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Intervista a
Patrizia Fazzi
sul suo libro
Dal fondo dei fati

Arezzo Il settimanale
18-25 settembre 2009

Roberto Donati

Patrizia Fazzi, insegnante e poetessa aretina, si racconta: nella nostra intervista.

Come si evince dalla pregevole introduzione di Giovanna Vizzari, “avido di emozioni da comunicare, il verso di Patrizia Fazzi è privo di oscillazioni leziose e bizzarre: la sua parola è calda, serena, naturale, semplice e innocente: un’esigenza di verità dove sono, sì, gli spasimi dell’impazienza, gli ingorghi dell’ineluttabile quotidiano, i guasti dell’oggi, i pentimenti. Ma anche le sublimazioni e le seduzioni dei nostri anni nell’urto con la sua generazione.”.

Nata ad Arezzo, dove risiede, Patrizia Fazzi ha a cuore la didattica – intesa come parola, scritta e orale – prima della poesia. La sua poesia, difatti, nasce anche da esigenze comunicative e la forma e i contenuti della didattica, beninteso opportunamente rielaborati in senso finemente artistico, occupano un posto nucleare all’interno delle sue tracce poetiche.

Commoventi in questo senso, dalla raccolta Dal fondo dei fati (Edizioni del Leone, 2005), non l’ultima in ordine cronologico, le liriche dedicate agli alunni di alcune sue classi, soprattutto quinte superiori, “gocce cariche di vita vivenda / […] / piante cresciute tra i banchi e l’uso del gerundio” pronte a disperdersi nel mondo con l’augurio di “un’ombra di me che forse vi ripari”.

È la silloge tutta, tuttavia, a essere gravida di quel sentimento del mistero poetico che, illuminato in particolar modo da un nume su tanti altri (Mario Luzi), scioglie le tensioni reali di Patrizia, le sue aspettative, le sue speranze in canti ora dolenti, ora leggiadri, ora accorati dove, “dal fondo dei fati” appunto, sorge forse un’unica ma possente certezza: la parola è poesia, la poesia è vita, la vita è amore.

Da che cosa e con quali modalità scaturisce principalmente la tua poesia?

La mia poesia scaturisce dalla vita, mia e degli altri, dal mio sguardo e ascolto rivolti a me stessa e alla realtà insieme: una sorta di specchio in cui si riflette il vissuto, la natura, il mondo nella sua globalità. E’ come se avessi un’antenna sempre accesa, che a tratti, quando meno me lo aspetto, inizia a vibrare e mi fa salire parole alle labbra e allora devo subito mettermi in ascolto di questo segnale e prendere un foglio – il primo che capita – e una penna e scrivere di getto quello che arriva da un ‘altrove’. Questo non significa che tutto nasca solo in quel momento, anzi, può essere spesso solo l’ultimo atto di un processo di visione, di una serie di pensieri ed emozioni incamerati in precedenza e che, come ho scritto in una poesia di Ci vestiremo di versi, “d’un tratto affiorano/giusti e veri” nel linguaggio poetico, secondo una modalità in primo luogo musicale, forgiando la lingua e il lessico alle esigenze semantiche e ritmiche. In realtà sembra semplice, ma non lo è affatto, anzi la semplicità espressiva è un punto d’arrivo… Come ha detto un grande poeta, “ci vogliono tre minuti e una vita a scrivere una poesia”.

Cos’è dunque, per te, la poesia? e la tua poesia?

La poesia è per me la più alta forma di espressione e comunicazione del pensiero e dell’anima: può apparire eccessivo, ma occorre riflettere sulla forza e incisività di un testo poetico, che derivano dalla sua ‘brevitas’, dal ritmo, dalla capacità evocativa di ogni parola, dall’estro inventivo che si libera in ogni immagine, dalla sua struttura inamovibile che ne facilita, se è ben scritto, la memorizzazione e quindi la fruizione. Tuttavia la poesia raggiunge il suo culmine di valorizzazione non quando viene letta da soli in un libro, ma quando viene ‘detta’ ad alta voce davanti ad un pubblico: è un testo a metà tra teatrale e musicale, tra il copione e lo spartito e, come tale, necessita di uno spazio e di un contesto adeguati.

