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Ulisse dell'anima

Casentino 2000, II, n.12, 1994

Tra monti, tra neve e ghiacci | si aggira qualche uomo. | Qua e là qualche orso qualche lupo | nascosto nelle caverne. | Ululati nelle caverne alla notte. E’ la poesia che hai scritto a sette anni; è a quell’epoca che risale la tua ispirazione poetica?

Ho scritto poesie da quando ho imparato a scrivere. Questa fu scritta sotto l’impressione del celebre film Zanna Bianca, ed è singolare come già in queste righe – me l’ha fatto notare un mio estimatore – siano contenuti “in nuce” tutti i temi dei miei scritti da adulto: c’è il timore, ma anche il fascino, della solitudine; c’è l’impressione reverenziale davanti alla grande Natura; c’è l’attrazione del mistero delle grotte in cui si può nascondere il Male ma anche, come nel ventre materno, si possono rifugiare uomini e animali; c’è lo stupore e forse l’angoscia di chi si affaccia a un universo troppo grande e vorrebbe capirlo.

Tu sei biologo e facevi ricerca scientifica pura. Da dove nasce quindi la tua poesia?

Vorrei evitare la parola “poesia”. Se mi confronto, infatti, con ciò che scrivono oggi i veri poeti, mi sembrerebbe di usurparne il titolo; mi pare più giusto chiamarla “riflessione poetica". Credo infatti che sia scritta in versi per puro caso, forse per l’abitudine giovanile, durata molto a lungo, di scrivere singole poesie sull’onda di un’emozione. Il fatto è che ora mi viene più facile esprimermi col ritmo dei versi anche dopo che la maturazione mi ha spinto a riflettere sui grandi temi esistenziali: la fragilità della vita, l’amore, la morte, il Divino; il mio lavoro è insomma un’esplorazione del mondo e di noi stessi nel tentativo di farne una rilettura secondo la mia personale visione della vita. Una visione cui certo hanno contribuito le curiosità e le esperienze dello scienziato ricercatore. Ma il passo più importante è stato quando ho capito che questa esplorazione mal si adattava alla singola poesia: solo il poema infatti permette di sviscerare un tema in tutti i suoi risvolti con una serie coerente e omogenea di pensieri.

Dunque non ti consideri un intimista?

Assolutamente no. Tranne che nel mio primo libro, sottotitolato appunto “Romanzo lirico”, non mi sono più soffermato a descrivere le mie private avventure o emozioni, che non interessano a nessuno tranne che ai curiosi; mi ha sempre premuto invece investigare le zone più oscure e inesplorate dell’essere umano, della natura e della nostra esistenza spirituale e carnale, quelle che i poeti di solito escludono dall’indagine perché sgradevoli e dolorose, o perché inconfessabili e quindi disdicevoli alla poesia, che considerano degna solo di argomenti gradevoli ed edificanti. Qualcuno perciò mi considera un narrativo; oppure un epico, se, bontà sua, mi attribuisce il titolo di “poeta"; ma, comunque lo si classifichi, il genere cui mi sono dedicato esclude rigorosamente ogni forma di oscurità ermetica: io lavoro instancabilmente a un testo fino a farne sparire ogni frase o parola che possa suonare ambigua od oscura; al punto che qualcuno, credendo che io abbia la pretesa di fare poesia, ha accusato i miei versi, con neanche troppo velato disgusto, di essere “prosastici”. Sembra infatti che per molti il carattere distintivo della poesia sia di esprimere più il “non-detto” che il “detto”, di contenere cioè almeno un po’... di oscurità; è così che credono di alimentare la fantasia del lettore. Ma a me sta bene lo stesso: se oggi vige questa concezione della poesia, vorrà dire che io non sono poeta ma “libero pensatore”; l’importante per me è di esprimere in modo trasparente i pensieri in modo da scuotere gli animi e le intelligenze inducendole alla riflessione priva di tabù o reticenze sugli argomenti che ci tormentano. Insomma, il lupo perde il pelo ma non il vizio: in pratica io ho trasferito nei miei scritti lo stesso abito mentale dello scienziato e la sua irriducibile inclinazione alla speculazione.

Qualcuno ha parlato di te come di un viaggiatore, un “entronauta”. Trovi giusta tale definizione? E’ vero che il tuo emergere nel campo poetico nazionale ha prodotto anche qualche ostilità o quanto meno qualche incomprensione?

Mi hanno chiamato anche “Ulisse dell’anima”, “Epico dell’interiorità”, “Viaggiatore dell’universo” ecc. Mi sta bene tutto, anche se in fondo sono solo definizioni, perché tutte alludono all’opera di riflessione ed esplorazione, spesso spietata, che sono andato conducendo da quando ho deciso di togliere la mia roba dal cassetto e di uscire allo scoperto. Quanto alle ostilità, è vero, e ne ho piuttosto sofferto, perché so di lavorare con l’umiltà, la pazienza, ma anche la convinzione, dell’onesto artigiano che lima il suo prodotto affinché sia accessibile a tutti. Pur avendo il conforto gratificante di un folto pubblico anche di semplici lettori che hanno capito i miei intenti e mi partecipano in ogni modo il loro entusiasmo, ho pur anche qualche nemico che mi ignora deliberatamente, quando addirittura non mi boicotta. Questo accade forse perché tutti pensano che io, per il fatto di scrivere in versi, pretenda di fare della poesia nuova e quindi sia in competizione con loro. Ma più probabilmente mi considerano un alieno, dato che ciò che scrivo non è omologabile con la poesia istituzionale. Anche i poeti hanno il vizio degli altri mortali di guardare in cagnesco l’emergere di qualche novità.

Nella prefazione a un tuo libro, Eretiche grida, è stato scritto che il luogo in cui hai scelto di vivere è un piccolo “Monte Athos”.

