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Ippolito Nievo
Il padovano che influenzò Tolstoj


Intervista a Paolo Ruffilli

© Il Gazzettino, 2 marzo 2011

Sergio Frigo

Un libro di Paolo Ruffilli ricostruisce la vicenda umana e politica del grande patriota e scrittore a 150 anni dalla sua tragica morte.

Il 4 marzo di 150 anni fa, in un naufragio indebitamente ammantato di mistero al largo della costa sorrentina, moriva uno dei protagonisti del Risorgimento, un grande scrittore e forse l’intellettuale più lungimirante e consapevole dei problemi e delle prospettive del nascente stato italiano. Parliamo di Ippolito Nievo, nato a Padova il 30 novembre del 1831 e vissuto tra il Friuli, Mantova, la Toscana e Milano, autore di quelle Confessioni di un italiano che – pubblicate dopo la sua morte – raccontarono la difficile "costruzione" degli italiani ed ebbero grande influenza sulla letteratura successiva.

Non a caso il poeta e letterato trevigiano Paolo Ruffilli, nel suo nuovo romanzo dedicato a Nievo L’isola e il sogno (Edizioni Fazi, € 17.50) ha messo in esergo una frase del patriota veneto ("Tutte le grandi gioie si somigliano nei loro effetti, a differenza dei grandi dolori che hanno una scala di manifestazioni molto variata") che è certamente la matrice del famosissimo incipit di "Anna Kerenina", di Lev Tolstoj, sulle famiglie felici e infelici.

Ruffilli, che lavora sulla figura di Nievo da almeno una decina d’anni, ha scritto un "romanzo storico" in cui «nulla è inventato ma tutto è immaginato», in cui si mescolano «passioni romantiche, vitalità esistenziale e slanci patriottici, amicizie ed amori, esperienze letterarie e avventure politiche». Nievo lo affascina, dice, «per le sue qualità di intellettuale e combattente che ha sacrificato la vita per il suo ideale dell’Unità d’Italia, per la sua travagliata educazione sentimentale, ma soprattutto per la sua modernità: è ancora un eroe romantico, ma è già attraversato dalle inquietudini e dalle contraddizioni tipiche dei decenni a venire».

Cosa sarebbe potuto diventare, se non fosse morto meno che trentenne?

«No, lui fa parte della schiera dei "precoci" che muoiono giovani dopo aver fatto tutto entro i 30 anni».

Forse la sua consapevolezza dei problemi che investivano il paese che si stava creando, in particolare dei rapporti fra classe dirigente e popolo, ne avrebbero fatto un grande esponente politico...

«In effetti lui aveva già capito tutto con largo anticipo, in particolare il fatto che ad impadronirsi politicamente dell’Italia era stata la parte peggiore del paese, politicanti senza scrupoli e "faccendieri", parola coniata proprio da lui. Lui ne aveva fatto esperienza già in Sicilia, dove Cavour aveva mandato in avanscoperta dei mafiosi per suscitare dei torbidi e organizzare attentati destabilizzanti; e dove Nievo stesso verificò con mano lo spirito corruttivo introdotto dalle imprese del Nord per gestire liberamente i propri affari».

Nel suo romanzo si parla anche molto d’amore...

«Lui lo visse su tutti i fronti, da una madre molto amata, passando per le tante passioni travagliate, ma soprattutto per l’amore impossibile per la moglie del cugino, Bice: un rapporto di grande intensità intellettuale e di estrema modernità, che gli permise di tratteggiare nei suoi scritti personaggi di grande spessore psicologico. E tutto questo ebbe grande influenza in particolare su Lev Tolstoy, che si faceva leggere i suoi romanzi da una traduttrice, e che usò alcune delle sue idee anche in Guerra e pace, oltre che in Anna Karenina».

Nasce padovano e diventa italiano anche lui, come il Carlino Altoviti delle Confessioni?

«Certo, visse in pieno tutte le sue ascendenze e le sue esperienze: si sentiva al tempo stesso veneto, legato al Friuli, ma anche profondamente italiano. Aveva un senso molto moderno dell’italianità, tanto da rimproverare al Manzoni l’incapacità di accettare il fatto che essere italiano significava essere un mix di culture e lingue diverse».

Sulla sua morte si sono proiettate a lungo le ombre di un complotto della destra piemontese per liquidare la sinistra garibaldina: lei che idea si è fatto?

«In realtà i documenti di bordo di due navi che incrociavano dalle parti di Punta campanella, dove sono naufragate centinaia di navi, non lasciano adito al sospetto. E poi i famosi documenti amministrativi sulla spedizione dei Mille, che egli trasportava, erano una copia degli originali conservati a Palermo».


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