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Intervista a Veniero Scarselli

Vernice nr. 45/2011

Sandro Gros Pietro

La poesia ha dei territori in comune con la scienza?

E’ quasi impossibile che ne abbia propriamente con la Scienza; il suo linguaggio fantasioso è incompatibile col rigore razionalistico di questa. Può averne invece moltissimi con la Fanta-Scienza, dove il Poeta può fare gustosissime scorribande vestendo il camice dello scienziato pazzo, figura arcinota nella letteratura fantastica. Se poi serve anche ad ironizzare sulle magnifiche sorti e progressive, è ancora più divertente. Io ne ho fatto uso ed abuso, come si può vedere nella sezione antologica.

Scrivere poesie può essere considerato un mestiere, come fosse l’insegnamento?

La scrittura di qualunque cosa, anzi, la creazione di qualunque cosa, arte o scienza che sia, è soprattutto operazione di mestiere; il Mestierante (la parola non sconvolga le delicate orecchie dei poeti) si alza al mattino non proprio all’alba, centellina il caffé e si siede (orrore, orrore per i poeti del sentimento) alla scrivania, pardon, al computer; all’ora di pranzo si concede una deliziosa mangiata rilassante, poi inizia a digerire sonnecchiando davanti alla TV; a pomeriggio inoltrato si rimette alla scrivania e quando è nuovamente vinto dal sonno cerca invano di svegliarsi con un film della TV fino a notte fonda. Ma, avendo tanto sonnecchiato, ora il Mestierante non ha più sonno, quindi spera di conciliarselo facendo a letto un po’ di moine alla moglie e infine ci riesce con un po’ di parole incrociate o un articolo scientifico di Biologia.

A parte questo rituale quotidiano, la mia sublime creatività segue questo metodo: dopo la prima confusa idea che mi frulla nella testa per settimane o mesi – i benpensanti la chiamino pure intuizione – viene il lavoro del Mestierante, che tuttavia è davvero la fase più lunga e importante in quanto egli comincia a pensare razionalmente all’architettura dell’opera e inizia a buttar giù sulla carta il primo nucleo di pensieri e il primo schema (ma si può fare anche su tela, marmo, numeri, o teorie, secondo la specialità del Mestierante). Segue poi lo sviluppo in profondità ed estensione del tema rigorosamente monotematico e degli argomenti correlati, talvolta buttandoli giù anche alla rinfusa via via che vengono le idee, finché non sia ancora chiaro il punto di arrivo e sia in grado di dare alla sequenza dei pensieri una coerenza e giustificazione logica. Infine c’è la fase ancora più lunga della ripetuta limatura, finché anche il più allenato Mestierante non ne può proprio più, e allora l’opera è (forse) finita. Dico forse, perché a distanza di mesi ed anche di anni è fatale che il Mestierante Perfezionista ci ritorni sopra con penna e calamaio.

Dò naturalmente per scontato che in tutto questo lavorio ci si avvalga del computer. Tuttavia questa bellissima macchina ha il difetto di mostrare l’opera pagina per pagina, sicché risulta molto difficile controllare ciò che si è già scritto nelle pagine precedenti o in quelle successive. Passata la fase eruttiva, in cui le idee si affastellano una sull’altra ma in modo già abbastanza ordinato, io sono solito fare delle copie cartacee di lavoro su cui scrivere a penna, modificare, aggiungere, o tagliare; poi riporto il tutto sul computer per farne una seconda copia cartacea, e così una terza, una quarta, fino ad esaurimento delle correzioni (e sfinimento dell’autore finalmente soddisfatto e felice). Fra l’una e l’altra lascio riposare il lavoro per diversi giorni o qualche settimana, quindi la compilazione di un libro dura mediamente due o tre anni. E’ un metodo che vale soprattutto per la poesia poematica, ma farebbe sicuramente bene anche a quella minimalista dei molti poeti frettolosi, purché non sia la sillabazione di un M’illumino d’immenso. Credo sia una leggenda metropolitana l’esistenza di persone dalla penna talmente sicura da buttar giù un’opera lunga senza neanche una revisione, come fa invece sicuramente qualche Speedy Gonzales dei minimalisti. Ma io purtroppo non sono capace.

