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Alberto (Urbino), poeta, scrittore e saggista, vive a Urbino. Scrittore con formazione prevalentemente classica, ha insegnato per più di tre decenni Letteratura italiana e Storia negli Istituti superiori. Suoi autori preferiti sono Manzoni, Leopardi, Verga, Pirandello, Pascoli, Montale, Ungaretti, Quasimodo, Tolstoi, Volponi, Silone e alcuni moderni. Ha iniziato a scrivere da circa venti anni con poesie in dialetto e in lingua e racconti. In precedenza aveva coltivato interessi diversi. Convinto europeista, è stato segretario della "Association europeénne des Enseignants" per il circondario di Urbino e collaboratore didattico per l’insegnamento di Organizzazione internazionale all’Università di Urbino. E’ stato anche corrispondente da Urbino per la Rai, scrivendo articoli di cronaca e di arte e cultura. Membro del direttivo di alcune associazioni culturali e sociali, collabora  con alcuni periodici ed è redattore della rivista semestrale "Vivarte". Insegna nella Università della terza età. Al 1993 risale la pubblicazione del suo primo libro (Il tempo dei cavalli), racconti tesi a un recupero della memoria storica. Si sente spinto in questa direzione  dai tempi che oggi cambiano rapidamente e dal timore che possiamo perdere il contatto con le nostre radici. Su questa tendenza ha continuato anche con le successive pubblicazioni, usando una scrittura, concisa, chiara scorrevole, con qualche riflesso nostalgico, ma più spesso con una piacevole vena ironica. Non scrive ad ore fisse, ma quando si sente ispirato e dopo essersi documentato. Quando scrive tende a isolarsi per potere entrare con maggiore partecipazione nei temi e nei personaggi. Per essere più incisivo, spesso ricorre alla forma dialogata. In passato ha partecipato a numerosi concorsi letterari per mettersi a confronto e ottenere una valutazione del proprio lavoro, ottenendo diversi primi premi. Ora tende a preferire la presentazione delle proprie opere in modo diretto al pubblico con conferenze e dibattiti. Ha pubblicato: Il tempo dei cavalli (1993, racconti), Sulla frontiera della Vertojbica (1997, romanzo), Infinito passato (2000, poesia), Finestre sulla città (2003, saggi brevi) e Racconti urbinati (2007, narrativa).

Sulla sua produzione letteraria hanno scritto tra gli altri: L. Cicognani [Il tempo dei cavalli] «Un affettuoso omaggio a un tempo di cui restano delle testimonianze nei nomi delle vie, nelle pietre delle case, ma non più nelle persone e nelle abitudini giornaliere... L’insieme è gradevole, godibile, ha un sapore di passato che consola e rallegra, non pretende di ristabilire giustizie epocali, non chiede di operare pericolosi confronti fra il presente e un tempo irripetibile perché passato, chiede solo di essere letto o raccontato con facilità…»; S. Dolciami [Finestre sulla città] «“Le voci della memoria” potrebbe essere una variazione al titolo di questa bella raccolta di scritti di A. C…Un delicato richiamo per un lavoro intelligente che valorizza e fa conoscere la vitalità culturale della città di Urbino, in questi ultimi dieci anni di vita. La parafrasi ben sintetizza il contributo di questo lavoro spontaneo che unisce, seguendo un ordine cronologico, argomenti di interesse specialistico, attinenti ad argomenti culturali, mostre, convegni, presentazione di volumi, personaggi, a riflessioni personali dell’autore, su momenti della vita cittadina che rievocano tradizioni del passato… Ciò che colpisce nel lavoro di C. è il desiderio, l’impegno rivolto a una lettura delle cose che non è semplice annotazione o divulgazione cronachistica ma desiderio di trasfigurazione, in senso metafisico intendo. Ogni scelta di questo percorso è mirata a cogliere un aspetto o più aspetti, ma sempre con l’intento di interpretare di valorizzare, di non disperdere voci, colori, sostanze che sono connaturate e oserei dire consustanziali alla verità stessa della città che è fatta di piccole grandi storie, tradizioni secolari e poveri accenti di vita minima quotidiana. Lo studio di C. parte da una metafora che si ispira però alla realtà, all’osservazione: le finestre illuminate di testimoni di eccezione ora non più in vita, Carlo Bo, Italo Mancini, Paolo Volponi…»; R. Gaffè [Sulla frontiera della Vertojbica] «Nella complessa economia del romanzo, l’analisi cruda dei fatti storici, dei morti disseminati ovunque, si contrappone alla vicenda sentimentale dei protagonisti che vivono con incredibile intensità i momenti di felicità loro concessi. Il discorso narrativo diventa bipolare, perché attraverso il recupero della memoria storica, invita gli uomini “a non dimenticare” ma lascia intravedere nel discorso di Elena pronunciato sulla tomba di Luigi un futuro diverso, sfumato di rosa dove sia possibile per gli uomini, dopo avere subito l’offesa della violenza e delle stragi, credere ed operare per un’esistenza diversa.»; P. Guiducci [Il tempo dei cavalli] «L’Urbino degli antichi mestieri al Salone del Libro di Torino. Verrà presentato in anteprima nella più importante fiera della editoria italiana… Poco più di un pocket, condensa in centoventi pagine storie di provincia, i cui protagonisti sono figure semplici impegnate nei mestieri più diversi, custodi di una tradizione ricoperta da un’aura di magia. Da anni lo scrittore urbinate produce in prosa e poesia, ma probabilmente con questi racconti “tredici incantesimi” ha raggiunto la piena maturità… Per questo recupero della tradizione il libro potrebbe interessare come libro di testo anche a quegli insegnanti