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Note critiche a
La brutta estate del '43 e antologia di storie paesane (2004)

Lucia Paternò
"Il Convivio", Castiglione di Sicilia, apr-giu 2007

“Carmelo Ciccia, noto soprattutto come saggista e critico letterario, è anche raffinato narratore. In questo libro intitolato La brutta estate del ’43 e antologia di storie paesane l’autore esprime il suo radicato legame con la terra d’origine, la Sicilia. E proprio questa terra diviene involontaria protagonista dei suoi racconti che riguardano la sua gente: un popolo avventuroso, alacre, legato alla famiglia, un popolo vario; non la “fiumana” di cui parlava Verga (anche se l’influenza verista è preponderante talvolta in alcune storie), bensì personaggi dalla personalità decisa e ottimista, come Pasticcio e Croce. Quest’ultimo, a dispetto delle previsioni infauste, riscatta non solo la propria condizione, ma anche quella della sua famiglia. La prima e l’ultima novella sono indubbiamente autobiografiche e la loro collocazione è strategica: Ciccia ha voluto palesare il suo modo di concepire la vita. Il libro inizia con l’irrazionalità, la violenza, in questo ambito trascorre la fanciullezza dell’autore. L’ultima storia, Quasi una favola, allude alla sua vita ed è un itinerario che non lascia dubbi: la vita a saperla vivere produce un risultato da favola. Le altre storie raccontano il disagio sociale di quegli anni difficili di ripresa economica dopo la guerra: c’è da parte dell’io-narrante, la ricerca di momenti che allevino la sofferenza, il fardello di quegli anni, e il dolore collettivo di un’intera comunità che per forza di cose stenta a risollevarsi. L’acre sapore della sconfitta, di fronte alla guerra, lascia davvero sgomento il lettore. Questa tragica esperienza ha permeato fortemente l’animo dell’autore, lo ha posto di fronte alla dissoluzione, ai cadaveri, a scenari apocalittici che in un modo o nell’altro, emergono nella scrittura, anche quando sono celati dall’umorismo, come nella novella La mano del morto [...] Essendo disposte cronologicamente, queste storie mostrano il percorso di crescita dell’autore, non soltanto nell’osservazione acuta della realtà, ma anche nell’impostazione più decisa di certi personaggi. C’è una palese crescita anche nel sentimento [...] La peculiarità stilistica di questi racconti consiste nella semplicità, nell’abilità, nell’umorismo e nella tendenza didascalica, cioè nella morale che si può desumere da ogni storia.”


Luigi M.C. Urso
"Paternesi", Paternò, 15.IV.2007

“Il libro, per quanti non lo conoscessero, descrive con estrema fedeltà e crudezza i tragici eventi avvenuti nel mese di luglio del 1943 a Paternò durante i pesanti bombardamenti da parte dell’aviazione statunitense, bombardamenti che sono costati la vita a migliaia di abitanti e che hanno letteralmente raso al suolo numerose abitazioni civili [...] Un capitolo che rimarrà per sempre aperto nei ricordi di quanti l’hanno vissuto da protagonisti e che, mi auguro, rimanga aperto anche nei nostri cuori e nelle nostre coscienze affinché fatti del genere non abbiano modo di avvenire mai più.”


Mimmo Chisari
“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 27.VI.2006

“Il volume La brutta estate del ’43 e antologia di storie paesane di Carmelo Ciccia, edito nel 2004 a cura del C.R.E.S. (Centro di Ricerca economica e Scientifica di Catania) rappresenta una delle testimonianze più autorevoli ed esemplari di narrativa contemporanea collegata al mondo meridionale con aspetti, luoghi e personaggi caratteristici della Sicilia, ma pervasa anche di echi e temi più universali [...] Il volume si apre con il ricordo dei tremendi bombardamenti subiti dalla cittadina di Paternò da parte della Forze alleate anglo-americane nel 1943 [...] Si conclude con il racconto ‘Quasi una favola’ che sintetizza in modo autobiografico la vita di stenti e sacrifici affrontati dall’autore fino ad arrivare alla sua valida affermazione di professionista e scrittore, frutto di grande forza d’animo e persistente impegno. Monito per i giovani di oggi, che spinti da un imperante consumismo vogliano arrivare, subito e senza aspettare, a facili ed evanescenti successi. Nel mezzo si sviluppano le altre storie. [...] Le novelle però devono essere lette tutte e con attenzione, perché contengono, come un’opera aperta, spunti, collegamenti, sentimenti, ricordi e suggestioni personali che ogni lettore, diventando un piccolo e sensibile critico, può trovare dentro la propria anima. Per quanto mi riguarda il maggiore apprezzamento va alla novella ‘Il principe’ che rappresenta l’esempio di quei tanti personaggi minori e popolari, di cui si sono occupati anche grandi scrittori come Sciascia, Bufalino e Pontiggia.”


