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Chiacchiere letterarie con Maria Luisa Daniele Toffanin

II. Conversando con l’autrice per comprendere il non detto

È sempre interessante verificare direttamente alla fonte se l’idea del critico, sorta e rafforzatasi dalla lettura, trova conforto nell’intenzione dell’autore. Per tale motivo propongo la seguenti interviste, frutto di colloqui con la poetessa effettuati in differenti momenti da Maurizia Rossella, da Pasquale Matrone e da chi scrive. Attraverso le sue parole è possibile penetrare i percorsi emotivi e mentali che hanno prodotto poesie tanto vibranti ed intense, correggendo a volte interpretazioni più o meno arbitrarie.

Non solo, è possibile anche risalire alle motivazioni che hanno spinto a scrivere Maria Luisa Daniele Toffanin, visibili già nella prima raccolta. Significativi sono i seguenti versi: «E dentro sento / un brulicare denso / di colori e guizzi / di stemperarli / in acqua ardente / di parole nuove» che indicano come l’elaborazione della parola corrisponda a un’esigenza interna: già s’intuisce la creazione di una poetica in grado di comunicare un piacere estetico. Ciò naturalmente non significa limitare la poesia al puro estetismo dell’arte per l’arte svincolandola dal riferimento concreto alla vita e alla natura, ma evidenziare come tutto questo ed altro si trasformi in materia poetica. Quest’ultima, trasfigurata dalla magia della scrittura, non presenta una ‘copia’ della realtà contemplata, ma un qualcosa di nuovo, frutto dell’esperienza personale dell’autrice, della sua educazione, del suo sentire profondo e radicato.

Pure il linguaggio si stacca dalla mimesis per creare un mondo governato da leggi e da strutture autonome, originate per lo più dal vissuto stesso dell’autrice, dalla manipolazione linguistica, quindi da un particolare codice poetico. Si nota, infatti, dalla lettura delle tre interviste –in particolare delle prime due– quale comune denominatore il ricordo dell’infanzia, luogo affettivo e di formazione fantastica, ruotante intorno a figure adulte, ben fissate nell’immaginario della poetessa, strette da un uguale impegno etico, da un forte legame d’amicizia e dal piacere per il ‘bel conversare’.

L’altro comune denominatore è la rievocazione della stanza bassa quale fucina adolescenziale di creazioni teatrali, musicali, e d’invenzioni varie, coordinate dall’abile regia della madre maestra. Depositata nei meandri del subconscio, riemerge successivamente per divenire, attraverso la parola, ‘la stanza dell’attesa’ che conduce a ulteriori stanze d’altre attese. Non a caso il poeta Ivan Fedeli, membro della giuria del Premio Giorgi, scrive:

Ne “La stanza bassa” colpisce il ritmo dolce – e allo stesso tempo cadenzato – che l’autrice, abile scalpellina del verso, riesce a infondere a componimenti di lunghezza variabile, spesso di notevole estensione e dal tono leggermente cantilenante, grazie alle frequenti ripetizioni e alle anafore che arricchiscono il tessuto del testo con richiami e parole piane, pensate proprio per essere cantate. La raccolta, una sorta di poemetto diviso in quattro sezioni strettamente legate tra loro, presenta unità strutturale e di contenuto: il tema trattato, l’attesa, ben si presta alla dilatazione della dimensione temporale che sembra annullarsi in un eterno presente che aspira all’Evento –simbolicamente una nascita o una rinascita– mediante la sospensione dei luoghi, imprecisati o comunque riconducibili a qualche Veneto mitico, leggermente nebbioso, quasi si trattasse di un non luogo dal sapore fiabesco. È qui che avviene il fatto poetico, in una stanza bassa (forse l’interiorità) da cui il titolo, utero del mondo e ricettacolo della sospensione dell’Essere. In un eterno attendere. Da un punto di vista simbolico, Toffanin fa riferimento a figure fortemente evocative, quali la madre-magistra-regista, che tutto regola e tutto sa, o a sfumati ricordi di presepi e statuine viventi in processione, come a regolare un mondo altro, nato per necessità di poesia. Piace dei testi l’aspetto formale, calibrato nelle pause e nei respiri necessariamente armonico per governare una materia in divenire, «l’universo emozionale» di cui la stessa autrice parla in uno dei componimenti più riusciti, e nell’intera prima sezione, la più matura per scelte stilistiche e tono vibrante. Da segnalare inoltre la voce narrante, spesso indeterminata, un io che tende alla confusione con un noi che ascolta per assuefazione di un vissuto e complementarietà emotiva. Una silloge riuscita, dunque, capace di creare un filo diretto, di comunicare. Cosa che spesso la poesia rinuncia a fare per dolorosa scelta o per esaurimento di se stessa. Qui no l’emozione c’è, tutta. E viene da pensare a Turoldo. Alla grazia del linguaggio, al rispetto di chi legge.

