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Com'è il mondo visto dall'eremo

in: Messaggero Veneto, 4 luglio 1993.

Venero Scarselli è nato e ha studiato a Firenze. E laureato in Biologia. Libero docente di Fisiologia, si è dedicato alla ricerca scientifica e al lavoro universitario. Da qualche tempo si dedica completamente alla "meditazione poetica" nel suo eremo di Pratovecchio, sull'Appennino toscano, lontano, per quanto può, dalla confusione del mondo.

Nel pullulare di scrittori e poeti spesso epigoni, ripetitivi. Veniero Scarselli potrebbe rappresentare il caso della poesia italiana contemporanea se, come ha scritto Luigi Baldacci, il banco gli permettesse «di cambiare le regole del gioco».

Dopo Isole e vele, Forum, 1988, ha scritto Pavana per una madre defunta, Nuova Compagnia Editrice, 1990, «un libro di poesia sconvolgente fondato su una rigorosa e sconsolata concezione della realtà» (Mario Sansone); Torbidi amorosi labirinti, ibid., 1991, «un viaggio ossessivo in un tragico tunnel che si chiama corpo» (Luigi Baldacci); Priaposodomomachia, ibid., 1992, «una sacra rappresentazione da cui il lettore è come irretito e indotto ad abbandonarsi mani e piedi legati alla voce del Poeta-Maestro» (Gian Carlo Oli). Da qualche mese è uscito il quinto libro di Scarselli, Eretiche grida, sempre per i tipi della Nuova Compagnia Editrice.

«L'alta qualità religiosa del presente Eretiche grida è il risultato di un processo di progressivo illimpidimento, cosí radicale da poter integrare il coraggio dell'analisi psicologica e introspettiva con la pietà cmtartica della preghiera e dell'apertura metafisica» (Vittorio Vettori).

Da lassù, dal Suo eremo di Pratovecchio, come Le sembra il mondo?

Se mi è permesso nuotare nella mia acqua, la poesia, vorrei rispondere con un brano di un mio poema ancora inedito, che parla di una torre che "...scruta nei cieli e nelle valli | con lo sguardo severo del padre l fino ai sordidi tenebrosi alveari l più lontani, di Sodoma e Gomorra, l dove i topi muro a muro si trasmettono | piangendo quel terribile ansimare | degli esseri viventi nelle tane, | i sussurri le grida gli orgasmi, | le congiunzioni amorose dei corpi | e l'anelito inutile delle anime." Uomini dunque come topi; con la loro triste condizione, ammassati in città fatalmente colme di vizi, con l'unico disperato sfogo di godere sfrenatamente del consumismo e di cercare attraverso comunicazioni solo epidermiche la fratellanza che non sanno trovare con lo spirito.

Recentemente Lei è stato definito da un critico "Ulisse dell'anima". Come ci si si sente in simili avventurosi panni?

Non so se si può chiamare avventurosa l'inquieta attesa, o forse solo speranza, di quelli che hanno abbandonato il caldo ovile della religione e ora sognano solo di ritornare all'Itaca della propria infanzia, di ritrovare i cari luoghi materni della terra e dello spirito, dove un Dio-Penelope forse ancora li attende. Essi hanno scelto un viaggio che soddisfava solo la sete di conoscenza della Ragione e si persero così nei mille vicoli ciechi delle conoscenze scientifiche. Ora l'incanto del progresso scientifico materialistico è finito, ma essi ormai hanno perso l'abitudine e la capacità di cercare e trovare Dio. Non sanno più né dove né come. Ulisse era angosciato e morso dalla nostalgia.

La Sua poesia ha una sapiente aura antica e, insieme, una novità tale da renderla non catalogabile. Quali potrebbero essere, dal punto di vista letterario, le Sue ascendenze, i Suoi modelli?

Esaminando l'aspetto formale, mi viene del tutto naturale di usare la lingua in modo rigoroso, ignorando ogni tipo di sperimentalismo, peraltro inutile dato che la lingua con le sue regole e la sua sintassi è già capace di esprimere qualunque cosa. Non credo che il mio sia conservatorismo, da ragazzo mi sono a lungo sbizzarrito sperimentando tutte le avanguardie. Ma nessuno sperimentalismo poetico aggiungeva alcunché a ciò che si poteva dire usando la grammatica in modo corretto. In fondo la lingua comune a tutti gli italiani è una sola ed è quella che ci insegnano a scuola, con la sua grammatica, la sua sintassi, le sue proprietà, i suoi ritmi musicali, i suoi metri. Se si vuole comunicare con gli altri, perché dovremmo usare codici diversi, comprensibili (ma io ne dubito) solo dagli addetti ai lavori? lo credo che la crisi della poesia riguardi in realtà solo i contenuti; e come si può sperare di ovviare a questa carenza con l'anarchia della lingua? Bisogna partire dall'assunto che la poesia è una forma primaria di conoscenza, l'unico mezzo in nostro possesso capace di cogliere le relazioni nascoste fra le cose. Per uscire dal ghetto dei poeti che si leggono e si premiano fra loro, e interessare il pubblico, esca dunque la poesia dalla prigione del minimalismo intimista e delle parole in libertà e si dia ad esplorare le nude realtà della vita, faccia una rilettura del mondo, coinvolga e induca alla riflessione ogni essere umano capace di leggere. Premesso questo, riconosco facilmente, fra i miei modelli, Dante e Leopardi, l'uno per la sua straordinaria umanità e desiderio di ascesa, l'altro per la sua moderna visione del mondo. Naturalmente mi sono nutrito anche di Ungaretti e Montale, e qualcosa m'avranno certo lasciato.

