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Prefazione a
Occhi segreti

Giorgio Bárberi Squarotti

Nevio Nigro è poeta raro, discreto, strenuamente attento a cogliere e a rendere con la parola più sapientemente misurata e precisa l’esperienza della vita in quanto rispecchiata da paesaggi, stagioni, sensazioni, contemplazioni, memoria. Non c’è nulla mai nella sua poesia che non risponda a questa mirabile strategia della descrizione che sfuma immediatamente nella meditazione, nel ripiegamento sull’anima o sui ricordi.

La Musa è, appunto, sempre "dentro", e se guarda al di fuori, non è che per manifestare in modo più efficace e visivamente incisivo l’esperienza del cuore e la dolce passione della memoria.

Per questo tanti componimenti di Nigro hanno titoli ricavati dalle stagioni: che sono, sì, quelle dell’anno, ma sono soprattutto quelle della vita, legate a momenti e a esperienze che il loro ritorno fa uscire fuori dall’anima fornendo il linguaggio adeguato delle cose per esprimerle. Penso, per esempio, ai Pensieri di primavera, a Mare d’inverno, che è, in particolare, un testo di singolare purezza e intensità, a Pensiero d’autunno, perché qui il rapporto fra l’occasione interiore di meditazione e l’evocazione di luoghi ed effetti di stagione è più perfettamente equilibrato e limpido.

Ma uguale forza poetica hanno Sulla riva del mare e Inquietudine, cioè poesie di sottile evocazione dei ricordi di incontri e figure di donne lungo il mare, che proprio il mare sembra fissare con nettezza come sfondo infinito di un passato divorato dal tempo, ma salvato proprio dalla capacità della parola poetica di farlo riesistere su quell’allegoria dell’eternita e dell’essere.

Nevio Nigro scrive esemplarmente per assoluta necessità, e per questo come scandita da un lento scaturire dal profondo è la sua poesia, al tempo stesso tanto netta, essenziale, libera da ogni tentazione di pateticità e di decoratività. È il frutto di una difficile conquista, scavata come in ogni parola che la compone, così come il ritmo vi è esatto, nella sua sofferta e profonda natura di echeggiamento d’anima.

È un solitario attingimento, che non sembra avere punti di riferimento in altre esperienze e situazioni poetiche di questi anni, nell’impressione, che dà, di una poesia fuori del tempo, detta per l’eternità, tale che appaia anzitutto la dimostrazione concreta ed evidente che la conoscenza della verità del mondo soltanto con la poesia si può raggiungere, bene al di là di tutte le apparenti e sparenti illusioni della storia e della scienza.

Da qualche anno ricevo di tempo in tempo, con una lenta e rada cadenza, i testi poetici che Nevio Nigro va componendo, magari da luoghi di villeggiatura o di viaggi, sempre brevi, esatti, perfettamente distillati da una liricità sospesa e sorpresa di fronte a un paesaggio, a un effetto di luce o d’ombra, a un ricordo affiorato dolcemente, a un’increspatura dell’anima. Poi, a un tratto, ecco che la misura del libro è colma, e quei singoli testi vengono a comporsi lungo una coerenza sicura, a descrivere un itinerario di parole e di moti dell’animo, che si rimandano da componimento a componimento, da immagine a immagine, e così la nuova raccolta è pronta, costruita sul musicale motivo di figure e di situazioni, di temi e di visioni, come una composizione sulle note ricorrenti e sulle variazioni dei suoni.

Direi che questo libro sia, ora, scandito sul ritorno delle immagini lunari e marine insieme, con effetti sempre fascinosi e sapientissimi, e sulla trama delle forme della comunicazione a un’interlocutrice mai nominata, ma ben lì attenta, in ascolto, davanti al dolce risonare dei versi. Il paesaggio non è mai soltanto se stesso, cioè la poesia di Nigro non è mai soltanto descrizione. Esso acquista ampiezza, echi vivi e profondi, significato, dal fatto che è come "presentato" e "proposto" ogni volta alla contemplazione e alla partecipazione di un’altra persona, che sembra incarnare l’intera folla di destinatari discreti e segreti, a cui la suprema confidenza di verità e di bellezza che è la poesia porta.

C’è certamente, una motivazione orfica all’origine della poesia di Nigro: la luce della luna, l’autunno o la primavera, l’ombra del mare, il viale di platani, il rumore dell’onda, il ricordo, sono non già il presupposto oggettivo, ma gli effetti della creazione poetica. Voglio dire che nulla è reale, e tutto, invece, è ideale in questa poesia.

Sono paradigmi dell’anima, e di qui deriva la grazia suprema e breve dei componimenti poetici.

Dall’ombra notturna, allora, come allegoria tanto frequente nel libro, vengono in luce i lampi dell’essere, le luci metafisicamente lunari della rivelazione di un mondo del tutto alternativo rispetto a quello oggettivo, reale.

È una poesia che si regge su tale miracolo di orfica essenzialità creatrice, come in una sfera di purissimo cristallo apparendo al lettore luoghi e visioni, per un istante concretatisi nella parola che li fa esistere. La felicità inventiva è proprio questo: la verità non può essere rivelata che per la poca quanto intensa luce della parola che la fonda, la fa esistere, ne accresce il mondo, lo rifa, lo continua, aggiunge altro a ciò che già c’è.

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