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Dopo Milano, bisogno di lago
Gli anni Sessanta visti da un bar letterario

Roberto Cutaia
Eco Risveglio, 10 novembre 2010

Verbania - Vive a Pallanza Wilma Minotti Cerini l'autrice del libro dal titolo emblematico Ci vediamo al Jamaica recentemente pubblicato da Albatros. Un libro tra fiction e realtà che rende omaggio a un pezzo di scoria della cultura italiana degli anni Sessanta. L'abbiamo incontrata nel suo appartamento ricco di luce quasi a sorvolare il lago, arredato con gusto e sapidezza, dove vive insieme al marito Livio Cerini di Castegnate.

«Era una di quelle sere giuste, tutto concorreva ad armonizzare l'atmosfera distesa della città finalmente vuota...» E' l'inizio di Ci vediamo at Jamaica. Che cos'è il Jamaica? «Il Jamaica è il posto mitico della Milano letterario-artistica del dopoguerra. La vita del Jamaica inizia nel 1911, quella artistico-letteraria nel dopoguerra, grazie a Elio Mainini figlio della proprietaria detta "mamma Lina", che trovandosi vicino a Brera organizzò il premio denominato "Premio Post Guernica". Diventando di fatto il "luogo" degli artisti dell'avanguardia da Lucio Fontana ad Enrico Baj, da Gianni Dova e Roberto Crippa a Cesare Peverelli, insomma c'erano i nucleari, gli spaziali, i dadaisti e i surrealisti».

Altri personaggi? «Beh! Andava Ernesto Treccani figlio del fondatore della Treccani, i grandi fotoreporter Ugo Mulas, Carlo Orsi, Mario Dondero, Alfa Castaldi, e poi il noto Piero Manzoni con la famosa "Merda d'artista" che allora aveva suscitato grande scalpore. Registi come Mario Soldati, Visconti, il poeta Salvatore Quasimodo, Luciano Bianciardi, Allen Ginsberg, Dino Buzzati, Dario Fo, Umberto Eco».

Lei cosa ci faceva al Jamaica? «Conobbi il Jamaica negli anni Sessanta quando avevo vent'anni mi ci portò un'amica giornalista. Di solito andavo la sera prima di rientrare a casa oppure la domenica andando a visitare Brera». Cosa preferiva sorbire quando si trovava at bar Jamaica? «Essendo astemia solo analcolici, il più delle volte semplicemente dell' acqua».

Ha nostalgia di quel tempo? «Le epoche sono sempre irripetibili, quello del Jamaica fu un bellissimo periodo. Era l'unica realtà italiana paragonabile all'atmosfera bohemienne parigina. Tra i frequentatori c'era un forte senso di amicizia e di solidarietà, spesso quando un artista cominciava a far strada di frequente offriva il pranzo agli amici». Preferisce Milano o Verbania? «Sul Lago Maggiore ci sono sempre stata, facevo le vacanze da mia sorella che aveva una casa a Cannobio. Si guardavano le poche luci italiane contro quelle svizzere, anche se però da noi si vedevano le stelle. Ricordo che al "Milano" avevamo una piccola barca a vela. Un giorno fummo vittime del forte vento e fummo riportate a riva trainati da un'altra barca». Perché ha scelto Verbania? «Verbania perché l'aria di Milano era irrespirabile. Avevo bisogno di un tuffo nella natura, avevo bisogno degli alberi. Quando vedo la Luna passare verso la sponda lombarda la sera è uno spettacolo bellissimo straordinario, un'emozione bellissima». Da quanto tempo vive a Pallanza? «Da circa tre anni. E poi a Verbania tutto è molto più facile c'è una attenzione verso il cittadino molto curata. E poi la bellezza del posto tutto concorre a rendere la vita piacevole. Il cittadino ha una sua dimensione in cui ci si sente protetti per certi versi». Per concludere con "Ci vediamo al Jamaica" ha voluto, diremmo conservare uno spaccato della Milano mitica? «Sì, avevo iniziato a scrivere questo libro circa vent'anni fa e di recente presentandolo appunto al Jamaica sono venuti in tanti, alcuni anche frequentatori di quel periodo. È stato motto bello».

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Mercoledì 13 ottobre 2010, alle ore 17:00, a Milano al Caffè Jamaica in Via Brera 32, viene presentato il libro di Wilma Minotti Cerini Ci vediamo al Jamaica. La straordinaria vita artistica e bohèmienne milanese degli anni Sessanta (Edizioni Gruppo Albatros-Il Filo). Il ricavato delle vendite in occasione della presentazioni andrà a favore di "Medici senza frontiere".


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