Il poeta deve proporsi dei riscontri di gradimento e deve, per conseguenza, preoccuparsi di conquistare i gusti dei lettori e dei critici?

Ci sono certamente anche coloro che vivono e scrivono preoccupandosi di essere graditi ai lettori e specialmente alle giurie dei premi. Ci sono diversi modi per compiacere costoro. Uno può essere di trattare argomenti di attualità, civili, politici, cronaca nera; un altro di parlare di prati in fiore e di cieli azzurri; un altro di toccare sentimenti universalmente sensibili come maternità o filialità; un altro – il più ridicolo – è dedicare la poesia a qualche mostro sacro; in ogni caso la cosiddetta libertà dell’invenzione poetica va a farsi benedire. Ma il più insensato di tutti è dedicare la poesia a qualche amico per ingraziarselo; naturalmente interessa solo a lui e in tal modo si infrange il più essenziale dei comandamenti: la fruibilità universale della comunicazione, oltre alla libertà creativa. Non essendo tuttavia un delitto né l’uno né l’altro dei modi, chi ne riceve vantaggio si diverta pure, anche se non interessa a nessuno. A me piace inventare le mie storie senza ingerenza di alcuno o alcunché.

Il poeta dovrebbe proporsi anche dei contenuti etici e civili?

Quanto ai valori civili, è prevalente il giudizio sulla loro validità nel tempo: se il poeta aspira ad essere eternato dalla Storia, dovrebbe tener presente che i valori civili, come quelli politici, vanno e vengono e non sono certo i principi fondamentali cui dovrebbe ispirarsi. Tutt’altro vale invece per i principi etici, che mi permetto di accomunare a quelli spirituali; la poesia sarebbe indegna se celebrasse il trionfo del Male sul Bene, ma anche se più semplicemente rendesse simpatico il Cattivo di una storia. Intendiamoci: una storia può parlare anche dei Cattivi e delle più orribili perversioni, purché faccia seguire almeno un indubbio, magari commovente, ravvedimento. La letteratura, l’arte, e perfino la filmografia, sono piene di simili storie, dove il Cattivo è sempre il Brutto, e alla fine vince il Buono e il Bello.

Ma fra i valori etici e spirituali io metto anche tutte le qualità che rappresentano l’esistenza dell’Uomo immerso nell’universo fisico o metafisico: esattamente quelle messe in risalto dalla poesia geo-epica. Sono stupito che non sia sentito dalla coscienza comune il bisogno così antico e naturale di una poesia sostenuta da tali valori. Si parla sempre di crisi, ma raramente si dice che è esclusivamente crisi di contenuti: non si sa più cosa dire, e allora si ripetono cose fritte e rifritte, talmente minimali da essere insignificanti. La poesia dovrebbe invece dire cose nuove e di alta portata morale, fare una nuova e originale rilettura del mondo, dato che per sua natura potrebbe godere di una persuasività così folgorante da indurre il lettore ad esclamare sorpreso: Toh, è proprio vero! Dobbiamo insomma decidere se aspiriamo ad una poesia degna dell’essere umano consapevolmente etico e spiritualmente ricco, o ad una poesia ridotta a passatempo, sfogo, esercitazione, espressione di ovvi sentimenti.

Molti si chiederanno quali siano i contenuti così alti e importanti da corrispondere a questi requisiti, dal momento che i grandi temi si possono contare sulle dita e sono ormai diventati banali: Dio, amore, morte, e appena qualcos’altro. Ma la risposta è semplice: oltre ai suddetti argomenti, di cui peraltro si possono fare tante riletture personali e originali quanti sono i poeti sulla Terra, qualsiasi storia o tema, anche apparentemente banale o addirittura ritenuto dai benpensanti indegno della poesia, può dare spunto ad una riflessione esistenziale, morale, filosofica, o religiosa.

