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Nota di lettura a
Dimentico sempre di dare l'acqua ai sogni
Alfredo de Palchi
New York, NY, 23 gennaio 2009
Un apprezzamento per Francesca Pellegrino
Mi capita spesso di ricevere una raccolta di "poesie" in
cui ritrovo l'abituale andazzo della mediocrità o peggio. Probabilmente una
volta all'anno mi succede di leggere qualcosa di migliore in cui mi accorgo
che l'autore non ha usato la fretta. E ogni dieci anni un autore sconosciuto
brilla con un'opera che cattura subito la mia attenzione, che alle prime prove
è di dare acqua alla siccità nel mondo della poesia. Argomento di sempre del
sottoscritto – difficile d'accontentare come lettore e autore – sulla
situazione che l'esercito di parolieri presenta.
La decennale folgore è dell'anno scorso. Con
l'organizzatore della Libraria Padovana Editrice e con il sostegno della
Chelsea Editions si è fondato "Donne in poesia", piccola collana di
plaquettes, soltanto due per anno, distribuita in omaggio a editori redattori
scrittori associazioni letterarie e a chi la richiede. E sempre stata mia
opinione, per certuni errata, che la creatività femminile, in parte presa
sottomano nella valutazione, è emarginata molto più di quella maschile: la cui
autosuperiorità si evidenzia sminuita allorché l'opera di un'artista femminile
annienta quella proveniente dall'esercito di pretendenti. Infatti, la critica
finge di non accorgersene recensendo invece le solite nullità.
"Donne in poesia", diretta da Elisa Davoglio, idealmente è
lo spazio dedicato alle donne fino all'età di trentacinque anni che vogliano
sottoporre le loro brevi sillogi inedite. Proponendo le due selezionate,
stilisticamente e cromaticamente opposte, la folgore mi colpisce sulle strade
per Bologna e per Taranto E qui mi soffermo sulla poetessa
del sud perché di lei si tratta. Con L'Enunciato, Francesca
Pellegrino, di Taranto, fa l'iniziale capolino nel mondo stampato.
La prima raccolta, Dimentico sempre di dare l'acqua ai sogni,
è un'entrata chiassosa, che mi cattura per il linguaggio diretto, veloce, di
una femminilità che assimila e brucia il dramma della totale esperienza di
tinte chiare e fosche, a volte tenero, a volte gradasso per nascondere la
fragilità dell'essere, immaginativo, prepotente, qua e là surrealista e
volitivo quanto credo sia la personalità della poeta. Altri lettori abituati
al sonoro scialbo, sbagliando possono scambiare il suo frastuono armonioso per
prosastico. Tra poesia e prosa c'è l'arte della invisibilità che separa e
unisce. Soltanto il lettore progredito di sensibilità, non di quantità
libraria, è certo di quella invisibilità. Un altro aspetto della Pellegrino è
che non ripete il messaggio precedente perché lo stile, che le appartiene sin
dalle origini per naturalezza matura, varia per naturale animosità verso
canoni strausati.
Personalmente punto su questa prima opera sostenuta da una
Editrice che non chiede all'autore di professione geometra un contributo e, in
attesa, senza riserve, punto su quelle future. Con la certezza che anche ne
pubblicasse una dozzina, ciascuna opera, come quelle di grandi autori,
risulterebbe varia e di un tonale adatto al materiale che la randagia poeta
grida al deserto mentre disegna strade e viadotti che lei stessa per prima
pellegrina.
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