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Adriana Scarpa
da: Alchimie per una donna, 2000
Alchimie per una donna
Io volerò
attraverso
la bocca della candela, indenne falena.
(Sylvia
Plath)
Contratte a
cogliere i suoni le abbiamo lasciate
a fare e
disfare su rozzi telai brandelli di vita.
Senza volto né
nome
avevano cuori
d’argento da appendere alle volte
di grotte
scavate in anfratti
da seminare
nell’alveo di fiumi asciutti come vertebre
di mastodonti
in rilievo.
Furono mysterion
rinchiuso tra rozze pareti, negli occhi l’arsura,
in rigidezza
di membra tenevano serrate frenesie di palpiti, un fuoco che ardeva.
Le abbiamo
incontrate nei tempi di radici e tesori nascosti
nei raggi
argentati di ruote che incidevano dentro la terra i drammi, gli eventi
e graffiavano
a unghiate di fuoco le carni.
A spaccarle,
come pigne,
come frutto di
cocco,
ne uscivano
nettare e latte
dolcezze
impensate
sotto scorza
di pelle-smeriglio,
sotto grinze
di ataviche pene.
Da spaccati di
secoli si spande il loro lamento
che è stato
fragore di vene, rito, sentenza, un codice arcano
miniato su
arabeschi di vento, filigrana di Aracne in precario equilibrio.
Avevano ritmi
di lune e stagioni scandite da fasi di sangue,
da ventri
ingravidati e dovizia di seni.
Spaccarono i
corpi su durezza di zolle, sotto il cercine, come bestie da soma,
e il riscatto
era solo un
arbusto d’argento cui bruciare incensi e pietà.
Scolpite su
profili di roccia
hanno avuto
radici straziate, un urlo di lava saliva le visceri
da squarci il
magma fluiva su sciare di morte.
Furon letto di
foglie caduche, sottobosco, l’umore di terra
e rugiada
nell’alba
ma anche aroma
di fiori e fragranza.
Furon pane e
il sapore dell’uva e la bocca che prega e lamenta
furon grappolo
e spiaggia e coltello, piaghe aperte
e tradite beltà.
Le chiamarono
madri, amanti, sorelle circuendo il sentire del cuore
e strapparono
loro le vesti e strapparono loro le carni
anche
l’anima stava inchiodata
alle quattro
pareti del cielo.
Furono mani in
preghiera ed occhi di veglia, ginocchia piegate
e braccia in
forma di cuna a proteggere i loro tesori.
Le portarono
in giro pel mondo ricamate sopra vessilli
ma avevano
mani piagate e labbra di luna spaccata,
cancellato dal
vento l’amore.
Parole e
condanna. Silenzi e condanna.
Nei polsi
l’irromper di vene e bruciava la fronte
e l’affanno
frantumava i lembi del cuore.
Sin dai giorni
di Eva era stato:
sul paliotto
dipinte madonne
ma le ossa
spezzate
l’ansia ruga
sul volto.
Furon grida
taglienti
a salire da
tetti di canne
sangue bruno a
macchiare
le gore e
bufere
e tormenti e
ferite realtà.
Sempre esposte
alla folgore, al rito, alla luce radente di luna
han portato
sopra le spalle, loro sì, il peso del mondo
loro, i piedi
di tutte le genti, loro, i corpi sudati a cercarle
a squassarne
le viscere, rapinarne ogni fiato.
Sono state il
bottino di guerra da portare in catene sul carro
loro, schiave,
le lingue tagliate,
incapaci di
prendere il volo
ripiegarono le
ali sul petto a proteggere vulnerabile il cuore.
Sono state
sospiri e sussurri. Loro fiaccole accese di notte
loro fari a
risplender nel buio
e le grida dei
sogni ed il vento che si è fatto carezza.
A pensarle
tappezzano i muri, sono luce che splende sui vetri
si dilatano a
chioma di albero, sono foglie che cantano ed il fiore
sul fragile
stelo e la forza dell’erba che sconfigge stagioni
e ritorna.
Le ho
incontrate nel verde dell’alga
con smeraldi
negli occhi, con minuscole attinie in punta di dita.
Palpitanti.
Lo ho
ascoltate in notti di luna scioglier canti d’amore dolcissimi
eran l’ombra
tra i tronchi degli alberi, il lucore di stella
e la voce più
forte, più alta, carezzevole al lobo,
la vincente a
trafiggere il cuore.
Eran mani: han
posato carezze che lasciarono impronte di fuoco
e la pelle era
ruvida, dura
ma struggente
il gesto d’amore.
Io le ho amate
ed in esse l’essenza di me donna
che nel mio
tempo breve conservo memoria di quell’essere state
vene aperte,
riso lieve di mandorlo, un miscuglio di insonnia e fatica,
aggrappate al
bisogno di esistere
e
quell’ansia di dare e donarsi
col sorriso a
celare la pena.
Anche il tempo
si stanca
solo il cuore
resiste
con le rughe
fiorite
ed i gambi
spinosi di rosa,
braccia aperte
in segno d’accolta
e gli occhi
radiosi, la notte,
della luce di
lune inventate.
S’è
impigliata alla chioma dell’albero come sciarpa
la nenia del
canto - e resiste
di fanciulle
che furono
l’alone di
luce, una nota sperduta.
Le ho
incontrate scolpite nel marmo, dipinte ad affresco su volte ammuffite
processione di
vergini
su musaici di
sole.
Han lasciato
un messaggio di vita,
furon madri
dai fianchi larghi modellati in impasto di creta
e alchimie
sono state e il segreto per estrarre dal vile metallo
lo splendore
abbagliante dell’oro.
Han segnato
l’aria di sguardi
e le senti
ancora vagare le pupille-carezza sul corpo
e dan brividi
dolci alle carni.
Son presenze
nell’aria quando gonfian le nebbie
e le braccia
stan lì e le mani e le labbra di quelle che furono forme
che riconosco
per questo mio
essere la loro propaggine ultima
il cuore
rosso-memoria delle loro storie di vita.
Solitaria
coltivo giorni e cantilenando racconto
di antichi
profili, di ombre che ormai hanno scordato
la legge di
gravità
e tra i grandi
alberi vanno fluttuando di sera.
Sono una di
loro. Lentamente
le fibre del
mio corpo si sfanno, come piuma rosata
sfrùscio
segreta e domani qualcuno leggerà anche la mia storia
sul
pentagramma del tempo immutabile.
Anche le
assenze hanno respiro.
Incorruttibile
il fiato.
Voce, voce di
taciuti sorrisi. E ancora giorni verranno e notti nell’arcatura del cielo.
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