Maria Antonietta Mòsele
“Pomezia-notizie”, Pomezia, marzo 2006

“Giancosimo Rizzo, che lo presenta, apprezza che l’Autore sia anche commentatore di ogni fatto narrato. Delle storie, alcune sono immaginarie, altre sono verosimili o vere. Tutte ambientate in Sicilia, terra d’origine del narratore [...] Bellissimo e a sorpresa il racconto finale ‘Quasi una favola’, dove l’Autore narra di se stesso, della ‘estrema’ povertà dei suoi genitori analfabeti, delle difficoltà economiche per acquistare libri scolastici e proseguire gli studi i quali, però — grazie all’intelligenza e al merito personali, all’interessamento di alcuni insegnanti e ai sussidi della scuola — Carmelo potè concludere brillantemente, realizzando così la propria maggiore aspirazione.”


Sergio Sciacca
“Il corriere di Roma”, Roma, 28.II.2006
“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 2.X.2006

“Raccolta di novelle riprese dal vero sulla scia dei grandi maestri siciliani. L'autore, Carmelo Ciccia, si è fatto conoscere per i suoi saggi di critica letteraria e per gli studi danteschi. Dirigente scolastico, ha scritto anche rapidi racconti che si sono fatti apprezzare nella letteratura per i giovani e inseriti in diverse antologie sia in Italia che all'estero. Ora dà alle stampe una silloge della propria narrativa inquadrata da due brani autobiografici in cui ricorda il brutto anno della guerra in Sicilia (bombardamenti, morti, violenza diffusa) e le difficoltà della vita che però, come sempre avviene, si possono superare con la probità dell'impegno e la costanza dell'applicazione. Nel mezzo scene riprese dal vero, qualcuna decisamente toccante, come la storia di una ragazza considerata colpevole e per questo maltrattata nella sua modesta attività di bracciante: una vicenda simile a quella della Nedda varannisa, ma vista poeticamente con gli occhi di un bambino che avverte confuso il fascino della bellezza e non riesce ad intendere le imposizioni del moralismo; altre sorridenti di metafisica ironia, come la storia di quel pirandelliano personaggio che si vede morto e assiste al proprio funerale, salvo scoprire che è solo un sogno. Tutto narrato con stile schietto, senza artifizi retorici, con lo sguardo attento alle tradizioni di un tempo, a quel piccolo mondo paesano che abbiamo lasciato alle spalle. Basterebbe questo per segnalare il libro ai lettori attenti alle novità librarie. Ma c'è qualcosa di insolito, fatto apposta per destare le ricerche degli studiosi di professione: a ogni storia sono apposte note esplicative. Il racconto del come e del quando l'Autore ideò la sua pagina. Come le razós occitane: una storia sulla storia. Quasi una confessione.”


Paolo Ziino
“Il corriere di Roma”, Roma, 19.X.2005

“Ne ‘La brutta estate del ’43 e Antologia di storie paesane’ Carmelo Ciccia mette insieme sei racconti inediti ed altri ventinove scritti o editi tra il 1951 e il 1988, gran parte dei quali pubblicati precedentemente in ‘Storie paesane’ del 1976 e ‘Storie paesane e altre novelle’ del 1977. Il risultato è una spassosa galleria di singolari personaggi e di vari avvenimenti, arricchita da note e commenti dello stesso autore e completata da un’appendice di recensioni dei racconti già editi. I racconti presentati sono circa la metà di quelli contenuti nelle due raccolte sopra citate. [...] Il testo de ‘La brutta estate del ’43’, che dà il titolo alla raccolta, sebbene scritto da Carmelo Ciccia nel 1993 era rimasto finora inedito. Era un personale e riservato ricordo dell’autore fortemente permeato della rivisitazione del vissuto di un ragazzo che viene a trovarsi coinvolto, suo malgrado, in un avvenimento storico che ha lasciato un segno persistente in tanti di noi, suoi coetanei o pressoché tali. Dal sedimento della memoria a tratti vengono fuori episodi e personaggi come fissati in indelebili fotogrammi. Parecchi ne hanno fatto, e qualcuno ancora ne fa, oggetto e soggetto di scrittura. Quella di Carmelo Ciccia si distingue per un meticoloso e fedele resoconto diaristico degli avvenimenti della seconda guerra mondiale che in quel periodo investirono in pieno la zona del suo paese natale, Paternò in provincia di Catania. I racconti che seguono costituiscono la corposa ‘Antologia di storie paesane’. In essa troviamo altri cinque testi inediti sui quali, proprio perché tali, riteniamo opportuno soffermarci [...] Alla fine della raccolta è stato collocato il racconto autobiografico ‘Quasi una favola’ che chiude il cerchio di quella porzione di mondo e di vita ruotante attorno a sé ed ai suoi ricordi che l’autore ci presenta con la consueta bravura e maestria.”


