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Riflessioni anche tecniche sulla poesia di Nevio Nigro

A. Maia

Ci sono alcuni poeti che subito si riconoscono: uno di essi è certamente Nevio Nigro, perché la sua "voce" appare originale ed insieme fraterna. Ogni poeta autentico ha una sua fisionomia, una sigla inconfondibile, la sfraghìs, come la chiamavano i greci: un timbro di fondo cui rimane, in modo calcolato o più spesso inconsapevole, sempre legato. Quando basta sentire o leggere pochi versi per dire: "È lui!" e questa è una prova di autenticità.

Ho letto ormai numerose raccolte del poeta, da Non tutte d’amore del 1992 al Colore del vento del ’94, a Senza sentir parole fino a Le donne oscure ed al recente Il sale dei baci ed ho sempre ritrovato in esse una sostanziale coerenza di tematiche e di stile ed una evoluzione di approfondimento su una linea di fedeltà a se stesso ed alla propria sigla poetica.

Ma quello che a mio parere caratterizza la poesia di Nigro è la capacità di unire leggerezza e profondità, di mantenere una tonalità equilibrata, di impostare un pianissimo in cui le parole appena sussurrate prendono risalto dal silenzio che le circonda e le isola, trasfigurandole e conferendo loro l’aureola della genuinità, quasi esse siano pronunciate la prima volta, in un mondo incontaminato, in un eden primigenio ritrovato.

È una poesia che non alza mai la voce, lontanissima dalle tonalità eloquenti del vate, e mi fa pensare piuttosto all’idea del poeta, pronto a scoprire un segreto al di là della realtà apparente delle cose. Nigro ha la capacità, con i suoi esili versi essenziali, allo stesso tempo leggeri e profondi, di farci entrare senza sforzo nel suo mondo di sentimenti, ci guida nel regno di un casto erotismo con pudica leggerezza, ci fa avvertire in modo nuovo il soffio di una brezza notturna, il rumore di sfondo del mare, la tenera presenza di un corpo di donna sfiorato dalla luce lunare. Poesia lirica, dunque? Certo, nel senso romantico dell’espressione, come produzione artistica assolutamente individuale, soggettiva, personale. Una poesia analoga, per certi aspetti, a quella del primo Novecento, precedente all’avvento sia della scuola ermetica, sia dell’impegno. Non è infatti poesia impegnata sul piano politico e sociale, quella di Nigro; se c’è in lui un impegno, è quello della dedizione alla poesia stessa. Maestro del "sottovoce" e del pianissimo, sa creare istintivamente un’atmosfera sospesa tra la realtà ed il sogno... Ma vediamo insieme alcune significative tematiche da lui sviluppate, e che ritroverete nei testi: il paesaggio, la figura femminile, il notturno e la musica.

Una costante della produzione poetica di Nevio Nigro è certamente il rapporto uomo-natura. Importante e meritevole di essere analizzato è, in tutte le sue raccolte, il paesaggio strettamente connesso col tempo (stagioni dell’anno e momenti del giorno), "un singolare attingimento" – come acutamente osserva Bárberi Squarotti – tra paesaggi, stagioni, sensazioni, contemplazioni, memoria". Infatti paesaggio e stato d’animo convergono e giungono ad identificarsi, in uno scambio in cui l’anima sembra assumere i colori del tempo ed i luoghi appaiono intrisi dalla voce dell’anima. Ci sono aspetti e momenti privilegiati: tra le stagioni hanno più spazio l’autunno e la primavera, fasi di passaggio, trascoloranti e sfumate, preferite rispetto alla nettezza definitoria di inverno ed estate: secondo la lezione dell’arte poetica di Verlaine, la nuance prevale sulla nettezza del quadro, la musica sul disegno. Tra le fasi della giornata, pur dando sempre importanza alla notte (Nigro è nato come poeta del notturno, ma spesso la notte è lunare e addirittura, fin da un titolo ossimorico, "notte bianca") mi sembra prevalere il momento della sera. Se noi esaminiamo il lessico neviano e osserviamo la frequenza dei lessemi e le loro occorrenze, giungiamo alla conclusione che i sostantivi che tornano con maggior frequenza nei suoi testi poetici (con poche variazioni nell’ordine da una raccolta all’altra) sono i seguenti: sera, mare, luna, vento, notte.

Già da questa scelta si comprende come il paesaggio, e soprattutto quello crepuscolare e notturno siano da lui privilegiati come oggetto di contemplazione poetica.

I titoli di due recenti sillogi di Nigro (Le donne oscure e Il sale dei baci) suggeriscono come il tema antropologico privilegiato della sua poesia sia la figura femminile, connessa ovviamente con il tema amoroso e/o erotico.

Fin dalle origini della tradizione lirica europea ed in particolare di quella romanza (tra provenzali e siciliani) il tema amoroso è stato centrale: poesia significava allora poesia d’amore. E di poesia d’amore sono composti sostanzialmente i libri di Nigro. Amore o erotismo? Tutti e due, anche se per il secondo non si tratta mai di erotismo esplicito, dichiarato, ma sempre alluso, idealizzato, sublimato, quasi "fuori dei sensi". La tonalità di "pianissimo" che ho cercato di individuare come "specifico" di questo poeta, vale anche (forse anzi soprattutto) per questa tematica fondamentale. Sublimato, quasi sottoposto ad un intento di "rimozione" freudiana, l’erotismo riaffiora però continuamente: lo sguardo dell’amica, le vesti corte, fresche delle donne, i capelli neri e l’amore stanco, l’attesa ed il "riamare", la morbita pelle, le carezze brune. Queste citazioni sono prese dalle prime poesie di Le donne oscure e non trovo quasi composizione – in questa silloge – che non contenga almeno un cenno, una allusione, un leggero brivido di erotismo. Cenni, allusioni, appunto: erotismo suggestivamente suggerito, fascinosamente sottinteso: ma sempre presente, centrale nella poesia del Nostro, tema a mio parere tra quelli fondamentali.

