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La donazione De Poli

Museo d'arte medievale e moderna
Padova, Palazzo Zuckermann - 19 maggio-4 novembre 2007

Nella sala delle Esposizioni Temporanee di Palazzo Zuckermann è esposta la collezione di Paolo De Poli donata al Museo d’Arte Medioevale e Moderna di Padova dai familiari dell’artista scomparso nel 1996. Una trentina le opere esposte che però non raccontano appieno, qual è stata la storia di questo grande Maestro dello smalto, che nasce in una piccola frazione di Padova, Altichiero, nel 1905, e che ha studiato nel nostro Istituto d’Arte Pietro Selvatico, cesello e sbalzo.

Tra i primi oggetti esposti a Palazzo Zuckermann, vi è un piattino del 1936. Chiazzato di rosso-arancio in un spazio verde marezzato. E’ uno dei primi esperimenti del Maestro.

Ma cos’è lo smalto su rame? Questo materiale è costituito da sabbia di silice, aggiunta a carbonato di sodio, potassio e piombo misti a sostanze coloranti, cioè ossidi metallici, che fondono a circa 1400° centigradi, su un supporto che può essere di volta in volta diverso: oro, argento, rame o ferro. Lo smalto vetroso, invece, per le sue caratteristiche, è stato usato sin dall’antichità, per decorare e rendere preziosi gioielli, ornamenti sacri e arredi. Val la pena di ricordare, che la Basilica di San Marco a Venezia conserva la “Pala d’oro” opera bizantina realizzata a smalto.

In genere questo materiale vetrifica a 900° centigradi, ma la presenza di materie coloranti ne modifica il grado di fusione. Ogni smalto ha un diverso comportamento al fuoco. Questa tecnica si colloca tra quella del vetro e dell’oreficeria, e richiede tre parti distinte: il supporto metallico, lo smalto vero e proprio e il forno. Quest’ultimo è il vero fattore accelerante dello smalto. Ne realizza il processo creativo che è sempre una sorpresa.

Ma quali gli arnesi, o meglio, gli strumenti che si usano per lavorare questo metallo? Sono punte e compassi d’acciaio per tracciare il disegno, cesoie, forbici, trance per tagliare la lastra di metallo, ceppi di legno, banconi di ferro, incudini, bulini e ceselli per inciderla, martelli di legno e di ferro per batterla, pinze e morse per trattenerla, stampi, presse per darle forma, lime e mole per levigarla. Tutto questo ci porta a ricordare cos’era la bottega di De Poli, anzi “il laboratorio”, dove tutta l’attività era meticolosamente registrata su agende, dove anche le operazioni eseguite sugli oggetti erano registrate con l’ora e i tempi impiegati, numero delle opere smaltate, misure dei pezzi e ancora altro.

Malgrado la fama, la lunga attività artistica e le importanti commissioni per enti pubblici, De Poli si è sempre considerato “un artigiano”. Nella sua bottega “si impara un’arte, si impara un mestiere” era solito dire, e intorno agli anni sessanta cercò presso un istituto scolastico padovano un garzone di bottega. Questo “garzone” si chiama Gabriella Garbini che, figlia di ceramisti e orafi, allieva di Ambrogio Cocever e Mario Salmaso, per oltre vent’anni ha lavorato con il Maestro e ne ha raccolto gli insegnamenti che ancora porta avanti. Un lavoro duro, quello dello smalto su metallo a grande fuoco, che però anche una donna con grande passione e impegno riesce a fare. Non possiamo dimenticare, tra gli altri, il collaboratore e maestro Emilio Pattaro che per lungo tempo lavorò nella bottega di via San Pietro.

Ma torniamo alla mostra e parliamo di queste ciotole dai colori brillanti, dei piccoli vassoi macchiati di rosso, verde, giallo, dei vasi dal lungo collo verde smeraldo e viola cangiante, o di quelli panciuti rosa corallo o blu sfumati verso il verde acido e cipria chiaro.

Il Piccione turchese, come il Toro iridescente, frutto di un disegno del 1962 di Gio Ponti, sono anch’esse opere di indiscusso pregio, e le silhouette così stilizzate appartengono alle “famiglie di animali” tanto care al Maestro.

De Poli ebbe una lunga frequentazione con artisti, come il già citato Gio Ponti, Fulvio Pendini, Casorati, Martini, Campigli, Severini, con i quali lavorò per le decorazioni dell’Università di Padova. Progettò assieme a Ponti i grandi pannelli per le navi Conte Grande, Giulio Cesare, Conte Biancamano e piccoli oggetti di rame smaltato, frutta, animali, gatti neri e diavoli, che venivano donati agli ospiti.

Nella donazione sono presenti in mostra tre singolari formelle smaltate: Lo stemma di Padova, quello della Provincia e una prova d’autore della formella per il Collegio Don Nicola Mazza.

Potremmo parlare a lungo di questo Maestro, schivo, eccezionale e molto generoso nei confronti anche della sua città.

La mostra, che chiuderà il quattro novembre prossimo, merita una visita.

Padova e il suo territorio, 129/2007

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