Silvano Demarchi
“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2005

“Non si creda che tutti i racconti abbiano [...] impostazione tragica, pur se frequenti sono i lutti, perché ad esempio con la trilogia ‘Guerra di Santi’ la narrazione si colora di un umorismo, magari amaro, e denuncia quei festeggiamenti in certe zone della Sicilia che durano giorni, che sono più che altro occasione di divertimento e di socializzazione ma che certamente i Santi non chiedono né gradiscono: poveri Santi! Così in altri racconti si evidenziano i costumi, il modo di vivere e di pensare, le superstizioni religiose della popolazione di certi centri del Sud, la cui vita sembra fermata nel tempo, ma che ciononostante e forse proprio per questo ha il suo fascino [...] Carmelo Ciccia più noto come saggista e apprezzato dantista, rivela un’altra faccia della sua scrittura creativa, quella del narratore che sulla scia dei grandi scrittori siciliani, sa passare dalla trascrizione realistica dei fatti a sapide riflessioni, ad accenti di vivace umorismo, dandoci pagine di costume di un entroterra vitale.”


Vincenzo Rossi
“Miscellanea”, San Mango Piemonte (SA), lug.-sett. 2005
“Sentieri molisani”, Isernia, dic. 2005

“La forza e l’immediatezza comunicativa della scrittura caratterizzano e rappresentano con delicatezza di tono e correttezza logico-grammaticale le figure, i personaggi, gli avvenimenti, le rapide aperture sul paesaggio, introducendo nel contesto del narrato le presenze stagionali con la loro luce e il loro calore. La fedeltà allo stile maturato negli anni lontani della formazione resta ferma nei suoi elementi essenziali fino all’ultimo racconto [...] La scrittura di questi racconti procede con ritmo e tono soffusi di una visione esistenziale, di umana rassegnazione con rapide soste riflessive sulle reali necessità della vita: un mite sollievo viene offerto all’essere umano dall’ambiente naturale con i suoi frutti costanti e stagionali. Anche l’immaginazione (la fantasia) attenua la crudezza della sofferenza, della miseria, dell’irremovibile destino. La fuga dall’amara e dura necessità attraverso la forza della speranza offre al povero, al sofferente, alla desolazione dell’abbandonato la possibilità di affidarsi ad un possibile futuro che può migliorare le loro condizioni. Questa visione esistenziale di Carmelo Ciccia si differenzia dal crudo pessimismo verghiano. Nei suoi personaggi anche in momenti più desolati spira qualcosa che fornisce al disperato una possibilità di salvezza. In ciò, a nostro giudizio, vive nel suo mondo narrativo un alito di umanità che si traduce, in fondo con l’accettazione dell’esistenza dentro una possibile luce di religiosità. Sono, queste di Carmelo Ciccia, storie vissute direttamente, spesso tratte dal realismo della povera gente in cui la necessità stessa opera trasalimenti verso illusioni che umanizzano.”


Angelino Cunsolo
“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 24.VI.2005

“Carmelo Ciccia a volte riporta nei suoi racconti una cruda realtà, mentre in tante altre la realtà si mescola alla fantasia. Il favoloso mondo dell’infanzia esprime la sua sensibilità, per cui lo scrittore si compiace, a volte, dell’autobiografia, narrando i tempi della povertà a causa della guerra. I personaggi delle sue storie in generale fanno parte di un mondo fiabesco, al quale viene a contrapporsi un mondo nel quale la comicità è la caratteristica di creduloni e di arrivisti. In tal proposito va vista la trilogia “Guerra dei Santi” e la serie dei racconti che hanno come protagonisti persone senza scrupolo: uomini politici che da santi diventano diavoli e convenientisti [...] Largo spazio lo scrittore riserva ai tempi duri del passato, quando i contadini erano costretti a lavorare giorno e notte saltando addirittura qualche festa [...] Lettura assai piacevole ed al tempo stesso istruttiva e densa di contenuti gnomici.”


Chiara Voltarel
“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 5.VI.2005

“Narratore divertente, gustoso, fine umorista: è un inedito Carmelo Ciccia quello che conosciamo nel suo ultimo libro [...] I suoi ricordi familiari, di ragazzino, aprono l’opera con un’immagine di guerra, era l’estate del ’43 giorni dei tremendi bombardamenti anglo-americani. Al racconto autobiografico e qualche altro richiamo all guerra, seguono un assortimento di narrazioni, storie vecchie e nuove, memorie di vita paesana che oscillano dal veritiero per liberarsi nell’immaginario, in un mondo variegato di piccoli fatti, personaggi tipici, aspetti che caratterizzano i paesi dell’entroterra siciliano. Un’antologia di 34 racconti scritti in periodi diversi, che Ciccia ha qui raccolto e corredato con note critiche e commenti.”


