essere scoperta in tutta la sua efficacia e in tutta la sua funzione e finzione rivoluzionaria.”


Giorgio Ronconi
dalla postfazione

“Carmelo Ciccia ha affrontato uno dei temi teologici più suggestivi della Commedia: il rapporto tra il pensiero gioachimita e quello di Dante […] La prova di questi influssi ci viene offerta dalla presenza nella Commedia di alcuni simboli contenuti nel Libro delle figure, che l’Abate aveva ideato per rappresentare in modo ancor più evidente il suo sistema esegetico. È strano — ha osservato Carmelo Ciccia — che i commentatori moderni della Divina Commedia non abbiano fatto ricorso a questo prezioso repertorio per illustrare i canti danteschi. Queste “figure” infatti sono di grande interesse non tanto perché concorrono a chiarire qualche dettaglio interpretativo, ma perché gettano luce sulla concezione complessiva del poema. ”


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