Una motivazione che conferma quanto già recepito dalle interviste, ovvero che la sostanza di base proviene, insieme alla parola stupita ed innocente, proprio dalla casa-cuna, dalla stanza bassa. Da qui si diramano altre tematiche che caratterizzano l’intero percorso poetico: l’incanto per la natura, il senso della vita e del fluire del tempo, il valore inestimabile dell’amore e dell’amicizia.

La terza intervista poggia appunto sull’amicizia, il poema letto pagina per pagina nella casa natale, poi riconosciuto nel suo cammino di studi umanistici come elemento fondamentale della vita dell’autrice tanto da trasformarsi in canto per l’amica-collega tragicamente scomparsa, raccolto nel poemetto Dell’amicizia – my red hair, pubblicato come premio Venafro 2004. Ancora una volta è utile riportare il giudizio formulato dalla giuria:

Un rosario, una via crucis: il lettore sceglierà da solo un percorso solitario, o si lascerà condurre dal canto nell’orto di questo libro di Maria Luisa Daniele Toffanin. Perché Dell’amicizia, come la Toffanin ha voluto chiamare il suo più recente lavoro, non è una raccolta di poesie, ma una vera e propria intrecciata corona, o un monumento, una «vendemmia luminosa»; e chiede dunque a chi legge (a chi ascolta) una partecipazione attiva, impervia, a stretto contatto con le ragioni e le regioni coincidenti della gioia e del dolore. La storia di un’amicizia di due donne, diversamente immerse in un lucente interrogarsi, l’una dentro l’euforia della scrittura e del racconto, l’altra colta nel suo quieto infuocato vivere (spesso agli occhi restituita dalla folta criniera, ora obbediente, ora danzante), si fa qui esemplare per l’assai pulita evocazione attraverso la parola ferma e incantata. Si ritroverà commensale e non solo comparsa chi si avventurerà: saprà, infine, «di uva, di spiga» come «la rossa criniera pudica» della protagonista. E a sua immagine avrà l’aria decisa e trasparente, catturante «come se l’attimo in lei/non avesse tempo». Incisa dal bulino di un umano forte sentire, questa poesia naturale e un poco innocente è sembrata quest’anno a tutti i componenti della giuria (presieduta da Gerardo Vacana) la più degna del premio con la pubblicazione.

Ho voluto riferire entrambe le motivazioni in quanto esse confermano l’origine della poesia dell’autrice: la casa mitica dell’infanzia e la stanza bassa dell’adolescenza sono luoghi sia d’ispirazione che di formazione della sua prima lingua poetica. Molte altre note critiche espresse dai Premi vinti in ogni parte d’Italia meriterebbero essere citate per ribadire la verità dell’assunto precedente e per sottolineare la coerenza sempre fra poesia e vita. Non solo; esse dimostrano, insieme anche alle numerose presentazione dei libri, che i versi di Maria Luisa Daniele Toffanin sono stati accolti ovunque con interesse per le tematiche, per il linguaggio personale e per la struttura delle opere, mai uguali tra loro.

Ritornando alle interviste, gli elementi ricorrenti vengono spiegati dall’autrice che, nel colloquio, si sofferma anche sulla valenza del tempo e del dolore inteso come propulsore d’ispirazione: tale esperienza ha maturato la rivelazione della sua interiorità. Tutto ciò ne completa il corredo artistico personale in cui emerge la fedeltà a quei primi valori di vita da dilatare ai lettori per una profonda esigenza di comunicazione. D’altra parte, è interessante ricordare che anche la madre di Maria Luisa ha sempre dimostrato grande apertura verso gli altri, insieme a quel senso etico ereditato dal padre, l’onorevole Sebastiano Schiavon. Le sue doti sono esaltate dalla nipote, la nostra autrice, nei seguenti versi: «Materna mia radice / che ti stringevi dentro storia / di terra faticata dai tuoi padri / e quell’indomito spirito / d’evangelico guerriero / nel sogno d’un vivere a tutti redento, / tu, per troppe lune smemorato, / ora rinasci in tessere sparse / da lui ricomposte / devoto al tuo vero. / Nel mosaico italico / in veneti eventi pulsanti / al fremito sociale / al gemito mondiale, / arditi brillano i tuoi occhi / gemme d’etica luce / fuoco d’anima accesa sempre / in offerta di sé / per il pane dell’altro più offeso. / Quasi volo il tuo attimo / incise cieli di bianchi ideali / oltre miopi orizzonti».