La mia poesia è un dono, a me stessa e agli altri, un atto vitale, liberatorio, catartico, è stata e rimane un’ancora di salvezza, una dolce medicina che vorrei offrire a tutti, è il mio modo di dare voce all’amore e al dolore, alla bellezza e al dramma, di cercare una risposta al mistero del nostro quotidiano, appeso alle speranze, ai sogni, agli ideali, ma esposto anche a tutte le intemperie e imprevisti che dobbiamo saper affrontare.

Come nasce questo amore e questa fiducia assoluti nella Parola?

L’amore e la fede assoluta nella parola nascono dalla certezza che non esiste altro mezzo più perfetto, duttile, variegato, onnicomprensivo per esprimere il nostro pensiero, le nostre emozioni e sentimenti. L’umanità ha iniziato il suo cammino di differenziazione dal mondo animale proprio attraverso l’invenzione del linguaggio e senza la lingua non potremmo esprimere né comunicare nulla anche in campo scientifico o storico-filosofico. L’odierna società iperbasata sulle immagini e sulle tecnologie sembra aver dimenticato che senza la lingua tutto crollerebbe: le lingue uniscono e dividono i popoli e saper usare la parola è anche oggi, come ai tempi di Demostene e Cicerone, uno strumento indispensabile in ogni campo, da quello politico a quello pubblicitario. Oggi che, almeno nel mondo occidentale, l’analfabetismo è debellato, saper usare e cogliere ogni sfumatura della nostra bella e ricchissima lingua italiana dovrebbe essere un obiettivo ambito da tutti. La poesia è, in questa prospettiva, il settore dove la parola raggiunge le sue massime possibilità d’uso libero ed etico (naturalmente se non è prosa spacciata per poesia…) ed ha un suo linguaggio specifico, una sua ‘tecnica’ imprescindibile. Basterebbe fare una ricerca e uno studio più attento dei messaggi pubblicitari – come ci siamo divertiti a fare con alcune mie classi – per scoprire che lì sono presenti tutte le figure retoriche e gli artifici stilistici usati dal poeta: solo che, in quel caso, il fine è esclusivamente commerciale e alla parola sono unite le immagini o le musiche. Il testo poetico invece è fatto solo di parole che trovano in sè la loro musica e forza evocativa e in questo senso ogni parola è un universo.

Nella composizione delle tue liriche, appare come centrale la tua attività didattica: che ruolo ha svolto?

L’attività didattica è stata centrale nella mia vita, un’esperienza umana che mi ha dato tanto e in cui spero di aver trasmesso l’amore per lo studio, la conoscenza, la creatività. Ho scritto varie poesie dedicate ai miei studenti, definendoli ‘tenere pianticelle’ ed esprimendo chiaramente l’affetto per loro, la tensione a comprendere e sorreggere il loro mondo interiore in fase di crescita, a volte difficile e contraddittoria. Ma questo è stato solo un aspetto del mio relazionarmi con l’esperienza poetica, iniziata quando ero anch’io una ‘tenera’ e timida adolescente con mille incertezze. Nella scrittura ho trovato una risorsa importante per sciogliere o quanto meno esprimere i nodi esistenziali e sociali, uscendo allo scoperto almeno con me stessa davanti al foglio bianco. Poi lo scrivere poesie è divenuto un’esperienza totalizzante, onnivora – come lo è in effetti – e si è estesa a tutti gli aspetti non solo della vita mia, ma di tutti, spaziando sui temi più disparati.

Scrivi “Basta un verso, sai, per ritrovarsi / e riacciuffare l’anima sull’orlo dell’abisso”. Verso che pare anche autobiografico, ma di strettamente autobiografico, ambito che pure si respira in lontananza, la tua poesia ha ben poco. È forse un messaggio lanciato nel vuoto comunicativo della nostra società sull’orlo, se non già di là, dell’abisso?

