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Le nuove vie della scrittura nel terzo millennio
Intervista alla scrittrice pugliese Antonietta Benagiano

Bari Sera
31 maggio 2003

Nel nostro tempo, forse più che in passato, assistiamo, oltre al proliferare di mostre d'arte, ad un pullulare di poeti e narratori. Quali, a suo avviso, le ragioni di tanto scrivere?

E' vero: le mostre d'arte sono tantissime, come la produzione che viene, propriamente o impropriamente, qualifica letteraria. Il nostro modus vivendi, così frenetico e conflittuale, fortemente incerto e alienante, approda ad una solitudine angosciante. Anche nelle ere passate questa condizione risulta presente, viene avvertita e vissuta come sofferenza. Lo stesso Figlio dell'Uomo la vive dolorosamente, ce la annuncia in tanti passi del Vangelo di S.Giovanni. Oggi, però, sembra accresciuta la coscienza della solitudine, del sentimento di incomprensione, dell'unicità drammatica d'una condizione esistenziale e psicologica senza contatti e affetti veri, ed è anche per questo che viviamo peggio. Raramente sentiamo di poter rintracciare un interlocutore alle nostre pene o a qualche momento di gioia, di avere accanto qualcuno che abbandoni l'attenzione a se stesso per essere, almeno per un attimo, con noi, in empatia. Così continuiamo a parlare agli altri, ma è il nostro un dialogare che rientra nell'ordine convenzionale, nell'andamento dei necessari rapporti quotidiani. Dentro ci resta la parola più vera, quella che non possiamo dire a nessuno. L'attenzione all'altro presuppone amore, e questo è un sentimento di difficile esistenza in una società come la nostra che sembra essere caratterizzata da superficialità e fatuità, accolte come altre possibilità di difesa nella lotta per la sopravvivenza. Amare è, invece, prestare ascolto, trasportarsi il più possibile nell'anima altrui. Chi è disposto a tanto? L'ego ricerca allora un rifugio che sia anche nell'ordine delle cose terrene, diventa il pennello che colora la tela o lo scalpello, oppure la penna che riempie il foglio bianco di momenti, oggettivizzando l' esistenza che preme, lasciandola all'emozione del proprio simile. Vittorini, nel 1945, su Politecnico scriveva che la poesia, e in genere la cultura, era consolatrice nelle sofferenze e protettrice dalle sofferenze. Non diversamente Jonesco, il quale riteneva che, nella società vittima della dittatura di certa informazione e del denaro, l'arte potesse essere la sola salvezza dell'uomo. Il mondo letterario, che apparentemente sembra non avere alcuna utilità ed essere quindi molto lontano da una società che ricerca soprattutto l'utile, è, invece, a detta di G. Macchia, "il superfluo tremendamente necessario di cui si nutre ogni civiltà".
Che resta infatti se proviamo a togliere ad ogni secolo i suoi grandi? Al nostro Trecento, Dante Petrarca e Boccaccio, al Seicento inglese Shakespeare, all'età di Augusto Virgilio, alla Grecia antica Omero o i tragici? Tanto per fermarci al campo letterario, senza toccare quello ugualmente significativo dell'arte. La civiltà non è guerre e conquiste, non solo progresso scientifico e tecnologico.
Anche la meditazione filosofica, che è pervenuta con Popper e Feyerabend ad asserire la falsicabilità come scientificità e l'anarchismo metodologico come unico metodo valido, pur non rinnegando il sapere scientifico, ritorna alla necessità per l'uomo del pensiero poietico, vale a dire creativo. Già Wittgenstein riteneva che quand'anche tutte le possibili domande scientifiche avessero avuto risposta, i nostri problemi vitali non sarebbero stati neppure sfiorati. L'attività letteraria, e quindi la letteratura, si conferma come salvezza sia per l'uomo autore sia per il fruitore.
Oggi è salvezza anche dalle forze snaturanti di certo progresso, dalla standardizzazione che ha investito ogni cosa ed anche l'essere pensante, una forma di eguaglianza fra gli uomini che potremmo definire eguaglianza degli automi. La creatività può inoltre salvare anche dalla tendenza alla atomizzazione della società che è in atto quando nei rapporti interindividuali prevalgono le ragioni di scambio utilitaristico.

Dalla pletora di scrittori non sembra, però, che emergano nomi di una incisività tale da imporsi, da restare all'attenzione. C'è forse la necessità di un rinnovamento o le ragioni vanno ricercate in altro?