E’ vero; e ci hanno quasi azzeccato. Da quando mi sono accorto che la ricerca scientifica era un cunicolo senza uscita fatta solo per le masturbazioni mentali di irriducibili specialisti settoriali e non poteva in alcun modo soddisfare la mia sete di conoscenza generale, ho mollato tutto e mi sono “rifugiato” con la mia famigliola in un casolare assolutamente isolato, su una collina dell’Appennino toscano che per combinazione non è lontana dall’Eremo di Camaldoli. Sono vissuto per anni in modo letteralmente eremitico senza vedere altri che qualche cacciatore nella stagione della caccia, vivendo con i prodotti dell’orto e di una decina di pecore, in un’economia autarchica di pura sopravvivenza (che non escludeva di farmi anche un buon vino); ero finalmente felice d’essere riuscito ad abbandonare gli allettamenti della società industriale e consumistica. E’ stata la scelta di chi, nauseato da tutte quelle perversioni, finalmente respirava la vera libertà. Ora forse potrei confessare che c’era anche una punta di orgogliosa superbia in questa scelta da misantropo; ma da quando ho capito che attraverso la poesia potevo avere con i miei simili quell’unione profonda che prima credevo impossibile, ho allentato il rigore del mio isolamento con frequenti comparse in pubblico per premi, recital, presentazioni ecc. Mi è rimasto tuttavia pur sempre un po’ di rimpianto per il buon vino e per i tempi “più giovanili” in cui filavamo la lana delle nostre pecore e mia moglie ne faceva amorosamente calzini e perfino maglie intime (che pungevano maledettamente!).

Non ti manca la vita delle grandi città in cui eri abituato a vivere e lavorare?

Non ho certo alcun rimpianto per la folla, il rumore, i motori, il materialismo, la vita convulsa, il delirio consumistico, lo spreco, l’artificiosità degli allettamenti, insomma l’inutilità e vanità di tutto ciò che si fa in città. Nel silenzio del mio eremitaggio la vita è tutta un’altra cosa; il ritmo è umano e il tempo non è denaro. Vi sono arrivato come un assetato, provando quell’unione rispettosa con la Natura di cui avevo bisogno, di cui ogni uomo, se fosse capace di ascoltarsi, ammetterebbe di avere bisogno più del pane. La cosa più importante per me era sentirmi tutt’uno con la terra, anch’io una creatura fra le sue creature, come l’erba le piante gli animali. Questo mio bisogno di solitudine e di integrazione naturalistica è antico, è incominciato certo molto prima di ritirarmi in montagna; credo che fosse dentro di me fin dall’infanzia; purtroppo, è solo con la maturità, gli errori e la riflessione, che si arriva finalmente a capire ciò che è genuinamente dentro di noi, a capire il vero significato dell’esistenza. Sono stato anche molto fortunato perché, essendomi trovato forse più di altri ad avere il dono della parola scritta, ho sentito questa specie di coazione a divulgare i miei pensieri e le mie esperienze, cosa che in fondo è ciò che hanno sempre fatto gli antichi poeti. E allora via, illudiamoci che anche oggi l’umanità abbia la voglia di giovarsene!

Non sei molto ottimista sul futuro spirituale dell’umanità.

Mi sembra ormai evidente che il genere umano è irreversibilmente lanciato verso un tipo di vita sempre più artificiale e meccanicistico che aliena l’uomo dalla Natura e da se stesso; è quasi un cancro planetario questo spietato sistema capitalistico-consumistico che vive a spese di un sud del mondo sempre più povero e indigente. Ma è fatale che, per la loro straordinaria vitalità demografica, i poveri (finora, ancora gli unici conservatori dei valori tradizionali della famiglia) si integrino così bene nel sistema inventato dagli occidentali, da raggiungere una totale omologazione appiattendo il loro mondo sul nostro insensato modello di vita materialistico. Ma è più probabile che, raggiungendo un giorno la maggioranza, se ne impadroniscano totalmente imponendo nuove regole e rinnovando la nostra decrepità civiltà. La Natura non si lascia imbrigliare dalla follia suicida degli uomini; l’abbandono dei valori della vita su scala planetaria e la sopraffazione esercitata sulla Natura hanno già fatto scattare processi irreversibili che mettono in pericolo la stessa esistenza dell’uomo. Da tempo se ne vedono i terribili segni nell’inquinamento che avanza fra l’indifferenza di tutti, e nella sovrappopolazione del globo che nessuno sa (o vuole?) fermare. Si preferisce cinicamente delegare questa triste necessità alla decimazione prodotta dalle guerre, dalle carestie, dalle malattie, naturalmente sulla popolazione più arretrata; ma neanche questo sarà capace di arrestare la perdita dei valori e la marcia dei poveri alla conquista delle ricchezze materiali oppure alla creazione di un’altra civiltà. Non si sono forse da sempre succedute civiltà più vitali a civiltà morenti? Non è così che avviene sul nostro Pianeta l’evoluzione delle specie e dei popoli?

E per quanto concerne la poesia?

Sono così pessimista da pensare che nel giro di qualche decennio nessuno leggerà più né i miei scritti né quelli di altri. La poesia dovrebbe essere uno strumento per conoscere il mondo e se stessi, e farci diventare quindi sempre più consapevoli del significato dell’esistenza; ma già oggi si osserva che la parola scritta non interessa più a nessuno; il nostro è diventato un mondo di immagini visive, i nostri figli succhieranno tutti insieme dal poppatoio della televisione solo le informazioni e gli indottrinamenti del Grande Fratello, conditi da show girls e stuzzicanti spot. E’ già l’inizio di quel Futuro così lucidamente preconizzato da Huxley e da Orwell.

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