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Lettera Persiana
conversazione
con Mohsen Abolhassani

in: “Caffè”
rivista di letteratura
multiculturale, 8/1999
“Lettera persiana”, mensile di
informazione economica, politica e sociale.
Lo staff della rivista è
composta da iraniani e da italiani; l’editore – Mohsen Abolhassani – è di origine
iraniana, il direttore responsabile – Maria Fazia Mascheroni – è italiana. Con il
prossimo numero la rivista cambia formato, divenendo più simile ad una normale
rivista (56 pagine più la copertina). Aumenteranno le pagine in lingua inglese
per soddisfare le richieste dei lettori non italiani.
Quando è nata la rivista e
secondo quali obiettivi e motivazioni?
Il mensile “Lettera Persiana” è
uscito per la prima volta nel gennaio 1997. Persuaso dalla notevolissima
evoluzione subita dalla società civile del mio paese d’origine, durante il
periodo seguito alla rivoluzione, mi ero deciso a riprendere quell’attività
politica che per un periodo avevo abbandonato, con l’intenzione di contribuire a
mia volta, nel mio piccolo, ai processi socio-politici e culturali in atto. E
come prima cosa, mi ero prefisso di lavorare per cercare di cambiare qualcosa
nell’abitudine dei mass-media italiani, soliti ricorrere ai più triti luoghi
comuni e presentare l’Iran del dopo shah come una sorta di “oscura tana del
fanatismo” (anche a causa dell’ostinata propaganda politica sostenuta da quelle
forze internazionali delle quali la Rivoluzione iraniana aveva danneggiato gli
interessi). Insieme con alcuni amici avevo così fondato l’ALCIP (Associazione di
informazione e cultura Italo-Persiana), che avrebbe curato le pubblicazioni di
“Lettera Persiana” come una sorta di proprio bollettino sino al settembre
successivo. Dato il successo, dall’ottobre ‘97 “Lettera Persiana” è diventata una
testata vera e propria, edita personalmente da me e registrata preso il
Tribunale ed il Registro della Stampa, quindi emancipata dall’Associazione pur
mantenendo con essa un rapporto stretto. Scopo fondamentale del mensile è
promuovere presso l’opinione pubblica la più ampia informazione riguardante
l’Iran, al fine di consentire un migliore rapporto di conoscenza e scambio tra
le culture delle due popolazioni; tale impegno consiste nel rendere disponibile
materiale informativo di base, non condizionato da pregiudiziali
politico-partitiche. La nostra comune convinzione è infatti che favorire una
conoscenza quanto più possibile diretta della realtà di fatto non possa che
accelerare il dialogo, auspicabile e indispensabile, tra un paese protagonista
in Europa ed uno protagonista in Medio Oriente. A ciò si accompagna l’intento di
contribuire ad arricchire anche il dibattito interno a ciascuno dei due paesi
riguardo la complessità dei rispettivi approcci alle questioni che scaturiscono
dallo sviluppo nazionale e dal relativo inserimento nelle dinamiche
internazionali. In questa prospettiva si è scelto di fare di “Lettera Persiana” un
“mensile di informazione economica, politica e culturale” (come recita la
testata stessa), nel tentativo di favorire l’approccio dei lettori a tutte le
diverse dimensioni della situazione iraniana. L’attenzione, piuttosto evidente,
alla sfera economica rispondente a due considerazioni: da un lato se l’Iran ha
bisogno dell’Italia e dell’Europa hanno bisogno per sviluppare la propria
struttura economica, e quindi realizzare le condizioni di base per un’ulteriore
evoluzione della sua società civile, anche l’Italia e l’Europa hanno bisogno
dell’Iran (che oltretutto è il “cuore” di un’area geopolitica e geoeconomica
cruciale) non solo per espandere i propri mercati, ma anche per emanciparsi come
realtà politiche autonome, protagoniste e non vassalle negli attuali processi di
globalizzazione. Dall’altro lato, il mondo imprenditoriale e politico-economico
italiano ha dimostrato fin dall’inizio un’attenzione particolare per la nostra
iniziativa.
Che rispondenza avete tra i
vostri connazionali ed i lettori italiani?
Sin dall’inizio tenendo conto
del ruolo degli opinion makers in una società di tipo occidentale, abbiamo
voluto rivolgerci non ad un pubblico indifferenziato, ma ad un target abbastanza
preciso, composto da particolari categorie di lettori italiani: uomini politici,
industriali ed imprenditori, giornalisti e docenti
universitari ( e studenti). Oggettivamente la “risposta”, sin dall’inizio, ha
superato le attese e sino ad
oggi non ha fatto che migliorare. A parere di molti “Lettera Persiana” “riempie un
vuoto” e costituisce un prodotto di cu si sentiva il bisogno. Ciò che più ci fa
piacere è il rapporto “diretto” che si è instaurato con i nostri interlocutori,
quando siamo chiamati a parlare in convegni, seminari e corsi di vario tipo, a
testimonianza dell’interesse verso le culture non occidentali, specie quando
vengono presentate nella loro complessità e profondità, al di fuori dei soliti
stereotipi. Abbiamo lettori interessati anche in altri paesi europei ed
ovviamente anche in Iran il mensile viene tradotto e letto con attenzione (da un
pubblico in massima parte composto da esperti di politica internazionale, uomini
d’affari, giornalisti e uomini politici). Soddisfazione per il servizio reso
viene espressa anche dagli iraniani residenti in Italia che conoscono e leggono
il mensile e ne favoriscono la concorrenza.
In che misura intende gettare
un ponte tra la cultura persiana e quella italiana?
Probabilmente ho già in parte
risposto a questa domanda. Vorrei aggiungere che noi di “Lettera Persiana” siamo
convinti che anche il concetto di “tolleranza” debba essere completamente
superare.
