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Antonietta Benagiano
Il mio "io" si è dovuto porre spesso interrogativi dolorosi
"Le Muse", giugno 2010
Antonietta Benagiano, ha scritto Michele
Cristella a proposito del suo più recente libro di racconti Focolari (Wip
Edizioni 2009), “ha un modo di raccontare fatto di improvvise accensioni; la sua
poetica, il suo messaggio al lettore non viene da uno scavo dei personaggi, né
da una logica stringente, ma da un balugino, quasi una magia”. Se questo forse
può valere, talora, per la narrativa, dal linguaggio quanto mai elegante ed
immediato, puntuale e per certi versi dialogante, nella poesia gli sviluppi
emotivi ed i messaggi si rivelano fonti esemplari di riflessione ed occasioni
per far rinascere in chi legge il gioco dei ricordi legato al tempo che ha
marchiato di sé il nostro Io suggerendo verità magari inattese ed aperture in
direzione dell’Oltre e del sogno.
E’ chiaro pertanto che la scrittura di
Antonietta Benagiano ha il pregio, indiscutibile, dell’impegno e dell’ascolto,
di una visione non circoscritta della realtà, di una profonda e intrinseca
capacità di evolversi in direzione della luce che proviene dal proprio Io,
quanto mai meditativo, votato prima di tutto a interrogarsi su ogni e qualsiasi
momento e perché del vivere sia dal punto di vista sociale che intellettuale.
Da anni ormai, Antonietta Benagiano dà prova di
sé nel circuito non facile della letteratura di casa nostra; e lo fa coniugando
orizzonti aperti e sorseggiando raccolti guanciali di indugi e smarrimenti,
senza, comunque, mai perdere di vista l’arricchimento culturale che si
accompagna giornalmente ad ogni lettura o rilettura del tempo che corre, di
quanto ci condiziona e ci dà modo di non chiudere i confini alle attese.
C’è da dire che Antonietta Benagiano dal 1998
(anno della uscita del suo primo libro di poesie Appunti al tramonto) ad oggi
ha dato alle stampe una quindicina di opere, frutto in gran parte di premi
editoriali e concernenti anche la narrativa, la saggistica e il teatro. Inoltre
ha curato diverse antologie anche bilingue e quadrilingue ed ha collezionato non
pochi riconoscimenti alla cultura ed onorificenze da parte di Accademie e di
Istituti prestigiosi come l’ICI di Napoli alle cui attività partecipa.
Non dimentichiamo, poi, che della sua intensa
attività letteraria si sono occupati scrittori e critici di prim’ordine, a
cominciare da Giorgio Bárberi Squarotti.
1. Cosa chiede alla poesia, alla vita, al sogno?
La vita come sogno/aspirazione ad un quid, come
sentimento che dal profondo prorompe volo di pensiero, è unità in me, soggetto
che chiede di esistere nell’accezione di verità, mettendo al bando recitazione e
finzione, la vita non vera, occasione vissuta solo nell’involucro apparente.
L’Io non può non essere costruzione che dà un senso all’esistenza, volto alla
verità, ad un ideale più che al vacuo sogno, ad una espressione autentica di sé,
e pertanto la poesia, come la vita, non deve essere guscio vuoto. Ma nella richiesta che la triade sia quel
tutt’uno bisogna avere anche il coraggio della sconfitta.
2. La realtà, assai spesso negativa, condiziona
in un certo qual modo il suo Io di donna e di scrittrice?
Certamente il mio Io ha in sé, come essere
pensante, oltre agli elementi della sua specificità, quanto gli è derivato dal
rapporto con gli altri, generalmente poco gratificante, talora molto faticoso.
L’Io si è dovuto porre spesso interrogativi dolorosi e, non volendo rinunciare
alla sua specificità, ha dovuto accogliere la sofferenza anche come rimando
dall’Io/mondo, dove a trionfare non è certo il positivo. E la scrittura,
rispecchiamento dell’Io, porta i segni di una realtà che ferisce per la
lontananza dalla verità, per il ridursi degli spiragli di luce, dell’aggancio
dell’essere umano ad un ubi consistam.
3. Ha mai pianto nel vedere e nell'ascoltare un
bambino che soffre, un vecchio che si sente abbandonato, un barbone che si
affida all'alcol per dimenticare?
Mi appartiene poco questa manifestazione
emotiva, spesso esaurentesi senza lasciare traccia di quel sentire che ci fa
immedesimare nella condizione dell’ Altro e mettere in atto qualche possibile
forma di azione concreta. Taluni piangono a certe visioni, tornano dopo poco
dimentichi. Deboli e derelitti restano in me riflessione dolorosa per prepotenze
e abusi subiti, per la solitudine di chi è considerato soggetto ‘inutile’, per
la fragilità di cui ogni essere umano può, in qualsiasi momento della sua
esistenza, essere preda. Ciò che maggiormente sento è la mia impotenza, quasi
come colpa.
4. Crede nel futuro, visto che ha fatto muovere
i suoi personaggi di Anormalità normale, un romanzo dalle tinte forti e
orchestrato con grande perizia espressiva, vivono di ambivalenze e ambiguità
anticipando quasi un divenire, come lei stessa ha scritto nella premessa, "di
inarrestabile negatività"?
