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L'interrogarsi poematico di Veniero Scarselli

Lo Spicciolo, 30 Settembre 2005

Com’è riuscito a passare dalla ricerca scientifica alla poesia?

Aver fatto lo scienziato sperimentale fino a pochi anni fa incuriosisce tutti. Ma io ho sempre scritto poesie, fin dalla tenera età e quindi anche quando facevo ricerca scientifica; evidentemente la dimensione poetica è sempre stata presente dentro di me. Bisogna però aggiungere che più tardi essa si è fusa con la “forma mentis” dello scienziato formando una sintesi che a detta di molti è assai produttiva; l’abitudine dello scienziato a porsi instancabilmente domande su tutto, ha orientato certamente anche la dimensione poetica verso una forma di riflessione, che ho chiamato, appunto, “poetica”. A un certo punto però ho capito che la spietata specializzazione della scienza moderna mi stava stretta, non poteva darmi le risposte esistenziali che io m’aspettavo quando mi ci ero tuffato con tanta passione, quali ad esempio la transizione misteriosa dalla materia inerte alla sostanza vivente, e allora l’ho lasciata. Ora la poesia è per me un continuo interrogarsi sui perché della nostra esistenza, l’origine della vita, l’amore, la morte, Dio, il rapporto fra anima e corpo; insomma ho trasferito alla poesia la mia innata inclinazione all’esplorazione del mondo e di noi stessi, la mia ansia di risposte esistenziali che la scienza non mi dava. E’ stato facile quindi abbandonare un campo ormai sterile per un altro molto più fruttuoso. Infatti, il regno della poesia è il regno del “verosimile”, ogni metafisica è possibile, non c’è più il timore che una teoria sia smentita da un’altra.

E’ importante per Lei vivere appartato nel proprio eremo di Pratovecchio? Perché?

Posso dire che fin da ragazzo ho condotto una vita alquanto solitaria, lontano dal baccano della moltitudine, con uno o due amici al massimo; non mi sono mai piaciute le amicizie superficiali, quelle che vanno e vengono senza lasciare tracce nel cuore e nella mente. Negli ultimi decenni questa inclinazione si è trasformata nel bisogno di vivere nel silenzio della natura rifiutando tutti gli allettamenti della società dei consumi per gustare i semplici valori della vita; ora mi bastano gli affetti familiari. Sicuramente il silenzio di cui sono circondato ha influito anche sulla mia scrittura, perché da quando ho compiuto questo passo la mia produzione è stata letteralmente vulcanica; ma è soprattutto la mia idea di poesia, che è maturata assestandosi su una poetica e uno stile ben precisi.

Recentemente ha raccolto in un unico volume dal titolo Il lazzaretto di Dio tutti i poemi da lei in precedenza pubblicati singolarmente a partire dal 1988. Cosa l’ha spinta ad effettuare una simile iniziativa editoriale?

Due motivi. Il primo è la mia incoercibile incapacità di accontentarmi di ciò che scrivo; era quindi fatale, che col passare degli anni le mie opere, specialmente quelle più vecchie, non mi piacessero più così come le avevo scritte. Come si può lasciare ai lettori delle cose che necessitano di correzione o addirittura di rifacimento? Così, i poemi che appaiono in questa “opera omnia” hanno lo stesso contenuto degli originali, ma lo stile è molto più limpido e “pulito”. Il secondo motivo è l’età che avanza, con la paura di dover lasciare (non si sa mai!) al giudizio dei lettori delle cose imperfette.

Il poema in sé e per sé costituisce una forma letteraria di non sempre facile presa. Anche Lei, del resto, ha ricevuto delle risposte negative da parte di alcuni editori che vanno per la maggiore. Cos’è, pertanto, che L’ha spinta ad insistere e addirittura ad accelerare il passo in tale direzione?

La convinzione che il pubblico è sazio di un genere che gli desta poco interesse. Il minimalismo e il frammentismo, infatti, per giunta conditi spesso con l’ermetismo o i funambolismi linguistici delle cosiddette “avanguardie”, non possono soddisfare il bisogno di interrogativi e di chiare risposte esistenziali, mentre per sviscerare a fondo i problemi dell’uomo d’oggi occorre una trattazione articolata che li esplori in tutti i loro aspetti particolari. A mio avviso solo il poema narrativo o il romanzo lirico rispondono a questo bisogno, dato che hanno il potere di avvincere il lettore con una storia, o comunque col filo conduttore di un discorso di per sé importante. Io voglio parlare a tutti, andarne a scovare i problemi, le ansie, i dolori, le speranze. A che serve la poesia, se non è un punto di riferimento esistenziale e morale?

