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Mario Stefani
presenta Lucia Gaddo Zanovello

L'evento, interamente curato dal poeta Mario Stefani si è svolto Martedì 26 maggio 1987, alle ore 17, presso il Caffè Florian a Venezia e verteva sulla presentazione al pubblico veneziano delle prime tre sillogi di poesia edite: Porto Antico, Bramiti e Da serpe amica. Le letture sono state affidate all'attore Andrea Miani.

 

Venezia, Caffè Florian, da sx: Lucia Gaddo Zanovello, Mario Stefani, Andrea Miani e Daniela Gaddo Vedaldi.

Perchè scrivere poesia? Me lo sono domandato spesso, quando qualche poeta viene per porgermi i suoi fiori maledetti, i suoi "prodotti del male" come direbbe Baudelaire. Malefici forse, non per la loro forza o la loro eventuale estenuatezza, ma bensì perché pochi li vogliono annusare.

Strano destino davvero quello della poesia di essere tanto declamata, amata a parole e nelle canzoni, ma mai ascoltata! E non è per eccessivo pudore o per tema di non capirla. Tutt'altro, il motivo è un altro e si chiama disinteresse, distrazione, amore per altre cose che interessino l'io più perifericamente, senza alcuno sforzo.

Indubbiamente è facile ricordare le colpe altrui, e dimenticare le nostre stesse corresponsabilità. D'altronde tant'è, se la gente non vuole un dato prodotto, è ridicolo, oltre che patetico, imporglielo. È meglio un dignitoso silenzio alla George? Forse è meglio un po’ d’ironia, e di autoironia.

Già nel libro edito nel '78 Porto antico, la Gaddo diceva: "Il pioppeto | quest'oggi, di maggio, nel sole | arroccato sul ciglio del fiume | sibila frasi d'argento, | ammanta | il fragile nido | di bianca giunchiglia.| Io vorrei con triste meraviglia | e pari brillìo | la certezza | mentre l'incauto mio passo | trascolora la tua perfezione.”

Questi versi denotano la forza poetica che lei possedeva già in sé. E vorrei proprio sottolineare un filone felice che tutto corre per buona parte della sua produzione poetica, che è fatta di gentilezza e di focalizzazioni immediate, di accese verità, di momenti in cui una chiarezza si fa tale, si rivela in un breve assoluto. Ecco, proprio per questo, vorrei ricordare : "La quiete che ti parla | dolce rosa d'ulivi, | stimmate d'abeti, | fa l'aria lieve | al canto dei grilli. || Sentiero | che porti alle mature zolle | sia tenera la. mano | che affonda le radici".

E certi accostamenti che qui troviamo poeticamente risolti, hanno una loro forte novità, basterebbe pensare a "Serale" a p. 11: "Affiora un vapore disperato | come di gabbia". E prima aveva accennato: "La lana ostile | mi raggrinza il cuore | di brividi". Ed aveva iniziato : "Vesto di ghiaccio | intere ore d'inverno | struggendomi di noia".

 

Venezia, Caffè Florian, da sx. Giorgio Gaddo, Lucia Gaddo Zanovello e Mario Stefani.

Nel secondo libro aveva conservato certe sue novità: "Mi tuffo | nel profumo dell'alloro | con pensieri di te". La sua poetica è legata agli occhi, all'espressività che può dare uno sguardo, alla natura, al cielo, interiorizzando certe immagini : "Sorride il pioppo | al fiume. | Sola | nelle ore gravi | del bilancio || lo squillo del telefono | a stornare | un canto | che non torna" (pag. 38 di Bramiti). Pensiamo alla poesia a p. 67, alle sue riflessioni, alla sua profonda dolcezza e inquietudine che ci dona: "gli echi sulla via | il quartiere | i compagni | la corta vita | straboccante | non può adunare | un freddo tavolo | tombale. || È troppo tenue | il verde dei tuoi pioppi | ed arrogante | il sole che ritorna".

Mi soffermerei su quella "corta vita straboccante", e poi sugli ultimi versi, che ci danno l'esatta capacità che ha la poetessa di modulare in canto e solfeggio la sua gamma interiore. E la sua originalità, la sua angolazione vincente la ritroviamo a p. 74, "Ore 20: Preghiera", dove parlerà di "Amore travestito | Verità crocefissa | sul balcone | risorgi | all'alba | nell'orazione roca | dello stelo d'erba| che cresce | tra i rifiuti".

Nel terzo libro Da serpe amica, troviamo ancor più decisa la sua possibilità di costringere la parola entro un arco voltaico più stretto, costringendo la parola a degli scarti imprevedibili. Ricordiamo "Genesi" a p. 28, dove parla di essere : "Come vinta preda | mi avvolgo | nella tana || celato l'occhio | lascio | che al calore | il sangue | si scomponga". E in una breve poesia, possiamo ricordare la forza della sua memoria, la sua intatta violenza:

"Vedute " a p. 66: "Ridi | ridi pure | del mio vezzo | di sbattere le ali | per non sentirmi cornice | di una tua veduta".

Così a p. 70, in "Amici" comincerà con : "Cari volti impalliditi | come specchi di luna, | vi porto nell'eco delle abitudini | illucidite | che mi paiono | ora | un po' più gravi. || È già nostalgia | quella che di vedervi | prima era attesa". Vi è in questo inizio e in questa fine della stessa composizione una circolarità poetica, senza sostanziali cadute, anche se indubbiamente l'inizio e la fine hanno un che di magico e di sentenzioso. Interrogazioni, disperazioni, possibilità e delusioni, si alternano in questi versi, in queste tensioni, in questi lucidi abbracci con la Musa, abbracci che, devo dire, sono ben ricambiati dalla poesia stessa alla Gaddo. Non vi è retorica nei suoi versi, e in quelli più lucidi, levigati, adamantini, vi è un'indubbia freschezza, un solitario orgoglio, una felicità d'immagine, un gioco di specchi nel rincorrere il proprio io che cerca di nascondersi, di camuffarsi, che piace e rende utile e valida la lettura. MI accommiato con tre versi suoi inediti, che ritengo significanti anche per noi stessi che l'abbiamo seguita fin qui :"Molti miei gesti | ho dato a te || già antichi". Ma questi gesti, che sono appunto antichi, hanno lasciato in noi qualcosa di te, del tuo mondo, abbiamo con te spezzato il pane della gioia e del dolore, e siamo forse, così, ancora più umani, più uomini insomma, più degni di amarci.

 

Il pubblico al Caffè Florian di Piazza San Marco a Venezia.


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