Servizi
Contatti

Eventi


Intervista a Patrizia Fazzi

29 gennaio 2014


Pubblicato da in Interviste

Ci parli di lei

Sono nata e vivo ad Arezzo. Dopo la maturità classica, ho conseguito la laurea in Lettere a Firenze, avendo la fortuna di dare esami con docenti universitari di grande livello sia nelle discipline linguistico-letterarie che storico-artistiche , da Giovanni Nencioni a Francesco Mazzoni, da Alessandro Ronconi a Rosario Villari e tanti altri. In particolare ho frequentato per quattro anni le lezioni di Giorgio Luti, laureandomi con lui nel 1975 con il massimo dei voti e lode. Per alcuni anni sono stata sua collaboratrice presso la cattedra di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea, ponendo qui le basi per la mia attività di critica letteraria. Contemporaneamente ho iniziato la professione di Docente di Materie Letterarie e Latino negli istituti superiori, proseguendola con impegno e passione fino al 2007. Durante l’attività didattica ha svolto funzioni di tutorato, collaborazione e progettazione culturale mirati a sostenere il processo formativo individuale degli allievi e a stimolarne l’interesse e la creatività in tutti i linguaggi della comunicazione.

Ho pubblicato fin dal 1976 saggi critici in miscellanee e riviste letterarie e varie raccolte di poesie: Ci vestiremo di versi, 2000, Dal Fondo dei fati, 2005, La conchiglia dell’essere – Poesie per Piero della Francesca, 2007 (ristampata nel 2009 in edizione ampliata e anche in lingua inglese, The Shell of Being), Il filo rosso, 2008, L’occhio dei poeti, 2011. Ho ottenuto numerosi premi e riconoscimenti, portando le mie poesie oltre i confini provinciali e anche nazionali, in particolare presentando le poesie per Piero della Francesca a Roma (Ambasciata d’Austria), Parma (Teatro Regio) e a Montecarlo nell’ambito del Mese della Cultura e Lingua Italiana 2012, su invito della Società Dante Alighieri.

La poesia per lei è importante?

Si, è una dimensione in cui vivo stabilmente ormai da anni, quasi un abito mentale che mi accompagna ogni giorno. E’ una sorta di “malattia” sorta dall’età dell’infanzia quasi inconsapevolmente, divenendo pian piano uno sguardo attento rivolto prima a me stessa e poi sempre più al mondo intero, in tutte le sue epifanie naturali e sociali, eventi, incontri. Scrivere una poesia è uno atto vitale, uno strumento espressivo e comunicativo che mi mette in contatto con la parte più interiore ed essenziale della vita, quella degli affetti, sentimenti, emozioni, riflessioni che si agitano nel silenzio del nostro ‘io’ e che vorremmo tenere nascoste anche a noi stessi, tra “piume di ritrosia”.

Io invece cerco di captare, ascoltare queste voci, osservare ogni aspetto della realtà naturale che mi ‘stupisce’, traducendoli nel ‘laboratorio della parola’ con quelle formule magiche strane che si dicono ‘versi’ e che danno vita ad testo poetico, quasi una creatura nuova nata dalle viscere del dolore e dell’amore. Una creatura che ha aspetti tutto suoi, inamovibili e definitivi, e che da allora comincia il suo viaggio, spesso sotterraneo e misconosciuto, a volte eterno, come i versi di Orazio, Dante, Leopardi, Ungaretti.

Quello che mi rammarica è che oggi, sommersi nel baccano mediatico e spesso aggrediti da immagini ripetitive e finalizzate per lo più a fini commerciali e consumistici, la società nel suo complesso abbia perso questa dimensione di dialogo più razionale e insieme interiorizzato con se stessi e con i valori etici che il linguaggio poetico sintetizza ed esprime, direi quasi consacra.

Il poeta che persona deve essere?