Da un lato, ciascuna cultura
possiede una propria ragion d’essere, una propria specificità ed una dignità che
devono esserle sempre e comunque riconosciute. Dall’altro lato, è indispensabile
che la coesistenza fra culture diversi si fondi sulla reciproca conoscenza:
passo necessario per eliminare la “paura dell’ignoto”, ma anche
perché ciascun interlocutore si rende conto dell’esistenza di “qualcosa di
valido” pure al di fuori del proprio universo culturale, e cominci così ad
accettare il fatto che possano esistere anche punti di vista diversi. A questo
fine è fondamentale il “dialogo” (che è ben diverso dalla “tolleranza”): un
rapporto autenticamente dialettico consente l’evoluzione di entrambi gli
interlocutori ciascuno dei quali può mantenersi fedele alle proprie radici
accettando dell’altro le proposte migliori e poi a sua volta
“restituendogliele”, arricchite con i propri feedback e di interazione dinamica.
Nel nostro caso specifico, crediamo sia interessante, inoltre, lavorare affinché
il lettore scopra quanto non solo vi è di simile, ma addirittura di comune tra
le “radici” europee e quelle iraniane. Ciò può aiutarlo non solo a conoscere
meglio se stesso e le proprie origini, ma anche a riflettere sul come e sul
perché da punti di partenza comuni o simili si siano poi sviluppate le eventuali
diversità. L’offerta di materiali di conoscenza e di riflessione può aprire
itinerari sorprenderti.
L’attenzione rivolta alla
stampa dei rispettivi paesi, indica da una parte l’espressione delle tensioni
dialettiche e sociali dell’Iran dall’altra parte può aiutare ad evitare i
consueti errori d’analisi intorno alla vostra cultura, al vostro modo di vivere.
E’ così?
Lei ha ragione, sia in
Occidente, sia in Iran, il ruolo della stampa e della televisione è oggi
fondamentale nei processi di formazione della mentalità collettiva e dei
“modelli individuali”. Sin dall’inizio ci siamo proposti di cercare un rapporto
dialettico con il mondo del giornalismo e crediamo di esserci riusciti, stando
almeno a quanto ci dicono alcuni dei suoi professionisti. Tuttavia la sfera dei
mezzi di comunicazione sociale è caratterizzata da una grandissima complessità:
spesso “i messaggi” sono solo in parte condizionati dalle convinzioni del
singolo giornalista. Il lavoro in quest’ambiente è quindi molto delicato e
difficile.
Nel numero 8
dell’agosto-settembre 1998 c’è un interessante articolo su una raccolta di
scrittrici iraniane (“Parole svelate”, edizioni Imprimatur, Padova 1998, a cura
di Anna Vanzani). Il punto di vista sul vostro paese è prettamente femminile.
Sono racconti tesi a svelare un mondo ancora incompreso (ad esempio la donna è
fiera della copertura integrale del corpo – l’hedjab – considerata come
un’espressione linguistica della propria dignità e padronanza di sé). Dunque è
sotto diversi campi lo sforzo della vostra rivista per mitigare i pregiudizi
occidentali. Siete soddisfatti dei risultati ottenuti?
Come le dicevo, le risposte sino
a questo momento sono state confortanti, sebbene si debba parlare di “risposte”
singole, individuali. Perché un occidentale, la cui ottica è comunque (anche suo
malgrado) influenzata dai modelli e dagli stereotipi della pubblicità, della
propaganda, da determinati “climi” politici, si persuada veramente della realtà
di una determinata situazione e problema, (lei porta l’esempio della condizione
femminile in Iran), è necessario, direi quasi indispensabile, che egli “tocchi
con mano”, guardi con i propri occhi, per esempio recandosi sul posto. Molti
nostri lettori, che dopo aver letto con comprensibile diffidenza le nostre
affermazioni hanno avuto occasione di visitare personalmente l’Iran, al ritorno
si sono dichiarati completamente d’accordo con le nostre tesi: ma un mensile
come “Lettera Persiana” non può pretendere di ottenere risultati clamorosi e in
pochi mesi ponendosi da solo (o quasi) controcorrente all’interno di un
“universo simbolico” fortissimo e profondamente radicato come l’occidentale. Le
risposte positive sinora ottenute ci confortano nelle nostre intenzioni di
riferire i fatti con la massima dose di realismo, prima o poi saranno i fatti ad
emergere con la loro propria forza.
In un altro articolo è messa
in evidenza la Persia come antico centro di smistamento tra le più svariate
genti e culture (tra l’altro sul numero 9 di ottobre con l’articolo sul Golfo
Persico date un chiaro segno di avvicinamento tra i nostri mondi). Vi sono
attualmente in Italia artisti (pittori, musicisti, scrittori) che operano ed
hanno una loro incidenza?
La maggior parte dei letterati
ed artisti iraniani contemporanei che riteniamo davvero molto validi, perché
capaci di esprimere la propria creatività senza tentare di emulare stereotipi
culturali che non appartengono loro, vive e lavora in Iran. Vent’anni fa, al
momento della fuga dello shah, dall’Iran fuggirono degli intellettuali che si
erano più strettamente legati alla Corte o che comunque avevano operato una
scelta radicale, optando per l’Occidente: oggi, in pratica, i principali fra
questi vivono in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, sebbene in questi ultimi
mesi si stia osservando una sorta di tendenza di “ritorno in patria”,
apertamente favorito dalle autorità di Teheran. Accade però, sia pure non
frequentemente, che in Italia giungano dall’Iran scrittori, artisti, musicisti,
filosofi per visite turistiche o perché invitati a conferenze, mostre e simili.
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rubrica |
| L'intervista |
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Abolhassani, Mohsen
autore: Gian Piero Stefanoni
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