Fausto Politino
“La tribuna di Treviso”, Treviso, 27.IV.2005

“Ciccia sa utilizzare le tecniche del racconto. Conosce le strategie narrative come voce dell’autore che si manifesta, come insieme di istruzioni comunicate al lettore. Per aiutarlo ad entrare nelle vicende che evocano una certa realtà [...] Nell’incipit della raccolta, La brutta estate del ’43, la violenza della macrostoria con il bombardamento alleato in Sicilia e lo sbarco anglo-americano a Gela, s’interseca con il dramma della microstoria. Con lo sfollamento coatto che costringe un gruppo di 60 persone a trovare rifugio in una grotta sotterranea. Uno dei racconti più riusciti credo sia Un caso strano. Due ex innamorati s’incontrano in treno dopo 5 anni. Il tempo trascorso sembra avere intaccato il corpo e l’anima. Le parole che si scambiano sono le solite. Ma non tutto è così scontato. Ciccia sa come inserire il colpo di scena. L’imprevisto che rende la notte meno banale del solito. Quale? Lasciamo che sia il lettore a scoprirlo.”


Eugenio Dal Cin
“Talento”, Torino n° 3/2005

“Carmelo Ciccia vanta una grossa produzione letteraria, maggiormente di saggistica e critica, che gli è valsa numerosi premi [...] Queste storie, nonostante siano state scritte in periodi diversi, dimostrano che Ciccia è un grande narratore e un attento commentatore-critico. Esse sono un esempio costante di buona scrittura, perché brevi, rapide, profondamente significative e istruttive. In esse l’autore ci presenta situazioni e personaggi dal vivo, attingendo a volte a ricordi ed esperienze, a volte a sentimenti e fantasticherie. Leggendole attentamente, senza fretta, si ritorna all’antico, dal momento che Ciccia ci parla con verismo delle usanze e tradizioni della Sicilia. Alcune fanno riflettere, pur fra l’ironia, specialmente quando trattano della falsa religiosità e dei fermenti del mondo cattolico. Altre invece scorrono tra realtà e fantasia, cronaca e favola, storia e autobiografia. Altre ancora sono ricche di humor, di contraddizioni e di assurdità, che riprendono gli schemi della vita quotidiana [...] Un libro, dunque, di piacevole lettura, adatto a tutti e a cui non mancherà il successo che merita. E, come ha scritto Aldo Priore nel quotidiano "Il piccolo" di Trieste, le storie migliori di Carmelo Ciccia potrebbero essere benissimo appunti e spunti per commedie da portare in scena.”


Giancosimo Rizzo
dalla presentazione

“Il nuovo volume ‘La brutta estate del ’43 e antologia di Storie Paesane’ [...] ci offre il destro di apprezzare una nuova (per noi) dote di Carmelo Ciccia, narratore divertente e sapido di siparietti per lo più ambientati nei paesi dell’entroterra siciliano che riecheggiano con notevole intensità icastica le cadenze della narrativa del Capuana e del Verga, senza contare qualche pirandelliana fuga al di là ed al di sopra del reale, come avviene nel racconto ‘La mano del morto’. Possiamo, quindi, gustare un assortimento di storie paesane, immaginarie ma per lo più verosimili, in cui l’attenzione per la vicenda esteriore in sé si sposta sull’analisi, ora drammatica ora umoristica, degli ambienti e dei personaggi, arricchendosi talvolta di propositi storico-sociali, con tratti autobiografici. Toccante l’incipit della raccolta, ‘La brutta estate del ’43’, che attinge nei ricordi del Ciccia bambino, il quale vive con la famiglia il cruento dramma della seconda guerra mondiale [...] Proseguendo nella lettura, notiamo che le storie legate al terribile conflitto – come ‘Una tragedia’ e ‘Barbarella’ – si diradano; gli scenari d’un tratto cambiano e vengono proposte ordinarie e gustosissime storie strapaesane, ricche di accenti che suscitano sorriso e umana comprensione, con conclusioni chiaramente rivolte all’intento formativo. Certamente nelle Storie paesane si rivela l’aspetto nuovo di Ciccia scrittore, facendo emergere – oltre a quelle conosciute – le doti di fine umorista, che sa sottolineare benevolmente gli aspetti contraddittori nella grandezza o nella meschinità dell’animo umano, permeato da un sentimento di divertita tolleranza e lungi dall’essere sfiorato da spirito manicheo. Conclude la serie delle narrazioni ‘Quasi una favola’, racconto autobiografico, che riprende in breve il filo narrativo de ‘La brutta estate del ’43’, in cui lo scrittore vuole dimostrare ai giovani che le difficoltà del confronto con la vita e con la società (anche per chi parte da una condizione di grande povertà) possono essere superate con la forza d’animo e con l’impegno operante.”


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