Il poeta è una persona come tutti, solo che ha questa attitudine e capacità di ‘leggere’ la vita, di ‘guardarla’ e ‘ascoltarla’ in profondità e di inventare immagini e ritmi usando la lingua in modo nuovo, inusuale, incisivo, musicale, di creare una struttura testuale, breve o lunga, che utilizzi tutte le potenzialità semantiche, foniche, simboliche di cui ogni codice linguistico costituisce un infinito repertorio ( e la nostra lingua italiana in particolare..). Ma chi vuol scrivere una vera poesia deve essere prima di tutto padrone degli strumenti linguistici e stilistici, lettore e conoscitore dei testi poetici antichi e moderni, essersi a lungo formato attraverso lo studio e l’interesse verso tutte le discipline ed occorre esercizio, molto esercizio. “Ci vogliono tre minuti e una vita per scrivere una poesia” ha scritto Proust. Poeti si nasce, forse, ma poi non ci si improvvisa, occorre passione ed umiltà, ardore e costanza, fede e consapevolezza.

Se dovesse parlare che cosa è la poesia e spiegare come nasce la poesia, come affronterebbe il tema?

La poesia nasce quando meno te lo aspetti, mentre cammini, sei in treno o in macchina, sulla spiaggia o in metropolitana, ma è lo sguardo mentale con cui ti lasci catturare e sommuovere dalla realtà che ti fa sentire “parole salire alla labbra” e accendersi d’improvviso, per cui devi fermarti e subito scrivere, su qualunque pagina o foglio che ti è vicino, quelle parole che arrivano da un ‘altrove’ e, se non le catturi al volo, poi ti sfuggono. Personalmente ho scritto poesie dovunque e a tutte le ore: a volte, come si intitola una mia poesia, arrivano “come un tornado”, altre volte si annunciano “nel pulviscolo dei gesti”, mi scorrono addosso come un’onda elettrica sottile che si scarica solo quando l’esigenza di scrivere si concretizza, portandosi dietro tutte le emozioni accumulate magari per mesi in seguito ad un evento.

Il suo ultimo libro come si intitola?

Il mio più recente libro è L’occhio dei poeti, Edizioni del Leone, 2011, Prefazione di Paolo Ruffilli. E’ una raccolta suddivisa in varie sezioni che abbracciano tanti aspetti della vita di tutti e sempre meno della mia, se non filtrati fino a far scomparire l’aspetto autoreferenziale e dare ai testi una dimensione universale e soprattutto un intento civile. Credo fortemente che la poesia debba recuperare quella dimensione e finalità etico-sociale che ha avuto nel passato e che ha purtroppo perduto nell’attuale panorama culturale per il confuso accavallarsi di voci e immagini per lo più superficiali ed effimere.

E’ un libro dedicato a tutti i miei alunni e ai giovani, per i quali ho una particolare preoccupazione, e rivolto, come i precedenti, al lettore, in una ricerca di scambio, di condivisione, di dialogo a distanza. Ho tentato, con umiltà ma anche consapevole del mio ruolo di voce poetante, di puntare l’attenzione di chi vorrà leggerlo su quel contrasto tra ordine e disgregazione, tra cosmos e caos in cui ci dibattiamo tutti noi esseri viventi, “vitanauti” con davanti tante prospettive di bellezza naturale e morale e risucchiati nello scorrere del tempo e dei casi imprevedibili, a volte eroi coraggiosi e a volte meschini attori di copioni altrui. Ci sono sezioni dedicate a famose opere d’arte, alla natura, a personaggi famosi, ai drammi della storia individuale e collettiva. In appendice una lunga composizione dedicata alla storia d’Italia e intitolata “E un mosaico l’Italia”.

La cosa a cui aspiro di più e è di far si che la poesia, mia e di altri ancor più validi di me, sia ascoltata dal vivo, durante una presentazione o un recital teatrale, magari supportata da scenografie e brani musicali che ne esaltino la caratteristica di testo a metà tra quello musicale e quello teatrale, dove però sia la parola che rimane la principale protagonista, con tutta la sua sonorità e valenza significativa di messaggio che parla della vita e della storia, con tutte le loro contraddizioni ma anche tutta la “tremenda bellezza”.

Concludo citando i versi della poesia che da titolo al volume:

L’occhio dei poeti guarda lontano
l’occhio dei poeti vede nel buio
non si perde,
l’occhio dei poeti sa la direzione,
buca le mura di gesso
le porte blindate dei cuori,
l’occhio dei poeti non si stanca
è inafferrabile vento,
imprendibile sguardo,
tutto a sé trascina…

L’occhio dei poeti
non perderlo di vista:
perditi con loro,
guardalo e ti ritroverai.

rubrica


Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza