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Cecchini

Giancarlo (Urbino 1946), poeta, vive ad Urbino. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Giardino d'inverno (1997, prefazione di G. De Santi), Arcani (2004) e Canti gioiosi (2008). Alcune sue poesie sono state inserite nelle antologie: “Maree” (a cura di Manuela Fella); “Auspici di luce” e “...caro dono del ciel...” (a cura di Raimondo Venturiello); “Parole in fuga”; Verrà il mattino e avrà il tuo verso”; Antologia dei poeti italiani contemporanei”. È citato nel terzo volume della “Storia della letteratura italiana - Il secondo Novecento” (2004).

Sulla sua produzione letteraria così hanno scritto, tra gli altri: G. Duca Ruggeri [nel saggio "Sul cammino di Giancarlo Cecchini"]: «Giardino d’Inverno, di fatto, si articola in due parti (Stagioni, I boschi sacri), ma sono tre i movimenti a cui dà origine: il primo è il fuoco dell’infanzia e dell’adolescenza, che illumina la scoperta dei fondamenti del mondo, le prime forti impressioni, i conflitti, le grandi emozioni: il secondo si avvita intorno al contatto con la quotidianità, comprese “le amare incombenze del ruolo sociale”, e tutto ciò che segna l’età adulta. Ecco, infine, con la (ri)scoperta della natura, mitica e mistica al tempo stesso, l’approdo a una nuova dimensione della vita: “Mi sento parte di un mondo sempre uguale. / Son nell’eterno, nel suo lento cambiare / che non s’avverte se non dopo che è stato”»; E. Concardi segnala la presenza di una forte «critica verso i nuovi persuasori occulti della civiltà tecnologica… [ed] un verseggiare rimato e dalla fonetica rimbalzante… [attraverso il quale] il poeta canta e narra le sue storie come un antico trovadore smaliziato da secoli di illusioni e delusioni.»; G. De Santi «La prima raccolta di C. si involge nelle suggestioni e nei ricordi di scuola, riflettendo e assimilando nella scrittura un rimuginio di parole e figure lasciate crescere e screziare sopra un gusto protonovecentesco – una sorta di impressionismo raccontante e sonoro, introspettivo e pur anche minuzioso nei riferimenti alle circostanze ed ai luoghi, che fa tesoro della tradizione a cavaliere tra Otto e Novecento per spingersi alla volta della disposizione immaginale che gli è tipica. Il ricordo è il punto decisivo delle poesia di C.: l’attimo di sospensione dall’esperienza circostante e da ogni contingenza, specie esistenziale, in cui possa avvertirsi lo “svolgere del tempo”, con i suoi sensi eterni ma anche con le evoluzioni e le revulsioni della storia.»; M. Lenti «Le sue poesie hanno una intonazione particolare: dietro i versi sembra che vi siano le note delle canzoni diffuse e ascoltate proprio nei luoghi e spazi in cui un imbonitore leggeva i tarocchi, fingendo serietà a chi fingeva di credere ai responsi o li spalmava sopra ansie e difficoltà, sopra il cuore per tacitare questo e quelle. Erano testi rigorosamente in rima, che raccontavano tragedie, fatti di cronaca, ritorni improvvisi di emigranti, vicende di lavoratori sfruttati, di desideri inauditi, ecc.».

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Giancarlo Cecchini
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