attenti alla storia locale. Per il resto sorprende per gli incantesimi che suscita in certe fughe dagli esiti felici e quasi impensabili.»; G. Incisa [Racconti urbinati] «Scorrendo le pagine, leggendo i racconti così profondamente sentiti da C. piacevolmente e senza sforzo alcuno la nostra attenzione si rivolge al passato e gli occhi scrutano quanto si è perduto nel tempo… Il racconto “Al Mercatale un giorno di fiera” diventa un piccolo grande affresco sonoro, si sentono le voci, si vedono le bestie in vendita e i compratori attenti…Leggere “La fornace” è un po’ farla rivivere… Antichi proverbi sempre attuali tornano alla memoria, atmosfere dimenticate si sprigionano con forza dai racconti e velano di una certa malinconia gli occhi del lettore adulto…»; M. Lenti [Racconti urbinati] «Urbino com’era, Urbino del cordaio, del carbonaio,dell’artista del ferro battuto, dei forni, del carradore, dei mugnai, dei facitori di mattoni, del maniscalco…, Urbino delle fiere, degli scherzi, del sogno di una Topolino, del trasporto con carri, delle osterie,… Urbino amatissima da C., ma non idealizzata negli scorci lontani, viene vista in controluce: il sentimento della nostalgia di ciò che era non sovrasta la realtà di quella Urbino, sì che alla fine si ritrovano atmosfere e intenti, ferialità e prospettive, conscio l’autore di vivere oggi un altro tempo  e un’altra storia, fatta di corse e osservazioni, di sogni su una ricchezza artistica ammirata dai turisti magari frettolosi, per i quali i busti di marmo che ornano il piazzale del Monte attorno al monumento a Raffaello intonano nei Racconti urbinati una sorta di peana laico alla poesia, all’arte come desiderio che nulla muoia e che, anzi, tutto sia versato in una attualità che dia i suoi frutti ancora nel far belli i luoghi da abitare…»; P. Mattei [Sulla frontiera della Vertojbica] «Ambientato nel corso della prima guerra mondiale, è un romanzo che evidenzia in C. le doti di un narratore attento alla caratterizzazione dei personaggi e al periodare elegantemente sobrio. Le sue descrizioni aprono orizzonti di nostalgia per la civiltà contadina che va scomparendo e di valorizzazione per ideali di pace. Ma è anche un bel romanzo d’amore.»; G. Nonni [Sulla frontiera della Vertojbica] «Un grumo di case poste su un pianoro del fiume Metauro, ove l’uomo colma di sudate premure una terra povera che spesso è restia a ricambiarlo: è lì a Ca’ Guarcinello che si consuma l’addio di Luigi G. caporalmaggiore nella grande Guerra… E in una profetica circolarità di dettato egli si imbatterà nelle anse della Vertojbica, un fiume che sfocia in un mare d’inchiostro, quello che l’autore spande per dar vita, ai confini orientali della penisola ad un racconto di amore e di morte: il tenero sentimento che unisce il protagonista ad Elena… rappresenta il climax di massima intensità di tutti quei valori spirituali di cui sono portatori i due personaggi. E’ un’opera dunque che non vale solo per sé, ma per la capacità di trasmettere un’energia vitale a lettori attenti che sappiano scavare sino a reperire il significato sotteso ad una trama narrativa sapientemente costruita secondo criteri di geometrica morfologia. E tra i sassi levigati delle acque dell’Isonzo, tra gli sterpi di un paesaggio ferito dalla violenza dell’uomo, si aprono territori illimitati e cavità carsiche che liberano una tensione all’assoluto nutrita di principi di democratica convivenza: motivi universali che traggono ispirazione dagli scritti di Kant e di Cattaneo e dai valori cui si ispira la Costituzione federale americana.»; D. Ricci [Infinito passato] «Una città della memoria, un luogo dell’anima, uno spazio interiore. Urbino può essere anche questo, se raccontata attraverso le magiche atmosfere e le segrete corrispondenze del linguaggio poetico. Ed è proprio questa la città che C., scrittore e intellettuale urbinate, ha scelto di cantare nella sua raccolta di liriche. Una scelta particolare per un autore che, finora, ha trovato nella prosa il suo più efficace strumento espressivo… E’ un’Urbino al tramonto quella fotografata dalle poesie di C. Quando il sole abbandona le mura di quella che fu le residenza di duchi e signori, si apre il tempo della malinconia, come recita “Infinito passato”, il componimento da cui prende il titolo l’intera raccolta...»; V.M. Seconda [Infinito passato] «La raccolta è come uno specchio dell’anima per chi conosce e soprattutto ama Urbino; nella maggior parte delle poesie infatti, vi è come sottesa “la muta idealità” di questa città, ancora capace di suscitare emozioni e sentimenti e perciò di parlare al cuore degli uomini. C. ama profondamente Urbino e il suo paeseggio e sa cogliere di esso gli aspetti più teneri e reconditi, con i toni pacati e semplici, ma non per questo dimessi della sua poesia che si rende “grande” proprio perché attraverso il tono crepuscolare dell’idillio, è in grado di suscitare emozioni con le sue improvvise pennellate descrittive, simili all’efficacia paesaggistica di un pittore impressionista.»; P. Topa [Racconti urbinati] «...è un’ampia rivisitazione di reminiscenze esistenziali, personaggi, costumanze, attività lavorative del passato di un centro come Urbino, località ricca di storia, ma anche di colore popolare… Un lavoro che non può non riscuotere consenso, specie di coloro che, avanti negli anni rivivono, ricordano, rimpiangono la scomparsa di certe figure caratteristiche dei mestieri oggi caduti in disuso, perché soverchiati dalla tecnologia moderna…».

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