Battiamoci dunque per una poesia seria. Anche a costo di apparire ridicolo, sostengo davanti a tutti che la poesia deve essere una missione; voglio anzi lanciare l’appello che essa riesca a ricuperare il ruolo che nei millenni ne ha fatto un punto di riferimento esistenziale, e che la figura del poeta possa riguadagnare la dignità estinta del Vate. Chi non sente dentro di sé il valore di questa missione è meglio che stia a casa.

Il poeta dovrebbe schierarsi politicamente, come fece Dante, all’interno delle fazioni politiche dei tempi suoi?

Poesia e politica sono contenuti certamente incompatibili: l’una è pura, l’altra è sporca; l’una aspira all’Assoluto delle sue formulazioni, mentre dell’altra si può dire che non esista attività più labile e transitoria, e per di più mercenaria in quanto i suoi assunti e i suoi propositi sono guidati fondamentalmente da sordidi interessi finanziari. Con questo non è escluso che anche il poeta, in qualità di persona e cittadino, possa avere una sua visione politica seppure generalmente utopistica, e possa anche parteciparvi attivamente; ma mai con componimenti poetici, che suonerebbero impuri oltre che effimeri. Chi ci ha provato non è mai finito bene e nessuno più ricorda la sua poesia. Lo stesso Dante è un esempio paradigmatico: nella sua Commedia è poeta ovunque, meno che nei tratti in cui cita le sue beghe politiche.

Il poeta deve vivere il mondo oppure deve vivere la poesia? C’è differenza?

Il poeta vive il mondo e nel mondo, lo contempla, lo respira, lo beve, lo mangia, lo gode, lo patisce, lo crea e lo ri-crea: la Poesia è ri-creazione del mondo attraverso lo stupore dei suoi occhi, quindi la sua poesia è lo stesso nuovo mondo da lui vissuto con la fantasia. Dunque non vi è differenza.

Se l’Eros è manifestazione di poesia, i poeti che sublimano l’Eros in forme mistiche o ideali sono inferiori, uguali, o superiori a quelli che lo praticano nella carne?

La mia idea è che in una poesia onesta anche l’Eros carnale sia la ricerca di una mistica esperienza del Divino. Similmente, le visioni dei mistici avrebbero sempre origine nell’Eros carnale, altrimenti, tutti quelli che le hanno avute dovrebbero essere considerati dalla scienza medica psichicamente disturbati. Se si considera l’Eros da un punto di vista biologico, è chiaro che il suo vero ed unico fine è l’appagamento sessuale, ovvero l’orgasmo; ebbene, l'estasi indotta dall'orgasmo sessuale, lungi da essere soltanto un semplice premio per indurre l'essere umano alla procreazione, ha in sé qualcosa di sacrale che ne nobilita la funzione procurando una breve ma intensa esperienza del Divino; talmente intensa da far perdere la coscienza a chi la viva nei modi e nello spirito di una sincera e appassionata unione d’amore col proprio partner. In questo senso, ed entro determinati limiti, mi pare che tale concezione sia allineata perfino con la più recente rivalutazione della sessualità da parte della Chiesa. Non si tratta infatti di una peregrina provocazione letteraria: l'orgasmo sessuale, obnubilando ogni percezione del mondo esterno, produce seppur brevissimamente un'estasi squisitamente interiore che per quel che si sa è indistinguibile dall’estasi mistica. Pertanto i poeti che sublimano l’Eros in forme mistiche raccontano la loro esperienza consapevolmente, mentre quelli che l’hanno vissuta carnalmente (diciamo pure animalescamente) la raccontano in modo ingenuo e istintivo così com’era, senza analisi né approfondimento e tanto meno sublimazione; ambedue però raccontano un loro tentativo, consapevole o inconsapevole, di avere esperienza del Divino.

