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Il silenzio della sfinge

Mi incutono pensieri e morsi
d'acute nostalgie le strade a sera
con facciate immobili
in attesa come a sfidare
il tempo e noi formiche nell'andirivieni
o nell'incontro casuale
con un vecchio amico: anni
che non ci si vede – siamo cambiati
coi nostri volti scritti
dalle intemperie mentre loro
le pietre sfidano i secoli
senz'anima né pensiero –
il silenzio della sfinge forse giova,
dovremmo tacere o simulare
indifferenza, ma è il cuore che porta
a consumarci dentro
con tutto l'amore o l'odio che racchiude,
sperando di vincere il tempo
circoscritto che non ama
l'uomo – anzi lo dissolve nella cenere
della sua fredda fiamma
ossimoro disperato,
ma gli anni che s'infrangono
oscurando volti e cose,
quando ci hanno scaldato?
Ci restano frazioni di futuro sole
con segmenti di retta luce,
amore in traiettoria verso l'infinito
o l'abisso dell'altrove
sfumato tra il nero e il bianco
di un volto ed un sorriso
tratti dall'incubo ricorrente sfocato
in una camera oscura della memoria
e poi un flash
nel passato – presente
infinito è l'amore nel reale del sogno
che ci accompagna sulla soglia del mito,
margine estremo della vita
che resta limite e varco
per quanto si è perduto.

La rosa scarlatta

(a Francesca di Carpinello)

Fra l'arco e la freccia
nel tempo s'insinua
la rosa scarlatta
ferendo lo sguardo
ispirando le menti più elette
con i toni del sangue
come un velluto setoso
e le spine sottili
le verdi foglie
ferisce il cuore più crudo
sfiorando i confini
dell'infinito orizzonte.
La perfidia perversa riprova
ad estirpare l'essenza racchiusa
in tanta bellezza mentre
neppure la bestia osa infierire
sui petali tenui dai toni
più accesi - specchio del vero
segreta armonia - e stremo confine -
eppure c'è ancora l'occhio distratto
che li calpesta o li deride
o peggio - blasfemo -
che li profana

A Lucio Zinna

Quando vivo la mia terra
e ne esploro i meandri perversi
rinasco nel suo mare che è vita,
ma è dopo ogni autunno che anelo
varcare quel ponte
che mi divide dalla terra più amata
quella dell'idioma dove
"dolce il si suona" ma si resta
legati al ceppo ed alla catena
noi isola persa nel tempo
ascoltando il murmure lento
della pioggia che a tratti
ci porta il sentore della fuga –
ristoro – inerzia – pensiero
impensato o finzione di stupidità
inebriante come un sole d'inverno
che colpisce sbiecamente
uomini e cose dentro la storia
matrigna, solerte soltanto
nel nascondersi per la paura
ancestrale dell'insidia e dell'avventura –
si smemora l'iride nelle fughe
improvvise mentre resta il timore
(o primitivo ricordo?) del sole
che s'insabbi nella linea del mare,
a sera, quando tutti vorremmo,
come orfani della madre terrena,
sicure braccia o certezze –
ma neppure di te poesia del futuro
si delineano sagome chiare, qui
la tragedia si fa effimera
e muore pure la gloria mentre
si resta in vita e fra le sue spire
e per chi fugge non sempre
si fa certa una liberazione:
resterà quel rancido desiderio
di un'antica dimora o di un amore
intravisto fra le maglie degli anni
o chiuso fra le mura del tempo
o abbandonato nel corso d'un fiume
senza foce né estuario,
qui pure le piante mancano
di linfa e frescura, di mano giusta
che di loro si prenda cura.

A Paolo Ruffilli

Memore di mare resta
la collina pietrosa come la poesia
che non s'acquieta quando circonda
a ridosso d'ogni avvenimento –
inviso ai numi mortali il tuo cogliere
alla sprovvista ogni nostro porto
privo d'attracchi per i nostri legni
zattere improvvisate per ogni avventura
di vita e di morte che irrompe
nel presente con tutto che si ripete
nel limite della nostra fragile carnalità –
infliggendo staffili alla speranza
miraggio d'arcobaleno infranto
nell'immagine collettiva d'un'oasi inesistente –
solo la tua forza d'acqua che sconvolge
resta infiltrandosi fra le viscere
del mondo sordo comunque alla giustizia
ambigua come l'amore che dona
e poi toglie lasciando sull'orlo
d'un precipizio la damma sprovveduta
che bela alla luna in cerca dell'ovile.
se il vivere a lungo vuol dire distruzione
meglio sarebbe allora fiorire
di bellezza estrema come la rosa
un giorno e poi finire pungendo
quanti la calpestano passando.

A Tommaso Romano

Fra le carte e le parole
si gioca la nostra sorte:
nel passato silente
nella remota intesa
fra vita e morte – l'alba
dilegua i sogni –
resta incontaminato
l'anelito della sera – presagio
d'infinita quiete –
oltraggio per chi trova
infinite morti
per la vendetta d'una sola notte.

Astutamente il dolore

Con gli occhi della mente
vedo l'altrove – il male che s'annida
sottile – il bene rinnegato
l'amore che spira controvento –
scorgo la pace inerme nel sogno
ricorrente
mentre la guerra si espande
nel cuore dell'uomo
senza vinti né vincitori –
sento i sorrisi ignari ed innocenti
i pianti degli emarginati
di quanti ci hanno preceduto
senza nomi né storia – resta
nel mormorio dei fiumi
il lamento dei popoli violati
l'eroismo dei grandi
la grandezza delle madri coraggio
l'inerzia delle menti sciocche
la trama di ragno dell'inganno:
sopra tutto il mistero
il baratro dell'atroce indifferenza,
il dolore che mai s'estingue
perché s'annida –astuto –
nella vita che si dissolve.
Piangono gli occhi della mente
quando scorgono prigioni dove languono
morendo
colpevoli ed innocenti.