L’autrice si fa gelosa custode di uno scrigno di valori familiari tradotti, con versi leggeri e profondi, in un canto etico colorato di speranza. Pertanto, attraverso le interviste si scoprono molteplici livelli della realtà qui svelati dalle parole di Maria Luisa Daniele Toffanin che apre alla conoscenza della sua visione del mondo e della vita altrimenti difficilmente accessibile.

II.1 Silvana Serafin: Quattro chiacchiere tra due donne

Da quando hai avvertito la vocazione alla creatività e in particolare alla scrittura? E dove affonda le radici questa tua vocazione?

Per rispondere a questa domanda devo ritornare ai pomeriggi della mia infanzia trascorsi a Padova nei salotti e nei giardini di Via Gabelli con gli amici dei miei genitori: Giannina Facco, poetessa, scrittrice di romanzi per bambini e adolescenti, la sorella Maria pittrice, la pianista Ada, lo zio Leone cultore dei classici ed altri. Pomeriggi per me bambina mitici: i racconti di vita scolastica (erano tutti insegnanti), di viaggi, gli argomenti resi in modo semplice, coinvolgente anche per noi fanciulli, ma di uno spessore tale che andava ben oltre il vivere modesto di quel tempo, i sentimenti fra loro sinceri e profondi, tutto questo no, non l’ho proprio mai dimenticato. Ho ancora i libri che Giannina ci regalava in varie occasioni e ancora ricordo il poeta Giulio Alessi che abitava nella casa vicina. Qui ho respirato la prima poesia della vita: l’amicizia a cui ho dedicato un’intera silloge.

Devo (e lo ripeto più volte come forma verbale di gratitudine a questo mondo che tanto mi ha dato) riandare ai pomeriggi, alle serate con i cugini a Natale e Pasqua sempre in questa atmosfera accesa di attese. Qui ho appreso il senso della casa, dei suoi riti sacri in particolare dell’ospitalità «e la casa […] / ora si dilatava ancor più all’universa famiglia / nell’oro puro della festa / in musicali accordi limpidi amicali / in umili fraterni doni / come di pastori in veglia di gioia». «Era sera d’aria fibrillante di festa / che il vaso di Pandora si ricolmava / di cori montani gentili / tuttinsieme zii cugini in magica aurea indicibile».

E devo ripercorrere le gite in campagna dai nonni, in bicicletta con mio padre. Attraverso i suoi occhi ho imparato l’amore per la natura e insieme un senso etico della vita: «E alla campana vesperale […] bambino ti ridestavi accanto a me / in devozioni al creato per le messi l’erba / pel dono della terra da seminare / d’energia interiore-pane da spartire / in un vivere onesto con l’altro».

Ma devo ritornare soprattutto alla stanza bassa cioè al piano terra della villetta in periferia costruita a rate e con risparmi infiniti. Questa è stata il primo osservatorio e insieme laboratorio di emozioni mie, ormai adolescente, e di altri coetanei.

E la grande protagonista di questi pomeriggi diversi era mia madre che nella stanza bassa organizzava recite con le sue allieve, con noi figlie e cugini. Ore di stupore infinito che mi sono rimaste dentro «Nella casa delle tende / là si recitava sempre / e lei madre-magistra-regista / era burattinaia di una compagnia / d’attori stravaganti, ognuno al suo comando / sprigionando insieme un magma / prorompente dal sipario di cretonne». E là nella stanza bassa ho seguito le orme di mia madre facendo teatro con i miei coetanei, poi sono diventata burattinaia permio figlio, i suoi cugini e amici: «Ma per te, bambino, serbai / dall’estro delle cose / limpido un angolo di meraviglie […] ove burattinaia rinascevo per te Andrea Federico».

E ho continuato a organizzare a casa e a scuola feste e recite. E di tutto ciò rimane il mio amore per il teatro, l’arte ed ogni forma di comunicazione. Ora in questa particolare atmosfera familiare si è sviluppata la mia creatività, in particolare nella stanza bassa. Hanno contribuito ad affinarla anche i miei studi umanistici, la

mia passione per i programmi radiofonici e per la lettura, elementi che permettono di ricreare in libertà situazioni fantastiche ed altro. E da insegnante, come ho già detto, ho seguito ancora questa mia vocazione dando spazio a varie forme di creatività: teatro, lezioni gestite dagli alunni, in particolare su tutti gli aspetti culturali del Novecento.

