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Intervista a
Aldo Onorati
autore de Il sesso e la vita

Il sesso e la vita è il nuovo romanzo di Aldo Onorati, prefazione di Marco Onofrio, Edilet 2011.

Nell’appassionante libro, ambientato nei Castelli Romani e nella Sabina tra la prima e la seconda metà del Novecento, l’Autore racconta "i risvolti sociali e psicologici d’una parte d’Italia accostata alla Capitale, un frammento di vita come una lettera ritrovata dai tempi antichi o medievali, inutile alle gesta eroiche delle guerre e alle nebbie traditrici della politica, ma forse di qualche utilità per saperne di più com’eravamo nell’intimo dei sentimenti e nella quotidianità della vita".

Un'opera che Marco Onofrio, direttore editoriale della Edilet,definisce "il passaporto erotico di una generazione".

Il prof. Aldo Onorati, illustre dantista, nominato nel 2005 ambasciatore della cultura dei Castelli Romani nel mondo, con Il sesso e la vita ripercorre la situazione conflittuale che la generazione degli anni trenta del secolo scorso ha vissuto nei confronti dell’amore, e affida memorie e tradizioni al nuovo tempo affinché non se ne smarriscano le tracce.

L'intervista che segue è stata realizzata a pochi giorni dall’incontro che si è tenuto il 17 gennaio 2012 presso la Società Dante Alighieri in Piazza Firenze, a Roma, e durante il quale Onorati ha tracciato mirabilmente la vicenda biografica e umana del Conte Ugolino.

Prof. Onorati, Lei è autore di celebri romanzi, poeta, saggista, critico, giornalista, fra i più apprezzati e impegnati del panorama italiano e internazionale, tradotto nelle principali lingue del mondo, con una bibliografia ampia e prestigiosa. Un "Maestro" di riferimento, quindi. Dal 1965 propone una Lectura Dantis quale rilettura del Poema dantesco, evidenziandone la modernità di pensiero alla luce di straordinari paralleli con il mondo contemporaneo. Quale di queste Sue anime sente più in sintonia col Suo operare? E dove trova l’energia per tanto lavoro?

La ringrazio per le lodi, che, comunque, fanno sempre piacere. La domanda è pluriarticolata. Risponderò cominciando da Dante. Infatti, nel 1965, settimo centenario della nascita del Poeta, per una serie di occasioni mi trovai a commentare qualche passo della Divina Commedia; un passa-parola fitto mi giovò al punto che iniziai a viaggiare per parlare di alcuni aspetti del capolavoro della nostra letteratura, rimbalzando come una palla da Ragusa a Bologna, da Firenze a Milano, da Roma ad Avezzano etc., fino a raggiungere, in un secondo tempo, Parigi al Cafè Colbert e all’Academy Dunkan. Da quell’anno fatidico, il mio incontro pubblico con Dante si è accresciuto, fino a che ho pensato pure di scrivere alcune cose su problemi ancora aperti della Divina Commedia, quali il pensiero di Dante sull’omosessualità, i punti di contatto e le divergenze fra lui Petrarca e Boccaccio, per trattare poi il tema di congiunzione fra Dante e l’unità d’Italia. Sono molto onorato (mi si perdoni il gioco di parola col mio cognome) che la Presidenza Centrale della Società Dante Alighieri mi abbia conferito il diploma di benemerenza con medaglia d’oro per "la profonda conoscenza dell’opera dantesca, al punto di diventare testimone nel mondo della Divina Commedia" (la cerimonia di premiazione si tenne al Vittoriano di Roma il 18 dicembre 2009).
In sintonia col mio operare, sento in egual misura e peso ogni mia "anima", dal verso alla narrativa, dal saggio critico alle conferenze e al giornalismo. La matrice è unica; tutto il resto è una diversa forma di espressione secondo la materia e i momenti. L’energia per tanto lavoro? Non lo so. Forse la passione, ma anche i riscontri positivi che mi animano a continuare, però la letteratura non è il mio solo interesse; ugualmente, amo la musica, che conosco per averla studiata prima della grammatica (a sette anni suonavo il "piccolo in mi bemolle" e all’età di quindici anni ho iniziato a studiare canto lirico da tenore presso il Maestro Mario Ranucci in Roma).
Un’ostinata allergia da pollini mi ha obbligato a interrompere quella che doveva essere la mia carriera, ma io ho continuato a coltivare la musica in privato, sullo stesso piano della letteratura. Inoltre, un’altra passione, che ancora non mi lascia, è quella del giornalismo: ho collaborato per anni a "L’Osservatore Romano", "Avvenire", "Il popolo", "Giornale d’Italia", al terzo programma della RAI-TV al Dipartimento Scuola-Educazione, e ho diretto testate nazionali, ma forse l’amore più forte, che è alla radice di tutto, è l’agricoltura. Sono nato contadino da contadini di stirpe millenaria, e tutt’oggi – appena ho un attimo di tempo – coltivo un piccolo orto con un po’ di vigna e frutteto; la civiltà nacque con l’agricoltura: essa è un lavoro sacro.