Lo spunto autobiografico è innegabile per ogni artista o compositore, ma la mia poesia è divenuta sempre meno autoreferenziale, evitando il più possibile narcisismi o virtuosismi : ho cercato di ricorrere ad un linguaggio scandito, capace di coinvolgere il lettore, in modo che egli potesse naturalmente riconoscersi nelle mie poesie, trovando in esse anche la ‘sua’ voce : la prima sezione di Dal fondo dei fati e il percorso che si snoda nelle varie sezioni di questa raccolta sono diretti proprio a vivere il ‘mestiere’ di poeta – ancorché poco remunerato – in funzione comunicativa, civile, l’unica che, secondo me, giustifichi questo “accostare briciole di lingua sul foglio”, andando a capo dietro all’”onda montante del cuore” ma cercando di guardare il mondo in faccia, la realtà dentro cui stiamo tutti. Scrivere (e leggere) un verso “per ritrovarsi”: un tentativo di offrire “un parapetto di parole” contro l’abisso della ‘tabula rasa’ del pensiero. Di questo credo che ci sia estremo bisogno nell’attuale società – decisamente impoetica – specie nei confronti delle più giovani generazioni, sempre più indifese dall’assedio dei mass media, delle parole urlate, dei cellulari factotum, dei drink notturni. Io ho una grande fiducia nelle risorse e nella sensibilità dei giovani, ma vanno educate, guidate, sorrette da buone letture, indirizzate verso obiettivi personali e collettivi: a questo ruolo concorre la famiglia, ma anche la società e in questo senso c’è bisogno anche di poeti o meglio della parola poetica.

Scrivi ancora : “Scoprire che siamo, / o meglio ‘eravamo’, / anche un quadro, una sedia, / uno scorcio di sole / dall’angolo di ‘quella’ finestra.”. La nostalgia è una forma reale, quotidianamente percepibile di poesia?

La nostalgia si affaccia sempre nel testo poetico: è un modo per elaborare un lutto, un distacco, un ricordo amaro o anche dolce: tutto questo fa parte della vita e negare o rimuovere il dolore non serve, meglio trasformarlo in versi: “lacrime scritte sono i versi/ che la mano raccoglie,/liquefatte parole/depurato tormento”. Spesso ho scritto poesie con le lacrime agli occhi o oppressa da un dissidio irrisolvibile e farlo è stato terapeutico, ma la poesia può esprimere anche la gioia di vivere, la forza di reagire, la bellezza della natura, la perfezione dell’arte, il fascino di un paesaggio cittadino…Con la poesia, ripeto, si può parlare di tutto, collude e interagisce con la filosofia, la storia, la psicologia, l’arte…è una forma intuitiva di conoscenza, emozionale, essenziale, ma proprio per questo più efficace ed incisiva.

Perché leggere e scrivere ancora poesie, oggi, nel 2009?

L’umanità ha cominciato il suo cammino letterario con la poesia e questa forma espressiva non finirà mai di essere viva ed attuale, anzi, dopo la ‘morte della parola’ decretata nei decenni passati, oggi si torna a rileggere i grandi maestri, come Dante, che, senza computer, ha concepito e scritto una ‘summa’ del sapere e della storia della sua epoca, con sconcertanti tratti di universalità ed attualità uniti ad un uso sapientissimo e libero della lingua italiana, elevata a ‘volgare illustre’. Non scordiamo che è’ alla grande e ininterrotta tradizione letteraria italiana che si deve in parte la nostra successiva unità politica. Ancor oggi la voce dei poeti – quelli veri – dovrebbe essere più ascoltata, letta, commentata, anche criticata, ma costituire, come un tempo, un punto di riferimento privilegiato rispetto a tanti miti illusori imposti dall’industria mediatica. Il poeta ha la capacità, e direi anche il dovere, di farsi ‘coscienza“ di una generazione o di una collettività, ma deve lottare contro spinte sociali che tendono a far consumare più che pensare, indebolendo le nostre energie interiori e lasciandoci spesso fragili, mezzi ciechi e sordi di fronte alle bellezze del creato e dell’arte. “Risorgeranno parole / e si faranno nel silenzio pensiero” recita una mia poesia ed io questo mi auguro, citando il grande Giorgio Caproni : “Chi legge un vero poeta legge se stesso”.

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