Ma riferendomi in particolare alla scrittura, io l’ho sempre amata come strumento per avvicinarmi agli altri: nesono testimonianze lettere, biglietti scritti in occasioni diverse in particolare a mio figlio, come se la parola scritta potesse esprimere in maniera più partecipe i miei sentimenti di gioia, dolore, ecc. D’altra parte anche nei miei versi c’è sempre un tu a cui mi rivolgo: «E tu / conducimi al sempreverde […]» e A Tindari parlo come se fosse una donna: «Ti guardo / in altre sere di malia / ma remota appari tra veli».

O perfino ricorro a epistulae come mio genere poetico. Da poco ho inviato una lettera a mia madre, ormai nel coro dei beati, per ragguagliarla sulla situazione attuale:

Sento, madre, in questi giorni soffusi di malinconia, l’urgenza di ragguagliarti sul procedere qui sulla terra. La casa-sfera ancora a guizzo d’amore si muove in armonia con le celesti leggi e, a nuovi passi infanti di danza, ruota di gioia alla vita rifiorita dentro: la creatura novella con guance d’albicocca, da te a noi discesa con capelli e volto alla tua foto uguali, dà colore e profumo alle mie ore, stabilità all’umana storia. La natura pure si muove qui sempre per il suo sentiero e in vari rituali, in lei, eterna la vita si continua, devota agli appuntamenti stagionali, a normative universali d’armoniosa convivenza, ribelle solo se tradita. E ci ridesta col corno di luce al risveglio dei suoi colori in prodigi di nuove corolle intorno a noi dischiuse, ci allerta con cromatici intarsi al palpabile passare del tempo e ci avvia dolcemente a preludi d’inverno con promesse di resurrezione.

Ma altro è il mondo, madre, noi uomini dico, nel nostro vivere insieme senza più anima-pneuma-respiro, senza fede nella vita, nella Casa privata e pubblica: si è deflagrato il cuore-famiglia allargata in soluzioni infinite devianti l’esempio antico con svilimento di identità, smarrimento di teneri virgulti rimbalzante in ogni sfera vitale. Si è inaridito ormai il seme del sacrificio e azzerata ogni liturgia domestica anche per i ritmi fibrillanti dellavoro che ingoia i giovani oppure li affama in disperati labirinti. Si vive quasi in un vuoto esistenziale colmato da linguaggi nuovi per ingannare la coscienza e la realtà che invero marcia su binari incivili, nell’indifferenza per la persona più usata, sempre. L’ora è smagata da un presunto progresso in nome del quale si vuole diventare Dio e manipolare la materia e l’anima, da una tecnologia esasperata che se può rendere più agile il vivere, sacrifica, scarnifica l’essenza del rapporto umano. Solo voci meccaniche suonano ovunque la morte di una voce viva che effonde calore e germina amicizia. In verità Dio è stato sepolto in un centro commerciale, le porte del cuore sprangate a morte senza più risposte di vita, attese di resurrezione, oscurata ormai la sincerità, tradita ovunque la fedeltà. In questa deflagrazione di valori, devastante ogni psiche, volano schegge impazzite d’arroganza, violenza e corruzione come di un mondo che va sgretolandosi in materia e forma, il clima ammorbato da una pestilenza morale. La res pubblica è un optional che naufraga per insipienza umana in un’infinita esondazione di fiumi, canali senza più ritegno di argini e dighe. Ovunque la terra smotta e inghiotte vigneti, armenti innocenti, allarga il senso dell’umana precarietà. O mia terra euganea, fertile pianura e fiumi folti e colli dolci, come mi manchi mentre così abbandonata, piegata, soffri, anche se subito operosa risorgi.

Rimane in noi solo la radice di un antico incontro da mantenere vivo perché l’umana dimensione non si estingua, rimane il credo nella nostra sostanza affettiva, il fuoco di una preghiera che ci ricongiunga al cielo. Rimane la coerenza di alcuni meditativi che praticano nel vissuto quotidiano la fede in ideali antichi senza lasciarsi abbagliare dal business mito ora universale. Confortano il giardino che mi innerva ogni giorno di linfa nuova e insieme mi avvolge con la sua memoria, il teatro, la musica, un po’ tutte le arti, respiro dell’eterno. In particolare la scrittura per me come una luce sul tavolo della notte, come l’alba che ogni giorno si inaurora, come un’autoterapia che ti rilegge dentro e ti consola aprendoti agli altri stretti al laccio di eguale sorte.

E anche dal dolore mi purifica in occasioni insperate di rinascita. Così avvenne, madre, alla tua assenza quasi dalla tua morte avessi succhiato essenze di vita: catarsi è rinascere in candida veste! Ma col carro rosso del sole, attraverso visioni collinari, montane, marine, mi sublima in vergini radure ove la bellezza incontaminata dimora coltivando vivai di luce per un uomo nuovo. Spazio-tempo senza confini nell’incontro con il divino. Bellezza conforto sempre all’anima, benefica universale armonia nell’aritmia dell’ora.