Quasi tutte le culture, tribali o civilizzate, hanno probabilmente intuito questa verità e hanno pertanto sempre rivestito di sacralità l'atto sessuale istituzionalizzandolo nel matrimonio vero e proprio, oppure in cerimonie collettive orgiastiche o in riti magici, dove l'estasi orgasmica può essere raggiunta anche con droghe o danze sfrenate, in questo caso assumendo le caratteristiche di una sorta di autoerotismo. Ma senza andare tanto lontano, l’antropologo pensa (senza offesa) anche alle estasi dei nostri Santi e soprattutto delle nostre Sante, laddove è difficile escludere un'origine autoerotica seppure inconscia.

La costanza del partner e quindi la scelta monogamica rispetto alla poligamia rappresenta un impoverimento o un arricchimento dell’Eros?

La monogamia è decisamente un arricchimento dell’Eros in quanto arricchisce con l’affettività ciò che nel regno animale era nato come una mera funzione biologica. Ma permettetemi una breve ma illuminante riflessione antropologica. La prole dell’Homo Sapiens impiega un tempo talmente lungo prima di diventare autonoma, da essere impossibile per la madre portare a termine le cure parentali da sola; la nostra evoluzione ha dovuto allora inventare strategie atte a trattenere presso di lei il maschio per tutto il tempo delle cure parentali; in pratica per tutta la vita, dato che al primo figlio ne seguiva presto un altro e poi un altro ancora. Una strategia è stata di aver accentuato la visibilità di organi e sensi non destinati propriamente alla copula: i tipici caratteri sessuali secondari che tutti conoscono. Determinante è stato anche assicurare la continuità dell’attrazione e della disponibilità sessuale della femmina, che nel mondo animale è limitata solo ai pochi giorni dell’anno intorno all’ovulazione; al di fuori di questi i due partner sono fra loro estranei e nemici. Ma la novità più “umanizzante” è stata certo il passaggio dal coito tergale a quello frontale: il contatto viso-a-viso, guardandosi negli occhi, creava un legame molto più forte del semplice sex-appeal. Il rapporto puramente fisico e animalesco era diventato umano.

Tutti questi cambiamenti anatomici e funzionali hanno contribuito a introdurre fra i primi ominidi la grande novità dell’affettività e dell’amicizia anche fra individui di sesso diverso e a prescindere dall’ovulazione. E’ vero che forme più o meno evidenti di affettività-amicizia sono osservabili anche in diversi animali superiori (vedi gli animali domestici); ma l’assoluta novità dell’Homo Sapiens è l’enorme intensità del legame affettivo e amicale, che può estendersi a tutta la vita. Per rendere ancora più sicura l’unità della coppia e di una numerosa famiglia, la provvida selezione darwiniana ha favorito gli individui e i gruppi etnici che attraverso regole sociali avevano dato un solido fondamento alle unioni e all’obbligo della fedeltà istituendo rigidi rituali matrimoniali. Tutto ciò ha costituito certamente un arricchimento dell’Eros integrando nel semplice accoppiamento sessuale, comune agli animali, una nuova complessità di elementi neurologici, psicologici, sociali, collaborativi che, a causa dell’indivisibilità dell’animo umano, possono raggiungere la massima intensità, profondità, ed efficacia solo nell’unione monogamica. Tutta la storia della poligamia, ove ancora essa resiste, dimostra che perfino negli harem l’amore vero si sviluppa per una sola donna; tutte le altre mogli servono solo a sfogare l’indomato istinto del maschio al possesso e a disperdere nel mondo il proprio seme.

L’amore è superiore alla morale? Può esserci un amore immorale?

Purtroppo capita talvolta che la passione per un altro partner travolga anche gli strumenti istituiti dall’evoluzione per favorire la fedeltà e la crescita della prole. Purtroppo è probabile che non ci sia uomo o donna che almeno una volta nella vita non ne sia stato colpito o non ne abbia sofferto la tentazione, con terribili conseguenze per la famiglia e gli stessi partner. E’ ovviamente un’offesa alla Natura e all’Evoluzione, pertanto un tale amore non può essere che immorale: è il peccato, senza se e senza ma.

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