E’ anche vero, d’altra parte, che un discorso articolato che svisceri profondamente un tema o una storia richiede maggior impegno che non leggere una piccola poesia; può darsi quindi che il poema non sia di facile presa per chi è abituato ad esaurire il proprio bisogno di poesia con due o tre piacevoli immagini; ma io mi rivolgo a quei lettori di buona volontà che cercano soddisfazione in un vero libro unitario, non in una raccolta di singoli pensierini che si possono leggere aprendo la raccolta a caso. Comunque, per facilitare l’orientamento del lettore dentro i miei poemi, e premiare il suo impegno, ho scelto di suddividere la materia d’ogni libro in numerose lasse; queste, come i piccoli capitoli d’un romanzo, permettono al lettore di soffermarsi a rimuginare il dettaglio appena letto, ma che è parte integrante del tema più grande trattato nel poema.

Qual è la maggiore difficoltà che ha incontrato nel dedicarsi alla poesia epica, ovvero nel “riconferire alla poesia una voce che sembrava aver perduto”, come ha ben scritto Giancarlo Oli?

Nessuna difficoltà. Si vede che questo modo di esporre i miei pensieri o di raccontare una storia mi è del tutto congeniale. Ma in fondo può farlo chiunque sia padrone della lingua e di un vocabolario che non sia quello immiserito degli “sms”, e soprattutto che abbia qualcosa da raccontare: la crisi della poesia di oggi non è crisi di forme, ma di contenuti. E’ inutile arrampicarsi sugli specchi per cercare forme strambe di versi, nuovi improbabili accostamenti di parole, misteriosi geroglifici da iniziati; tutto ciò non è altro che un velo per nascondere la propria povertà di pensiero, di emozioni, di linguaggio. I poeti di oggi sembrano ingessati in un conformistico vuoto di contenuti che impedisce loro di guardarsi attorno e cercare nuovi motivi di ispirazione, magari anche in territori finora considerati disdicevoli alla poesia. Ma in quale Vangelo sta scritto che l’orrido, l’osceno, il disgustoso, il macabro ecc. siano territori vietati alla poesia (ma non alla prosa!), se sono percorsi e sublimati da un’idea morale che li riscatta?

C’è un poema, fra i tanti che Lei ha scritto e riveduto, che ama in modo particolare e che sente più suo ? I motivi.

Intanto, come un buon padre, posso dire che amo tutte le mie “creature”. Confesso pure – senza falsa modestia – che quando per caso mi capita di rileggere un mio poema, sono spinto irresistibilmente a continuare la lettura fino alla fine; ma questa è un’esperienza che provano quasi tutti i miei lettori. Però c’è, effettivamente, un poema che mi sta più a cuore perché contiene più degli altri la mia visione della vita e ciò che penso del Male e del Peccato. E’ Il Palazzo del Grande Tritacarne, una descrizione visionaria, allucinata, dei mali del mondo, della malattia, degli ospedali, del corpo e dello spirito. Inoltre, la prima convulsa stesura di questo libro l’ho gettata in foglietti di appunti mentre assistevo mia moglie durante e dopo un grave intervento chirurgico, essendo spettatore delle sue sofferenze e di quelle di tutti i suoi compagni di sventura. Ma nonostante tutto il suo pessimismo, il libro indica anche la speranza che tutto il dolore del mondo sia solo la via necessaria per liberare lo spirito dal corpo e renderlo degno della Luce Divina.

Lei ha ricevuto moltissime testimonianze critiche, ma qual’è, a Suo avviso, il critico che maggiormente è riuscito ad entrare nei perché del Suo Io e della Sua poesia? I motivi.

Oh Dio, sono molti quelli che anche solo in una recensione hanno dimostrato d’essere in sintonia con le mie visioni; ma se devo limitarmi a quelli che mi hanno “anatomizzato” in lungo e in largo in una estesa monografia, posso dire che Gianna Sallustio ha fatto una bella e lunga analisi emotiva, da poetessa; Rossano Onano, che è un acuto psichiatra, ha scavato nel mio inconscio scoprendo i motivi profondi nascosti nel contenuto dei miei poemi; Vittoriano Esposito ha effettuato una vasta e dettagliata analisi letteraria; Federico Batini infine ha esaminato l’opera confrontandola con la figura umana e la mia vita personale. Ma non posso trascurare Mario Sansone: anche se non ha scritto un vero saggio monografico, è stato il primo a radiografare il mio pensiero filosofico e questo, da pensatore dilettante quale sono, mi è molto caro.

Perché non si è mai dedicato alla narrativa in prosa e non ha ancora raccolto in volume i tanti saggi ed interventi critici da Lei pubblicati su giornali e riviste letterarie?

Non amo la narrativa in prosa perché a causa della sua “diluizione” mi pare meno efficace della poesia: a me non riuscirebbe di dire con mille parole ciò che potrei dire con dieci; mi viene dunque spontaneo solo il linguaggio concentrato della poesia. Quanto a raccogliere in volume recensioni, saggi e interventi vari, non so a chi possa interessare. Lo farò, forse, quando alla fine della vita non avrò proprio... altro da pubblicare. Una sintesi, invece, dei saggi che ritengo più interessanti come guida per leggere e capire a fondo i miei poemi l’ho inserita con l’opera omnia nel già citato “Il lazzaretto di Dio”.

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