E in percorsi di memoria mi riconduce, madre, alla stanza bassa, fucina di invenzioni canore, poetiche, teatrali; al tempo dell’attesa propulsore di fantasia da te, per noi bambine, innescato. Stanza bassa-attesa, gemma del nostro vivere fanciullo, in ogni età in me riemersa come fonte di speranza, di energia creativa: forma poliedrica ove il fuoco-pensiero, nel tempo, si matura in personali accensioni e irradia bagliori intorno. Tu madre eri magistra-regista di questo laboratorio di umana artistica formazione, eredità a me lasciata per tramutare il vivere in Parola. E così la poesia rivisita i cari luoghi: entra nella casa nuova, quella a rate, lungo la ferrovia, fra campi di pannocchie, vigne e fossati di ranocchie, con quella stanza bassa colma d’ogni stupore. E rientra anche nella casa-cuna, la prima casa, per riscoprire il luogo tutto della sua origine. E lì vi abita con te madre e con il padre come vivi: da voi respira aliti di miracolo, presenza del divino che erano il punto-forza della famiglia al peso postbellico della vita. Riconsuma con voi quel pane condiviso del sacrificio, segnato di provvidenza, sostanza del nostro spirito, ora svilita, usurata ad una mensa nutrita solo di apparenza. I più bloccati –corpi senza linfa– da un gioco di specchi per una coproduzione di immagini, divinità onorata sugli altari del nulla.

E nella liturgia di quei domestici riti sente il passo del tempo che in voi si eterna. Così la poesia si nutre della vita, la trasfigura e ne fa memoria-linfa nuova per sforare il futuro.

Uscita dalla vostra materna casa non feci allora la rivoluzione, ma continuai a seguire un rivoluzionario che da tempo aveva fatto dell’amore il suo vessillo. E sull’eco dei suoi comandi e sulle vostre etiche orme, identità altra io, persona da voi discesa nuova, continuo a proiettare, tra filari di rose ottobrine, ponti per progetti d’amicizia e condivisione. Insieme elevo altari di poesia sull’orlo del naufragio dei giorni.

Salvifica, madre, è la poesia: che possa ricuperare, con il tuo ardore di madre, la Bellezza-fiore della vita.

Penso quindi che questa vocazione alla scrittura in genere, e poi alla poesia, sia una delle tante facce di un poliedro qual è la creatività sviluppata in me dall’ambiente in cui sono nata ed è avvenuta la mia prima formazione.

Hai sempre scritto o qualche esperienza è stata determinante perché tu proiettassi all’esterno la tua interiorità?

Scrivo da sempre (genere epistolare –filastrocche per mio figlio– appunti di viaggio), ma il mio scrivere in versi è nato improvvisamente quando ho avvertito nella mia casa-sfera il presagio di qualcosa che stava per accedere, quando la paura ha turbato l’usuale procedere delle cose e sono entrata nel tunnel del dolore, come si può avvertire nella poesia: “Io petalo piuma fiore”. Smarrita nel vento del mistero, ho trovato conforto nella scrittura purificatrice e nella vicinanza ideale con gli altri.

Quando e dove ti senti maggiormente ispirata e stimolata a scrivere?

Ho già affermato che la mia poesia è nata da un forte stato di disagio psicologico, dal timore dell’assenza e spesso, in analoghe situazioni, si è rivelata, si rivela, come urgenza interiore di catarsi, terapia della sofferenza, consolazione, speranza per me e per gli altri che leggono (così mi dicono). Ed ecco che alla morte di mia madre è stata per me proprio una terapia scrivere Sottovoce a mia madre quadernetto inedito in parte, ma di grande valenza emotiva. E la poesia diviene così un modo di continuare il colloquio con la madre e anche con l’amica che ci lascia: «E ricordi Laura / quella fuga nel vento / dal casale / dal giogo delle abitudini // quella fuga / nel vento dei girasoli / –un sogno negato sognato– / giù verso il canneto // l’ombelico di quel mondo / l’alveo del fiume oscuro / vita che scorre-mistero / l’arcano del dopo crudele? // Ma allora fu solo / tuo gioioso momento / con Massimo nel vento. // Non provò il mio cuore / moti rivali / ma fu con te-entusiasmo».

Ma diviene anche piacevole esigenza quasi fisica di cantare la vita cogliendo l’attimo d’eterno riproposto dalla natura nel prodigio cromatico e sonoro dei topinambur e nello stupore di ali infinite sui fili in attesa di migrare. In realtà, anche se le cose fioriscono, sfioriscono rapidamente quest’attimo ci appartiene in una coscienza di eternità per quella forza d’amore che ci unisce strettamente a tutto il creato.