La parola nasce dal DNA

La parola nasce dal DNA già malata
e ti presenta un conto da pagare
con spese di ricordi – ansie ripensamenti
fughe – ma la parola sfugge
sta ferma sul cuore o svolazza
dentro il nostro cervello,
farfalla impazzita
che non si può fermare neppure
sul filo d'un pensiero assente,
la parola poi diventa niente
o uccide se vuole o fa vivere
sull'orlo d'uno strapiombo,
sulla lama di spada
che s'intreccia col nulla
d'un cuore vuoto.

Eclissi

Nodi scorsoi i pensieri
corde le parole – malati i tramonti –
ombre non più rosa le albe –
il tempo sabbia che si riscalda
come nel deserto lasciandoci
col miraggio dei volti amati e persi
nell'oasi della memoria –
impervia strada solcata da tante dune –
inganno del vivere nella banalità
dei giorni con i versi dei grandi
intercalati alle prole nostre mute
ed inespresse che scivolano lente –
caparbi nei meandri del cuore
quando si dipanano nei fogli
o nello schermo d'un computer
acceso come un nuovo sole
che riscalda le ore più vere
perché restano incise pure
nell'anima delle cose – e noi
a sperare che l'uomo torni
al pensiero incorruttibile –
fuori dal suo deserto di gelo
nella notte di sabbia tempestosa;
nel giorno che si ripropone
fuliggine sanguinea il sole –
ultimo nutrimento la poesia
matrigna se corrode il cuore
e la mente offende – madre se solerte
accoglie l'anima inquieta
quando sentiamo della memoria
il nesso di quell'essere
presenza non richiesta e poi l'eclissi
nel balenio d'una luce di ricordo –
cuore di galassia quand'è notte
forse viene così la morte
passo lento nell'agguato –
guizzo di stirpe strisciante
o artiglio aquilino che ghermisce
la prole ignara che si pasce
nella pianura silente quando si scruta
l'orizzonte e il velo del reale
non più nasconde ma rivela
l'irrisolto dilemma –strappo di memoria –
storia che non s'acqueta
nella coscienza collettiva che ancora
geme e soffre per le ferite innocenti
nell'arco dei secoli raccolte per l'eclissi
che ottenebra – quando l'amore si dilegua
e svanisce nel nulla che ci circonda
e si fa pietra.

Scrivere è pregare

(dal telegramma di V. Vettori)

Sappiamo soltanto come il nostro pensiero
s'insinua lento ed insistente al cospetto
dell'Eterno,
ne avvertiamo la traiettoria che ci investe
nel silenzio di paura che ci prende
quando gli altri non rispondono a tono
o sono estranei al nostro intendimento.
Sappiamo e non possiamo
varcare
innanzi tempo la barriera che ci divide
da quella luce di verità che portiamo dentro –
prigioniera – e ritornare a raccontare
a quanti non sanno che scrivere
può diventare preghiera ma pure
disperazione, se il cuore e la ragione
non battono con lo stesso amore
con l'altro che si contorce con lambicchi
di parole vuote, nell'intento
maldestro di riscrivere una coscienza
umana – beffarda negazione di sé
e del mondo che rimane eguale
nella sua mistura d'odio – essenza
che non troverà adeguata rispondenza
nella preghiera che sentiamo infinita –
principio e margine d'ogni umano
intendimento.

Scrivere è proprio tutti, amare e disamare,
volere il bello e il brutto, tenersi monti e mare (...)
Ora mi salta in mente, non so come,
di dire a tutta questa gente che scrivere è morire.

Marino Moretti da: "Diario senza le date"

A Phillis Webb

Mi attanagli, Phillis Webb,
e nei tuoi versi trovo rispondenza,
mi liberi dai ricordi molesti
torridi come la morte
che ha allontanato con il canto
Duende – spirito
o fantasma, ma tu l'avevi cercato
nell'aria che sa di "saliva di bimbo"
che annuncia cose "appena create"
incontro separazione madre – vita
dolore – incoerente dilemma
amore: cercherò Lorca e il suo
duende e mi sarà donato
l'oblio degli dei per una speranza
di terrena festa – ancora avidi
siamo del mondo che senza sconti
né concessioni ci tiene
a mendicare ciò che non può donarci
in ogni luogo dove sentieri intrecciati –
serpeggianti come viscere
contratte dal dolore – nascondono
il canto universale.
Ti ho parlato, Phillis Webb,
con i simboli diletti alla mente
ed anch'io prendo la fuga
verso le spiagge nella luna piena
per non cercare l'acqua
delle sorgenti fattesi cattive,
comunque sia, mi liberi
dai pensieri molesti, balorde feritoie
per osservare compagni di viaggio
occasionali
panacea per tutti i mali
del quotidiano vivere sul filo-
inizio e fine che procede
curvandosi nel tempo
strappato con la forza del canto
racchiuso nella mente che si fa
cuore – eternità
nell'ignaro del poi –
inganno o prospettiva?
Comunque sia, non è ancora luce
né l'abisso certo.

autore
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