Altra tematica importante, strettamente connessa con quelle precedentemente esaminate, è quella che ha caratterizzato il nostro fin dagli esordi poetici, e che trova un apporto essenziale nella tonalità musicale: una voce poetica che tende non alle tonalità eloquenti e vigorose, ma aspira ad un senso della misura, ad un suono morbido, insinuante, creando un delicato "sottovoce" che si adatta in modo particolarmente efficace ad introdurre e rappresentare il motivo "notturno", anch’esso un topos della poesia occidentale, da Alceo, a Saffo, a Virgilio, a Tasso... fino a Leopardi o Quasimodo.

Ma Nigro rinnova il tema, facendo del notturno non tanto lo sfondo di scene o accadimenti, ma creandolo come uno stato d’animo, atmosfera interiore ed interiorizzata, che serve, grazie allo sfondo attenuato dell’oscurità o del pallore lunare, a suggerire ed intensificare le valenze sentimentali. Il notturno viene usato e ricreato non, come tradizionalmente accadeva, come semplice luogo di situazioni e azioni, ma come sentimento ed atmosfera interiore. A questo risultato Nigro, perviene con una attenzione particolare alle tonalità ed ai suoni della poesia, che raramente vanno oltre il sottovoce, il pianissimo di cui si diceva. E l’aspetto metrico-musicale è importante nella visione che Nigro ha della poesia; si sa come ci siano, nella poesia italiana, due concezioni contrapposte: e quella – sostanzialmente "dantesca" – della poesia come lettura, rivolta alla razionalità del pubblico e quella – che per intenderci possiamo definire petrarchesca – della poesia come "suono", rivolta ad uditori (Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono...) ed al loro sentimento. Qui siamo nell’ambito della seconda concezione, che ha il suo lontano modello appunto nel Canzoniere e che attribuisce grande importanza all’aspetto fonico-musicale: l’esito poetico delle composizioni di Nigro è affidato alla scelta della parola non solo in funzione del senso, ma anche del suono, con l’attenzione concentrata, al di là del significato, sul significante: le parole, le sillabe sono come delle note ed i suoi versi liberi, per lo più brevi, sono distribuiti con grande accortezza ed attenzione all’aspetto fonico, come se si trattasse di frasi di una tessitura musicale. Il lettore, istintivamente, leggendo le poesie di Nigro, tende a pronunciarne le parole, a gustarle nel loro morbido suono, a trasformarsi cioè da lettore in ascoltatore.

All’inizio accennavo alla poesia occitanica ed allo stilnovo, e nella raccolta da me prediletta (Le donne oscure) trovo poesie che sembrano collegarsi, non so se per istinto, per scelta, o perché eternamente simile a sé è il sentimento amoroso, al motivo dell’amore da lontano, cioè all’assenza della donna ed al tema stilnovistico della donna-angelo, messaggera di luce. Qui troviamo la poesia intitolata Seguimi.

Una poesia breve, apparentemente semplice, sottovoce, in cui la malinconia iniziale della sera è ripresa dal senso dell’imminenza di un tramonto reale e metaforico nei versi conclusivi. Al centro di essa si collocano, in un isolamento che li pone in risalto, il verso "Insegnami la luce" (che sembra rimandare alle donne di Guinizzelli o alla Beata Beatrix di Dante), seguito immediatamente dall’altro Possiedo la tua assenza, che sembra scritto da un moderno Jaufre Rudel. Ma quegli spunti antichi (ripresi mi ha detto l’autore per istinto) assumono immediatamente, nella brevità sussurrata dei versi, nella loro musica suasiva, una tonalità ed un colore poetico del tutto nuovi, personali ed originali.

La poesia si presta a qualche osservazione – oggettiva, anche se so che non è condivisa dall’autore, ma è verificabile da chiunque – sulla metrica. Se noi guardiamo la poesia come è scritta sulla pagina bianca, ci sembra in versi liberi, basata sulla tecnica del primo Ungaretti degli enunciati fulminei. Ma se la sentiamo leggere, la ascoltiamo, ci accorgiamo che la metrica italiana tradizionale (specie il canto dell’endecasillabo) suona al di là delle interruzioni e delle fratture: il primo distico è formato da due settenari; gli altri distici, se li ascoltiamo ad occhi chiusi, costruiscono ciscuno dei perfetti endecasillabi:

Ti aspetterò sul molo del mio mare.
Sai dove sono. Insegnami la luce.
Possiedo la tua assenza. Perciò vieni.
Poco si deve andare. Così poco.

Forse è qui uno dei segreti della musicalità neviana, negli "endecasillabi fantasmi" (quelli non scritti come tali, ma ricostruiti dall’udito di un italiano, che fatalmente ha già quella musica nel cuore). Una controprova: il verso forse più celebre di Leopardi (Due cose belle ha il mondo | amore e morte) è proprio un endecasillabo fantasma, (in quanto non scritto come tale ma costruito sugli emistichi di due versi successivi), come gli endecasillabi neviani di Seguimi (sono endecasillabi involontari, ma sono lì), che donano alla pagina una suggestiva musicalità. E chiunque li può ascoltare.

Nella letteratura contemporanea raramente ho trovato un mondo poetico così coerente e insieme così "fraterno" al lettore, che quasi si sente preso per mano con dolcezza e guidato nei percorsi lineari di sentimenti semplici ed intensi, accompagnato ed avvinto di pagina in pagina dalla musica di un costante dolce "sottovoce", di un pianissimo che intona ...

le canzoni del cuore,
che cantano forte e non fanno rumore.

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