La poesia diviene esigenza di comunicare la gioia per la nascita della nipotina e di annunciare il miracolo dell’infanzia: «e prodigio quel tuo computer / di tenera carne / programma produce meraviglie». «Mia canarina cantarina / in una gabbia di sole / viva nell’inconscia gioia di vivere. // O forse la tua linfa già vibra

/ gemmando dentro emozioni / ai nostri sicuri raggi d’amore? / Sento linfa spenta di canti / infanzia bruciata in deserto d’affetti».

Urgenza di cantare anche la forza dell’amore tra un uomo e una donna: «[…] Tu, foresta di castagni i più dolci / favi di nettare offerti / da braccia morbide di fronde / ove sempre avvolgo e rotolo / il mio cuore così ardente / a parlarti con segrete rime / in attimi rapiti al mondo […]».

Diviene premura di ricordare figure, luoghi, sentimenti, esperienze del passato stratificate e lentamente ora riemerse in un linguaggio, proiezione del mio personale vissuto e anche del lessico familiare: esperienze che così diventano parola poetica.

Poi ci sono i luoghi dell’anima in cui più mi sento in simbiosi con la natura, ritrovo l’uomo-storia nel suo procedere, risento la voce dei grandi poeti. Ecco in A Tindari da un magico profondo l’incontro con la Sicilia di Quasimodo; e in Iter ligure la riscoperta di tanti poeti italiani e stranieri che hanno attraversato la dolcezza di quella terra nelle sue insenature, nei promontori, nelle verdi dune. Hanno amato l’agave che per me però rappresenta: «Un morire di speranza / nel virgulto nuovo, […] Vita a perpetuarsi nel ciclo eterno». Mentre vagando per i Colli, che quasi abbracciano la mia casa, ancora risento vibrare memorie foscoliane ed altre –«Echi lontani, vivi a svanire mai»– di civiltà letterarie che lì si sono nutrite di paesaggio e cultura, dall’epoca romana al nostro Novecento, nella presenza viva della regola benedettina.

Tutto ciò che amo della mia casa-cuna, della casa-sfera, tutto ciò che scopro dai miei diversi laboratori di osservazione, è occasione di poesia purché quella scintilla di stupore accenda il magico profondo in una colata di parole che dicono la mia emozione.

Qual è il rapporto tra la tua scrittura e la vita ?

Stretto è il legame fra la mia vita e la mia poesia: l’una vive dell’altra. La scrittura si nutre della vita che esonda in me, fuori di me, nelle sua molteplici forme. La mia vita ritrova se stessa nel fare poesia, meditando sul dono dell’esistere, sui rapporti umani, sulla consolazione della natura e dell’arte, del mito, della memoria. In particolare esalto, come spesso affermo, il dono dell’amicizia, a cui ho innalzato un altare ricordando trent’anni condivisi con una mia collega, nella scuola e con le nostre famiglie nello sfondo di Abano, Padova e di località montane, marine. E ricostruendo questo spazio-tempo con il novenario per renderlo quasi leggenda, ho superato la sua morte e ho ritrovato un inatteso equilibrio interiore. Ecco alcuni versi ispirati a un nostro soggiorno montano: «Mai ci fu ora di amicizia / uguale tra noi e la natura / con la gioia dentro accanto / che rara così si respira / età d’oro della vita / nel dopo sempre fabulata / come tempo senza tempo / leggenda solo / delle Dolomiti agordine».

Scrivere mi dà armonia ed energia le stesse che provo quando cammino per i miei Colli Euganei.

Scrivere è anche momento di conoscenza, mai esaurito, di me stessa, degli altri, nella ricerca perenne del senso della vita, come la donna che a Monterosso «[…] dal sole attende risposta chiara». E altrove chiedo: «[…] non rapitemi l’orizzonte dei sogni / cintura splendente di gemme / che regge il fuoco del mondo / che ci trattiene sospesi / acrobati felici d’infinito / gli occhi bendati d’immortalità, / ché il tempo impietoso / avanza dilaga devasta/ l’attesa di un valzer mai finito».

E sul senso dell’esistere sostengo, alla fine del mio viaggio collinare, che l’amore è la grande forza che tutti ci percorre nell’impegno vitale e nella sacralità della memoria. E in Fragmenta di fronte all’empietà dei media, di fronte al progresso che sfugge all’umana briglia, affermo l’attesa di un nuovo umanesimo e la riscoperta quindi del valore-Parola. Sento talora in questa ricerca come un migrare dell’anima verso spazi sempre nuovi del pensiero, dello spirito in una tensione verso il divino a cui mi rivolgo: «[…] Dio, solo così in umiltà di petali / ti dico l’anima mia grata […]».