Sì, in definitiva, siamo rimasti ai nostri grandi del Novecento, e gli ultimi decenni del secolo scorso non sembrano aver prodotto grandi autori. Taluni, i vincitori dei grossi premi letterari, s'impongono all'attenzione, poi, in un volger breve, anche di loro si perde memoria. La nostra società consumistica tratta il prodotto letterario come qualsiasi altro prodotto: lo fa balzare alla ribalta per dimenticarlo subito dopo. Qualche altro può subentrare ma per subire la stessa sorte. Questa è poi anche la società dell'immagine, richiede pertanto una presenza pressochè continua sul piccolo schermo, oltre che sulla stampa, per evitare di ridiventare sconosciuti. Lo sanno bene quanti lavorano nel mondo dello spettacolo, i quali debbono affannarsi ad essere presenti in ogni modo per non cadere nel dimenticatoio. Il fatto è che in una qualsiasi delle attività un tempo "privilegiate", il numero è oggi sovrabbondante. Ci sono troppi avvocati, professori, medici, ingegneri, attori, presentatori e così via; ed anche troppi letterati. Ma fa difetto pure il tirocinio. Totò, ad esempio, ebbe un lungo apprendistato nell'avanspettacolo prima d'imporsi, e neppure tanto, se la critica lo ha scoperto tardi. Oggi c'è molta sfrontatezza e insieme improvvisazione. Per far ridere, per un applauso, si tentano vie che abbassano l'ars comica. Ma è così in qualsiasi attività. Altrettanto sta succedendo nella scrittura letteraria. La penna esige, invece, un nucleo vitale di pensieri, di immagini, e ciò richiede tempi di meditazione, un interrogarsi continuo per prendere coscienza del nostro essere e di quello altrui. Inoltre, nel proliferarsi dei linguaggi per effetto della globalizzazione in atto e dell'elettronica, la classe intellettuale sembra nutrire perplessità sulla necessità di una interpretazione e trasmissione di testi e valori. Ma anche l'editoria, le pagine culturali di quotidiani e riviste, pur mostrando vivacità, appaiono disorientate, forse perchè pensano di aver perso autorevolezza.

Molti scrittori sono andati alla ricerca di vie letterarie nuove, hanno talora tentato ardite sperimentazioni. E'ancora presente questa esigenza?

Pensiamo che la ricerca di una via nuova derivi da un desiderio di indipendenza, dal voler essere innovativi, originali. In ciò, che è senza dubbio naturale e meritevole, c'è, però, forse il pericolo della stravaganza, se il desiderio diventa sforzo di distinzione, di asserzione ad ogni costo. La secolare querelle des anciens et des modernes vide negli anni Sessanta la formazione del Gruppo '63, il quale fu, come rilevò Moravia, più che altro un attacco per la scalata al potere, dal momento che il Gruppo non attaccava l'establishment economico-politico italiano ma solo gli scrittori arrivati, di successo, come lo stesso Moravia, come Pratolini Bassani Cassola ed anche Pasolini. Il letterato è un normale uomo che, nella la vasta gamma dei sentimenti, lascia spazio all'invidia. Questa può partire da un senso di ingiustizia e portare a programmi volti al ridimensionamento del valore di quanti vengono considerati solo dei fortunati. I cosiddetti "ribelli" del Gruppo '63, nel giro di pochi anni, s'inserirono anch'essi nel sistema che avevano contestato, fruendo di benefici. Sconcerta la chiarezza che si volle fare sulla letteratura come menzogna, da Giorgio Manganelli definita "semidea liberty, maliarda e mignotta", sul letterato che canta sofferenza, ingiustizia e orrore, mentre per lui altro non sono che gradus ad Parnassum. Alla parola letteraria, qualificata come "ordigno oscuro" venuto fuori dalla schizofenia paranoica dell'autore, si attribuisce una ambiguità che la rende inconsumabile. Essa, proiettando attorno a sè un alone di significati, si arroga la pretesa di dire tutto, mentre, in definitiva, non dice nulla. E' l'approdo alla letteratura come artificio inesauribile. Il linguaggio è organizzazione di niente, vale a dire di se stesso. Anni dopo, nel 67, sarebbe uscita la rivista "Quindici" di Giuliani Arbasino Manganelli Balestrini Sanguineti Eco Barilli Guglielmi e altri, alla quale gli eventi del tempo (contestazioni studentesche, rivolta dei negri nei ghetti americani, guerra in Vietnam, etc.) avrebbero dato ben altra materia di trattazione. Essa fu palestra anche del movimento studentesco del '68, per esempio di Scalzone e Piperno. La discussione sulla interazione della rivoluzione culturale delle neo-avanguardie con quelle che furono le manifestazioni di massa e di piazza è ancora aperta. Certa rabbia proseguì, si proiettò nel '77, in quel movimento fortemente critico anche nei riguardi del PCI, rifiutato perchè ritenuto compartecipe del potere. Comunque, la letteratura, mentre da un lato cercava di dare parola alle "masse", le quali, però, erano da considerarsi non rivoluzionarie, dall'altro affermava e costituiva le anti-forme, vale a dire realizzava la atomizzazione e frammentazione delle forme tradizionali attraverso testi eversivi e babelici, che erano non-comunicazione. La contraddizione si coglie proprio in questo voler proporre una parola che si rifiuta al senso, oppure che si predispone all'ambiguo, una parola quindi che risulta aperta soltanto agli specializzati. Il capolinea l'attendeva, ma qualcosa nel percorso era successo. L'esaurimento sarebbe avvenuto naturalmente con le inevitabili rivalse post-avanguardiste di reazione, anche se, come da più parti si è rilevato, la lezione tecnico-linguistica di quelle innovazioni permane. Essa ha lasciato il segno, nel mentre la tradizione dei classici ritorna come valore che non può tramontare poiché si carica di innegabili capacità di formazione umana. Eliot ammoniva su quanto giustamente considerava "la cronaca delle invenzioni umane via via superate e messe da parte". Riteniamo che il rinnovamento debba essere un fatto interiore, non forzato, che esso possa essere colto a posteriori attraverso il segno di opere significative.

