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Nota critica a
Bramiti

Augusta Verza

Lucia Gaddo non ha età, non è stata bimba, non sarà vecchia, è sempre stata donna e uomo, anello di congiunzione tra il passato e l'avvenire, attinge alla tradizione, patisce il presente, anticipa il futuro.

Se il poeta è interprete del mondo della natura e dell'umano consorzio e prefigura il divino, in quanto è con le radici all'origine e i rami protesi nell'infinito, Lucia Gaddo è questo poeta, con un linguaggio pieno, vario, gravido di parole che forgiano idee, di idee in doglia di parto per una realizzazione concreta. Come un imperativo della coscienza porge a tutti ciò che si conosce della propria realtà, quel poco noto del molto ignoto.

Il suo mondo poetico è tratto dalla quotidianità, che è privata e sociale insieme, e vi entra in due maniere: quella della immediatezza degli stati d'animo improvvisi e fissati nel mistero della sua poesia intimista, colpi di luce, sprazzi di sentimento, luci e colori fermati nell'attimo fuggente della memoria; in lei echi di infinite voci, come se il mondo dei poeti avesse una sola nota e un sol cuore e una sola aspirazione, che è nota, cuore, ansia di tutti noi. E quella meditata, studiata parola per parola con precisi significati, dove ogni pausa ha un determinato posto anche contro la regola grammaticale.

Per chi scrive? Per sé e per gli altri e scrive, come tutti i poeti, una pagina perché gli altri vedano e capiscano e si riconoscano, in un linguaggio difficile, perché non può essere banale, distinguendo ben tra l'usuale e il «trascendente», perché quando la parola comune non basta più, ella deve cercare il modo di spiegare in altre parole l'urgenza del suo messaggio.

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