Ma «la tensione al divino» a cui alludi è sovente sottoposta all’insidia del dubbio. In che modo appaghi le tue incertezze?

La tensione al divino fa parte dell’uomo che, da quando esiste, ha cercato sempre risposte al mistero delle cose in forze-forme divine poi chiamate dei. Più tardi attraverso la filosofia ha indagato per dare una risposta trascendente ai limiti della sua immanenza. La tensione quindi al divino, secondo me, è insita nel segreto di ogni uomo. Ma anche il dubbio appartiene a questa ricerca, alla dinamica dello stesso pensiero: non insidia, ma superamento di un ostacolo, cioè, arricchimento per raggiungere la verità. Così ogni ascesa richiede difficoltà, disagi da vincere per conquistare, in alto, il sublime che ti appaga. È dell’uomo riflettere sul giusto e non giusto, sul mistero del dolore e sull’apparente assenza di Dio, sulla vita e la morte, su altri quesiti che turbano l’umano procedere. Ma queste perplessità in me si placano quando approdo alla scrittura in cui rielaboro il problema e ne cerco una soluzione. In Dell’amicizia – my red hair rievoco le mie telefonate con l’amica dalla rossa criniera, relative a questi insoluti dell’esistere. E solo al parlarne insieme ci sentivamo più serene come se avessimo risolto il problema. La poesia diviene una terapia, una ricerca psicologica proprio di fronte ai grandi temi che solo la fede può accettare nel loro mistero. Così nel mio ultimo libro, gli angeli, persone che si dedicano con amore e devozione alle sofferenze dei bambini, diventano per me segni della presenza di Dio nella sua assenza dal dolore, e voce del suo silenzio di fronte alle tragedie di cui è vittima l’infanzia. E così trovo pace. E mi rassereno credendo nell’amore ed esaltandolo come la grande parabola che tutti ci coinvolge.

Nella raccolta Fragmenta, ritroviamo tematiche a te care: la casa, gli affetti, la natura, i luoghi, superate, tuttavia, dalla ricerca degli archetipi. Come mai hai voluto percorrere tale sentiero?

Dominante è in Fragmenta la mia ricerca sugli archetipi della vita e della morte vissuti in una tensione verso il bello, nutrimento dello spirito, verso il mito come luogo ideale, verso l’attesa come tempo miracoloso. E avverto ciò in un rapporto continuo con le creature e con il creato, rapporto capace di rivelare la realtà dell’anima e della natura. Cerco, quindi, in tale percorso un riconoscimento di segni che possano confermare il valore della nostra identità oggi minacciata «dal nonsenso delle cose, sullo specchio della beltà / ormai incrinata da bagliori sinistri inverecondi […]».

Il tutto si polarizza sulla figura femminile, in cui credo e spero fortemente, come energia di contrasto e difesa dei valori autentici dell’esistere. La evoco come vestale della casa, dell’amore, della parola in varie stanze e rituali, la esalto specialmente nella maternità «[…] che concentra / nel suo rotondo d’uovo immenso / il senso dell’esistere». Parlando della maternità, mi riferisco all’intelligente disponibilità del cuore femminile, in particolare ai miei nove mesi di attesa, e ora all’attesa di mio figlio adulto, come persona con cui comunicare, discutere su una base affettiva forte, a cui affidare il mio, nostro tempo per farne terra di memoria. A lui racconto, nella seconda parte del libro, del tempo pasquale nella mia casa-cuna riproponendogli la liturgia domestica della Pasqua di cui mia madre era la gran vestale. E lui ascolta con stupore, come i suoi cugini, perché ha molto amato questa nonna e ancora la ricorda. Gli annuncio anche l’attesa di un nuovo umanesimo per sollecitarlo a ricuperare il tempo dell’anima: l’attenzione alle piccole cose e ai riti di ogni giorno, il senso della casa e della famiglia, il rispetto-amore per la figlia. Tutti valori divini da difendere di fronte ad una società che va sgretolandosi. Nella seconda parte, “L’Attesa”, ritorno ai motivi conduttori della prima parte, Gli Archetipi, come proposte quindi di vita autentica, di ideali con fede sempre nell’attesa come minuto miracolo e nella parola come amalgama universale. Fiduciosa nella verità riaffermata, mi appago procedendo in un percorso che fa controtendenza ai molti atteggiamenti corrosivi del costume d’oggi.

Il tuo linguaggio è immediato o è frutto di revisioni?

