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Una mattina al
Caffè Pedrocchi
Intervista a Cesare Ruffato
Spesso la mattina
capita d’incontrare il poeta, prof. Cesare Ruffato seduto ad un tavolino del
celebre Caffè Pedrocchi, intento a leggere o a conversare amabilmente. Inizio, quindi,
questa mia breve intervista ponendogli alcune domande:
Cosa rappresenta per te il Caffè
Pedrocchi?
Considero il Caffè Pedrocchi un luogo significativo per la
mente e per gli studi, per questo motivo ritengo impossibile che un giovane
abbastanza serio e studioso possa dimenticare il Caffè Pedrocchi, un’appendice
di riposo e di frequentazione rispetto alla magnifica Università di Padova, dove
io ho compiuto tutti gli studi di Medicina e successivamente di
specializzazione.
Quali amici ti ricorda?
Mi
ricorda la frequenza e la compagnia di persone importanti, significative,
professori, con i quali fuori della cattedra si poteva parlare proprio con
amicizia ed affetto ed improvvisazione. Ricordo in particolare il prof. Folena e
molti altri, dei quali però la sola pronuncia del nome mi commuove e quindi la
evito per tenere il loro ricordo stretto nell’intimo del mio cuore, finché avrò
vita.
Tu sei, oltre che Medico – hai due libere docenze, una in radiologia e
un’altra in radiobiologia – un poeta molto conosciuto non solo in Italia, ma
anche all’estero, vorrei, quindi, chiederti quando in te è scaturito l’amore per
la poesia?
La mia passione per la poesia c’è sempre stata. Nel mio
primo libro, credo s’ intitolasse Tempo senza nome, c’era già una
specie di difesa rispetto al grande significato della poesia, quello per cui il
tempo della frequenza non ha un nome, non ha date e quindi vive nella mente e
nell’aria come simbolo d’eternità.
Sei un poeta di grande sensibilità e ricercatezza linguistica, è stato
faticoso per te raggiungere determinati risultati?
La
ricerca linguistica è sempre stata per me un moto, un movimento, un vero
percorso, fatto di pensieri successivi, cogitazioni successive, ipercritica
successiva. Anche nei numerosi libri di poesia, che negli anni ho pubblicato,
c’è sempre stato linguisticamente un qualcosa di certamente nuovo, diverso,
anche se riaffioravano di frequente i ricordi dei luoghi della mia infanzia,
della mia vita, degli studi che avevo compiuto.
Nella poesia tu hai portato anche la tua dimensione di studioso di
medicina, si può dire che tu l’abbia arricchita di termini medici?
Più
che di termini medici, direi di termini scientifici. Ho sempre amato la lingua
greca, che ha creato tutta la terminologia scientifica e in particolare quella
medica, era inevitabile che questa lingua antica divenisse per me non solo
materia di studio, ma soprattutto di scrittura.
Tu
hai scritto libri fondamentali in dialetto, ricordiamo il notissimo
Scribendi
licentia, quale rapporto ti lega al dialetto?
Io
ho sempre considerato il dialetto la prima lingua dell’infanzia. Si crede che
l’infanzia non abbia una memoria forte, in realtà l’infanzia e quindi la lingua
infantile, è il momento fondante della memoria di termini, di luoghi, di momenti
di vita fondamentali, piacevoli, significativi che io ho, tra l’altro, sempre
richiamato e inserito nei vari testi.
Come vedi ora il mondo della poesia?
E’ un mondo che credo si stia sfasciando, in quanto stanno
scomparendo figure importanti di scrittori. Si scrive poesia ogni giorno come si
scrive una lettera, un biglietto, un sms, invece la vera poesia è un cimento
dolorosissimo con la lingua, non è una “canzonetta”. Ritengo, inoltre, che molti
giovani leggano poco e studino poco. Questo è molto pericoloso. L’educazione e
gli studi sono fondamentali per portare avanti una vita di scrittura e di
letteratura.
Vedi maestri sul piano poetico?
Ogni scrittore è
già di per se stesso un maestro, perché se non ti confronti con la scrittura,
con i termini, con le parole, non ti puoi cimentare anche in momenti
innovativi della scrittura poetica. Il ciclo degli
studi che si compie o si è compiuto è importante come stratificazione logica
verbale, per innovare anche le modalità di scrittura. Tutta la poesia si è
innovata in sé, anche se consideriamo la Divina Commedia, vediamo come nella
stessa, dall’inizio alla fine, vi siano, da un punto di vista linguistico, dei
continui mutamenti, delle modifiche belle, importanti, fondanti. Nel percorso di
scrittura si deve approfondire proprio la preparazione verbale.
Per te il poeta ha quindi una grande responsabilità?
Direi che
ha un’enorme responsabilità perché deve affrontare tematiche nell’aspetto
critico, sia buono, sia terribile .La poesia è sempre, infatti, un momento
critico del soggetto e del mondo che lo rappresenta.
Come
vedi il mondo femminile nella poesia, visto anche che nella collana che dirigi
(Elleffe, Marsilio) compaiono molti nomi di autrici?
Il
femminile è il momento fondante della vita, del pensiero,e soprattutto della
bellezza, perché domna è colei che crea, che mette al mondo. Vi sono
inoltre, in questo momento, diverse voci poetiche femminili veramente
interessanti su cui vale scommettere.
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rubrica |
| L'intervista |
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Ruffato, Cesare
autore: Raffaella Bettiol
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