A proposito della Sua ultima opera Il sesso e la vita, titolo già di per sé emblematico di archetipi culturali ed evolutivi che ci trascendono, rappresenta una tappa del viaggio o tende anche a una "ricognizione" rispetto ai numerosi lavori precedenti, quali, per citarne alcuni celebri, La Saga degli Ominidi, Gli ultimi sono gli ultimi, Lettera al padre, La speranza e la tenebra, la raccolta poetica Il mistero e la clessidra?

Credo che ogni autore scriva una sola opera durante la vita, anche se pubblica tanti libri di narrativa, poesia, critica, pamphlet etc. Ogni sua "novità" è una tappa e una ricognizione, una revisione e un passo avanti, un ritorno a riflettere e a modificare, un camminare a occhi chiusi. Ogni autore, in ogni campo, ha un centro focale e mille varianti.

Come rapporta la tradizione, in particolare quella del Novecento dei nostri padri e maestri, con la realtà multimediale del terzo millennio pervasa dal cosmopolitismo dell’"io"?

Noi non siamo usciti dal grande Novecento. Il secolo XX è il passaggio dalla preistoria al futuro. Viviamo in un futuro nebuloso e misterioso, pieno di pericoli e di cadute (dal punto di vista delle arti); l’uomo sta divenendo un’appendice della tecnologia, perché è sopraffatto da essa e non la capisce. La usa e ne viene usato al tempo stesso. Noi stiamo mutando la nostra forma mentis. I nostri padri potevano affacciarsi sul mondo della conoscenza con maggiore apertura di orizzonti; oggi siamo stretti sempre più nella specializzazione. I Maestri cercavano un senso alla vita, con tutti gli errori che hanno fatto, ma con ogni grandezza raggiunta; noi stiamo scivolando nel banale, in cui i sogni sono il denaro e il successo fragile d’un’estate.

Secondo Lei, un autore deve avere un metodo, un allenamento continuo per poter essere tale?

Non credo. Ugo Foscolo era disordinato, discontinuo, eppure ha dato un grande frutto poetico all’Italia e al mondo, ed ha fondato una religione laica. Ci sono autori che hanno un metodo e una continuità da ragionieri, da impiegati ministeriali, eppure non arrivano alle vette di ingegni irrequieti, confusionari, discontinui come un Caravaggio, un Baudelaire, un Rossini che a 37 anni ha chiuso con la creatività, un Campana, un pigro come Orazio etc. Moravia scriveva tutte le mattine di tutti i giorni, ma credo che avrebbe fatto ugualmente bene a saltare qualche mese; Domenico Rea ha avuto pause lunghissime al suo lavoro, eppure ha prodotto opere di altissima fattura. La botte dà il vino che ha. Il genio è un mistero; il capolavoro un miracolo: nulla di queste realtà si spiega.

 Come nasce un’opera di Aldo Onorati?

Potrò sembrare retorico, ma io credo all’ispirazione. Sono uno scrittore discontinuo, confusionario nel metodo e nei tempi, ma, una volta scritta un’opera, non mi stanco mai di lavorarci sopra fino allo sfinimento. Ispirazione e rigore mentale devono unirsi: se un autore di romanzi, poesie, saggi non è anche un critico severo e preparato, si corre il rischio di scrivere qualche sciocchezza, la quale può anche avere successo di pubblico al momento, ma non reggerà al vaglio impietoso del tempo!

Un ringraziamento vivissimo e auguri di buon lavoro allo scrittore Aldo Onorati per avere gentilmente concesso il privilegio di questa intervista.


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