Il mio linguaggio, come già accennato precedentemente, nasce sempre da un magma profondo ed è l’insieme di tanti linguaggi: familiare, culturale, in particolare poetico, appresi nel tempo, fusi in un amalgama personale perché è il mio vissuto che si fa parola, parola capace di tradurre spontaneamente in immagini i moti dell’anima. Ed ecco l’uso di voci latine (praesente, antiqua mater, cotidie…) o francesi (ma tante, mon amie, dans l’espace d’un matin …) o di espressioni miste (tecno afasia interiore); ecco interventi diversi filosofici, artistici, storici ed altro che, a giudizio dei critici, rendono il linguaggio più pregnante e più universale il discorso interiore. Il tutto è controllato dal pensiero vigile nella ricerca di quella parola unica che esprima il concetto in assonanza con l’insieme. E quando la trovo è per me grande gioia. In particolare per lo stile, ripenso a quanto rileva anche Nazario Pardini: abbondanza di aggettivazioni, un lessico vario e suggestivo, il ricorso a univerbazioni, a unità sintagmatiche di aggettivo e sostantivo, l’uso di accorgimenti tecnici quali ossimori, sinestesie, geminatio, enjambement, assonanze e invenzioni fonico-significanti. In relazione al verso, lo uso in libertà con l’alternanza di senari, settenari ed endecasillabi, in modo da rendere così modulate le vibrazioni dell’anima.

Amo ribadire, come cosa a me cara che, con il ricorso al novenario nella silloge Dell’amicizia – my red hair, ho voluto realizzare un’atmosfera mitica, un tempo senza tempo, in cui avvolgere questa storia unica di vita. Il linguaggio, nella sua accezione più ampia, è operazione quindi a vasto raggio per dare corpo al patrimonio interiore, sempre sorretta dal labor limae che non è artificio, ma una meditazione ulteriore sulla parola in una continua ricerca di verità.

La poesia può oggi migliorare il mondo?

Dato che considero la poesia uno strumento per avvicinarmi agli altri, penso che oggi più che mai si possa con essa prendere coscienza dei valori in cui più si crede, proprio con il desiderio di dare una goccia di sé per migliorare il mondo, con la speranza di confortarlo in un rapporto rimeditato tra etica ed estetica. E così continuerò ad «elevare altari di poesia / sull’orlo del naufragio dei giorni / […] con l’energia-parola / che solo di e-mail / lo spirito è stella collassata / luce che muore».

Sono molti gli ostacoli che deve affrontare il poeta per raggiungere il suo obiettivo?

Scrivendo poesia puoi avvertire una sorta di solitudine nel senso che oggi non è apprezzata come un tempo: molti si allontanano da te perché ti considerano fuori da quella realtà che freneticamente li prende. La poesia invece si nutre della realtà: è la vita stessa trasfigurata nei versi. L’altro suo limite è che molti seguaci di questa civiltà del rumore, dell’apparire, del tutto subito, quindi incapaci di adeguarsi alla riflessione, all’ascolto di sé insito nella poesia, la considerano un mondo inaccessibile ora desueto. Si aggiunga che la scuola, chiamata a formare interiormente i ragazzi, non dà spazio sufficiente per educarli a quest’arte che è musica, colore, sentimento, pensiero che attraversa tutte le altre discipline artistiche e da esse è attraversata.

Quindi il poeta potrebbe sentirsi isolato e isolarsi ancor più in un naufragio interiore. Ma ciò non accadrà perché la sua poesia è come una fede, un fuoco che gli arde dentro perenne. E la grazia della sua parola viene dall’alto e diviene annuncio, rivelazione, profezia. Il poeta quindi non ha limiti: continua a coltivare bacche di luce per l’uomo nuovo anche in una sua solitudine d’elezione per rimanere con se stesso e ascoltare meglio il mistero.

A questo punto è d’obbligo affrontare il tema del nomadismo del poeta. Che cosa ne pensi?

Il poeta viaggia con la sua sensibilità e cultura attraverso la natura, la storia, la realtà sociale del presente, con una valigia di tradizioni, alla ricerca del buono per provocare le coscienze, organizzare nuovi viaggi in progetti d’amicizia, d’incontri umani nell’ideale costruzione di un mondo migliore alla luce di una coerenza interiore. Il tutto come segno d’appartenenza al procedere eterno umano. Una poesia, quindi, di viaggio tra fantasia e riflessione, nella coscienza della propria identità, che stimola il mondo d’oggi a ricercare luoghi nuovi, vie di salvezza per rinnovarsi. La sua identità di poeta nomade si concretizza in questa volontà di cambiamento anche in strutture stilistiche originali e diverse.

Grazie tante cara amica per aver reso ancor più affascinante e stimolante l’approccio al tuo mondo d’affetti e di pensieri.

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