Il futuro è solo nell’ ‘Essere che sempre è’,
tuttavia, come una composizione chimica è il risultato degli elementi
componenti, il nostro futuro non può non essere di inarrestabile negatività se
le Potenze continueranno ad avere mire di business, celate sotto apparenze di
programmi umanitari, se nei riguardi della natura agiscono come après nous le
déluge, se ciascuno si fa essere ‘anomico’ che “risponde solo a se stesso e non
sente nessuna responsabilità nei confronti degli altri” (R. Maclever)
continuando a pensare che è solo il proprio particulare a riguardare. E’ questa
la generale anormalità, da sempre presente nell’uomo, quindi normalità, da cui è
difficile liberarsi sia come soggetto singolo che collettivo, maggiormente nel
nostro tempo che ha perso la coscienza della colpa dell’ambiguità, delle ferite
che infligge al prossimo, poiché allo specchio ciascuno guarda solo se stesso. Rispetto all’anno di composizione del romanzo la
situazione sembra oggi peggiorata per l’avanzare della crisi economica che rende
tutti più ‘rabbiosi’, costringe anche certe categorie sociali a fare i conti con
tutto il superfluo ritenuto necessario, ed i diseredati, che sono cresciuti di
numero, col necessario venuto a mancare.
5. Qual è il suo mondo ideale e il colore al
quale si affida per cercare "un pianeta / dov'è lingua fida lo sguardo / ogni
colore bellezza... / un pianeta senza sofismi" di sorta?
Il mondo ideale richiederebbe una trasformazione
del Dna dell’essere umano che non mi sembra rientrare nelle possibilità.
Possibile è in noi, nella pur difettosa volontà umana, l’impegno a uscire
dall’Io microcosmo serrato in sé, sia singolo che collettivo, in modo da attuare
un’ apertura all’Altro che non si risolva in finzione, da portare avanti un
progresso -di per sé questo è senza connotazione di positività o negatività-
che non macini rovine e morte, neppure malessere.
6. C'è un motivo specifico che l'ha spinta a
dedicarsi a Simone Weil ed a realizzare uno studio davvero esemplare,
giustamente definito da Giorgio Bárberi Squarotti "molto vivo e suasivo,
scritto, com'è, con tanta passione e tanta dottrina"?
Ammiro quanti rendono unità il dire et faire e
impostano teorie frutto di esperienza. Se Marx fosse stato fra i proletari,
meditando sulla natura umana, sui tanti che anelavano a farsi anch’essi ‘lupi’,
non ne avrebbe proposto la dittatura, gli sarebbe forse venuto il sospetto che
per ridurre ingiustizia e diseguaglianza si sarebbe dovuto agire su un versante
diverso. Ho riflettuto inoltre su taluni meritevoli di
fama – la Weil è una pensatrice di alto livello che ha analizzato con grande
lucidità non solo il suo presente e prefigurato scenari che si sono poi
verificati –, i quali, non solo in questo tempo in cui le cose sembrano nel
merito andare a rovescio, posposti in vita rispetto ad altri di minore valore
–emblematico nell’Ottocento il caso di Foscolo e Monti –, hanno avuto post mortem
la meritata fama. Non mi sembra che ciò sia accaduto a Simone Weil – gli stessi
francesi, nel menzionare i loro pensatori illustri del Novecento, spesso si
dimenticano di lei, facendole torto –, ho voluto, pertanto, riproporre, nel
centenario della nascita, la Weil, del cui pensiero lo stesso Giorgio Bárberi
Squarotti, in una lettera a me indirizzata, dice di nutrirsi. E non abbiamo tutti noi, non hanno le nuove
generazioni necessità di nutrire lo spirito divenuto troppo debole?
7. Esiste ancora il sentimento del focolare
domestico in questa nostra società che privilegia l'apparire, in cui trionfa
l'egoismo e l'amore ha il profumo dell' usa e getta, o quasi?
Quando il pensiero è “debole” ed il relativismo
imperante, difficilmente il sentimento può essere di tale forza da costruire un
focolare domestico che non si spenga al primo vento allettante sia uomini che
donne. Amore è anche responsabilità che mal s’accorda con la concezione di vita
volta alla leggerezza, alla fruizione veloce del piacere senza impegno, ad un
consumismo che ha investito anche la sfera affettiva. Una regola invertita che
lascia, però, ancora spazio a belle eccezioni dove il bene alimenta il focolare,
un paritario proporsi dell’uomo nei riguardi dell’altra parte, della gestione
familiare. Bauman parla di amore “liquido” come soluzione
abbracciata dalla nostra società, ma esso, a lungo andare, non può non lasciare
nel soggetto destabilizzanti risvolti psichici, non portare addirittura ad un
ossessivo concentrarsi dell’ Io su di sé, sfociante talora anche in azioni molto
pericolose. La soluzione sta nell’ equilibrio della parte materiale e spirituale
dell’essere umano, ma è difficile da attuarsi nell’acquisizione della nuova
forma mentis.
8. Come vorrebbe fermare il tempo, il suo tempo
di donna e di scrittrice che non teme il confronto e che ama leggersi dentro?
Fermare il tempo è il titolo di un racconto
della omonima raccolta edita dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. In
esso sono a confronto una coppia di decenni ormai lontani e un’altra dei nostri
giorni che, pur mantenendo, almeno al momento, il legame e anelando alla sua
continuità, non riesce a dare all’amore quella esclusività che ha reso all’altra
possibile ‘fermare il tempo’. Personalmente cerco di fermare il tempo alla
dimensione di un’esistenza autentica che non si accorda magari con la
scorrevolezza ma che sento mia e nella vita e nella scrittura, dato che questa è
piena di un Io che è vita di sé non disgiunta dal mondo oggettivo.
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rubrica |
| L'intervista |
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Benagiano, Antonietta
autore: Fulvio Castellani
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