Per quanto riguarda le concezioni filosofiche e scientifiche che si intrecciano nei Suoi testi, da quali maestri è stato conquistato?

La mia formazione è stata umanistica, intendendo per umanesimo la disposizione a rapportarsi con passionale curiosità alle cose della natura e certamente anche dell'uomo, ma come elemento della natura, oggetto di studio. Sono stato sempre attratto dai grandi temi esistenziali, soprattutto dalla natura così misteriosa della materia vivente. Si può dire che mi sono dedicato agli studi scientifici perché ardevo di avvicinarmi alla comprensione di quell'intrigante fenomeno che è il passaggio dal mondo inorganico a quello organico, dal regno della morte a quello della vita; e nella mia ingenuità di ragazzo, credevo che la scienza fosse depositaria di quelle verità. In fondo il mio vero ascendente è l'Uomo Rinascimentale, con la sua curiosità naturalistica e la sua ansia di conciliare l'idea di Dio con ciò che veniva scoprendo della natura. Poi sono fioriti diversi amori filosofici, il primo fu Aristotele, maturato in quello per la tomistica e la teologia; ma presto mi venne la certezza quasi definitiva che Kant, come usavo dire da ragazzo, avesse reso ormai inutile ogni filosofare. Invece l'idealismo non mi è mai piaciuto, anche se riconosco d'esserne stato, e di esserne ancora, molto turbato e certamente influenzato. In campi più specifici, poi, per la loro visione del mondo molto biologica, mi riconosco molto nell'evoluzionismo mistico di Bergson e di Teilhard de Chardin. Infine non posso negare d'essere un darwiniano, nella versione più moderna della sociobiologia; ma solo per disperazione, in mancanza di un'altra teoria più convincente.

Nei Suoi libri, uomo e natura sono ossessivamente analizzati al microscopio in tutto il loro brulicare profondo. Ne emerge un affresco che sconvolge, desolante, contro il quale ogni sforzo di comprensione razionale si spunta. L'ultimo libro, "Eretiche grida", in che misura rappresenta un sorpasso dell'opera precedente, un approdo di serenità?

E' vero che l'uomo e la natura, la vita e la morte, a me sembrano far parte di un disegno incomprensibile; e che le mie riflessioni su tutte queste cose rivelano la visione disincantata e forse pessimistica del biologo (che poi altro non è che quella dell'uomo contemporaneo) mentre cerca di capire anche le brutture delle realtà biologiche; ma è anche vero che questa visione del mondo non è del tutto negativa e che ha come contraltare lo stupore dell'uomo-scienziato per le meraviglie della vita e della natura e il continuo, tenace domandarsi come possa tutto ciò non avere un significato. Inoltre ho sempre rappresentato l'uomo solo alla perenne ricerca di valori-guida cui aggrapparsi per salvarsi dalla disperazione, ma anche solidamente attaccato ad alti valori morali come l'Ordine, la Ragione, il Bello, l'Amore. Vorrei qui soffermarmi sull'idea di Bello, che mi sembra racchiuda in sé tutte le altre, anche l'Amore, e sulla cui origine mi sono sempre interrogato. In Pavana per una madre defunta ho sviluppato il concetto che l'idea di Bello (che non è che armonia, quindi ordine) sia innata nell'uomo e, in un certo senso, in tutti gli esseri viventi perché strettamente legata alle stesse strutture biologiche. Cos'è la vita, se non l'originario raggrupparsi, nel caotico brodo primordiale, di molecole libere per formare nel corso dell'evoluzione strutture più complesse, poi cellule e infine organismi pluricellulari? Ogni essere vivente proietta sul mondo esterno, ciascuno secondo le proprie possibilità espressive, questo suo originario ordine interiore. Come meravigliarsi se nell'uomo esso è diventato un'idea consapevole e ossessiva, un "a priori"kantiano capace di improntarne ogni azione e far percepire come Bello, dunque sensazione piacevole, qualunque cosa del mondo che abbia un aspetto ordinato? Dall'Ordine discende naturalmente la Ragione, che altro non è se non l'elaborazione ordinata delle percezioni che abbiamo del mondo per trarne conclusioni e direttive utili alla sopravvivenza. Nell'ultimo libro, Eretiche grida, è sviluppata consapevolmente l'idea ancestrale che dall'Ordine e dalla Ragione non può discendere necessariamente che Amore come comunione consapevole, fratellanza delle coscienze e degli spiriti umani. Questo concetto si era affacciato anche nel precedente Torbidi amorosi labirinti, che narra la tragedia di un amore alquanto contorto e perverso; ma a causa di tale aspetto temo che questo libro non sia stato compreso da tutti e che il lettore non attento si sia forse lasciato sedurre da certi aspetti scabrosi. In realtà io lo ritengo un libro profondamente morale (alla trasgressione, pur avvenuta in buona fede, segue il castigo) se non addirittura religioso; è qui che l'infelice protagomista vagheggia, anche se in modo distorto e forse blasfemo, l'ideale evangelico di una fratellanza universale. In Eretiche grida, oltre al maggior sviluppo e consapevolezza di questa tesi, vi è la tenace, quasi rabbiosa, ricerca di Dio da parte dell'eremita protagonista che, nella finzione, ce ne ha lasciato un diario; egli raggiunge il convincimento razionale della necessità direi cosmica dell'Amore Universale, anche se non ancora quello dell'esistenza di Dio; ma infine, all'approssimarsi della morte, cadono tutti gli ostacoli posti dalla mente ed egli non può che abbandonarsi a un sentimento di Dio che che ha vinto l'effimeropotere della Ragione.

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