Il terzo millennio, a quanto pare, sta proseguendo sulla rotta dell'ultimo decennio del Novecento: personaggi già affermati nei media, scarsissimo spazio alla spontanea modificazione del gusto. Nell'era post-moderna quale via percorrere per affermarsi?

Lo scrittore deve avere una parola sua, espressione di quel nucleo vitale che è dentro di lui. Deve pertanto scegliere la via più consona a sé, al suo mondo di quel determinato momento; potrà, in seguito, trovarsi anche su un binario diverso, come è accaduto a qualche grande autore. Non è quindi la strada ma la capacità di esprimere se stessi ad essere significativa. Il mondo classico operò in un certo modo nel Monti, in maniera ben diversa nel Foscolo. Altrettanto dicasi dei generi letterari prosastici e poetici, dello stesso verso. I sonetti di Dante e Foscolo, per esempio, sono immortali come il verso libero leopardiano, quasi ineguagliato pur dopo l'adozione da parte della fitta schiera di poeti a lui posteriori. E' la personalità dell'autore a dare grandezza ad un qualunque genere prosastico e poetico, ed anche al verso, sia esso libero oppure nella forma del sonetto o di qualsivoglia metro.
Oggi, dopo i tentativi delle avanguardie degli anni Sessanta e Settanta, ciascuno scrive nella forma espressiva che preferisce. Essa segue, per quel che concerne il discorso lirico, la linea orfica oppure quella narrativo-diaristica. Accanto ai maestri ormai riconosciuti, ci sono, però, tanti che praticano la scrittura spesso in maniera ingenua e pretestuosa, mentre la parola richiede profondità di pensiero, un sentire autentico. Ma è necessaria anche sia la conoscenza degli strumenti linguistici con cui soltanto il pensiero si fa comunicazione, sia una lunga educazione alla comprensione del pensiero di coloro che, al di là del tempo e dello spazio, riescono a parlare, a suscitare emozioni e riflessioni, ad entrare in contatto con il malessere dell'uomo tecnologico, pure con la sua superficialità per fargli prendere da essa le distanze, così come dall'effimero che rincorre. Con una educazione siffatta potranno essere evitati i ramoscelli privi di linfa, destinati a divenire ben presto secchi. Non sono quelle degli altri orme sulle quali mettere i propri passi, debbono anzi essere dimenticate, ma esse costituiscono l'humus vitale nel quale i semi producono germogli, o, se si preferisce, il magma da cui prorompono scintille. Quel che va evitato in modo assoluto è l'artificio, la finzione nell'uso della parola. Certo, oggi, per quanto concerne la narrativa, accanto agli autori di sicuro successo che avvertono la contemporaneità come subdola e non autentica, l'immaginario di altri scrittori sembra lasciarsi dominare dal cinema statunitense e dai ritmi rappresentativi della pubblicità, corteggiando quindi l'appagamento di un gusto visivo più che concettuale.

L'informatica ha investito e attraversato il campo della letteratura e dell'editoria, una rivoluzione considerata pari a quella della stampa. In che modo ha trasformato lo scrittore?

R. Simone, che è uno psicolinguista, ha giustamente posto in rilievo i caratteri nuovi della comunicazione, dell'apprendimento e della memoria. Egli parla di una nuova intelligenza in grado di cogliere l'interazione immagini-suoni-parole scritte. E' l'intelligenza "simultanea" che va sostituendosi a quella "sequenziale", basata sulla concatenazione di concetti ed espressa nella scrittura. Il rischio per la letteratura è la perdita di specificità e di prestigio, di rientrare nella babele di merci/messaggi da consumarsi in fretta. Inoltre, nel mentre cresce la velocità percettiva, diminuisce quella verbale e di astrazione e si modifica la memoria che perde i punti di riferimento dei concetti per entrare in una dimensione spaziale e fluida. Il fascino mediatico delle animazioni audiovisive colonizza l'immaginario collettivo , sottrae spazi e autonomia alla creatività. Si è passati infatti dai floppy disk degli anni Novanta ai cd-rom, dove immagini suoni e animazione interagiscono riducendo la scrittura a semplice supporto.
L'informatica offre inoltre anche nuove possibilità di pubblicazione e commercializzazione del libro, le quali, però, non restano estranee alla sua stessa costruzione. L'editoria elettronica, già in fase sperimentale, ha registrato una ben riuscita iniziativa ad opera del narratore Stephen King, che ha reso acquistabile e scaricabile dal sito dell'editore Simon & Schuster il suo ultimo racconto, vendendo oltre mezzo milione di copie. Il nuovo sistema potrebbe diffondersi molto perchè viene previsto un costo di gran lunga inferiore rispetto a quello del normale libro in vetrina. Ma anche lo scrittore sta modificando il genere di scrittura con soluzioni che vanno dal romanzo-saggio e dall'autobiografia-intervista alla cronaca romanzata, al memoriale giornalistico e alla ricerca storica in forma di racconto, o infine alla proposta di personaggi dello spettacolo, presentati con ridondanze e ripetitività. Una letteratura di intrattenimento, certamente lontana da possibilità formative, per niente in grado di generare consapevolezza. Frattanto la dimensione ipertestuale, preannunciata da Italo Calvino attraverso le molteplici vie interpretative e di collegamento che potevano esserci fra le varie parti delle sue opere, si è accresciuta con le possibilità virtuali e con il tentativo del libro su misura, nel quale il lettore-committente indica gli ingredienti che desidera nel romanzo.
Quel che, nel passato, si permetteva di suggerire solo il mecenate, potrà essere di un qualsiasi lettore, alla portata quindi della massa. Quanto resta allo scrittore? Né possiamo pensare di trovarci di fronte un Virgilio che, in risposta alla committenza del poema epico, crea l'anti-eroe Enea. Ma il lavoro al computer fa anche scomparire l'apparato genetico di un testo, rendendo inutile il campo d'indagine filologica. Esso poi, oltre a dare un aspetto di virtualità alla stessa scrittura (chiuso il monitor, il testo è nullo), rafforza l'idea della scrittura creativa come tecnica e procedimento. La letteratura diventa pertanto un fatto tecnico e artigianale, accessibile a molti (tanti sono i corsi di scrittura creativa), ma in questo modo viene a scardinarsi la concezione individualistica dell'ispirazione. Qualche autore è arrivato persino a permettere di spiare in diretta il suo lavoro di composizione e correzione, facendo intervenire i lettori con osservazioni sulla sua opera in fieri. Il testo, come ha osservato W. Ong, non è più un monumento inamovibile ma un documento modificabile; si stabilisce così un nuovo rapporto scrittura/lettura, indubbiamente più dinamico ma dagli esiti non chiari. Quel che importa è che le nuove tecnologie non snaturino l'uomo, il suo patrimonio.

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