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De Luca

Amalia (Palermo), poetessa, vive a Palermo. Laureata in Giurisprudenza e in Lettere classiche ha insegnato materie letterarie nei licei classici. Ha diretto il settore della Pubblica istruzione presso la Provincia Regionale di Palermo. Dopo aver, per lunghi anni, approfondito i suoi studi umanistici, ha cominciato a pubblicare: Radere litora (2002), Conchas legere (2004) e In Dies di giorno in giorno / Parva carminum fragmenta (2011). Ha ricevuto numerose testimonianze critiche di apprezzamento. Sue liriche sono state pubblicate in riviste e inserite in antologie di poeti contemporanei sia in lingua italiana che nelle lingue inglese, francese e spagnola. Attualmente svolge attività di collaborazione a riviste letterarie su richiesta degli editori.

Sulla sua opera letteraria hanno scritto, tra gli altri: S. Panunzi « ...tutti i miei complimenti perché i suoi versi hanno le tre componenti essenziali della Poesia (la logica, la musicalità del verso, il sentimento). Ella ha sfidato le Vestali e i Vestali (se esistono) della critica letteraria odierna, tutta verbosità e niente Verbo, donandoci un esempio eletto della Poesia di sempre. Eresiarca ma Poetessa. Non badi ai roghi! Continui, gentile signora a salire la vera Elicona.»; F. Piccinelli «Lo sa che i suoi versi, ricondotti con varia sensibilità al tema dominante del bene-male di vivere, sono assai più semplici ed espliciti di quanto l’estimata esegesi, culta e tradizionale, potrebbe attribuirle? Sia che lei esplori l’essenza di recondite intimità, sia che attinga a quanto di eternamente classico ci ristora, si evidenzia uno scrupolo attento al significato delle parole, intese non soltanto musicalmente, sia nel lieve messaggio che ciascuna di esse contiene e trasmette. Dice che tutto ciò le pare ovvio? Nient’affatto. La sua poesia procede in calibrata simbiosi tra reminiscenze e divenire. E’ una chiave non facile da adoperare, per farsi capire. Lei ha saputo servirsene con disinvoltura, già esperta padronanza.»; Premio “Arenella- Città di Palermo 2011” (motivazione) «Primavera a Levanzo, di D.L., è un testo di alta e intensa liricità che immerge in tenui e partecipate emozioni nell’aura di atmosfere e di sensazioni isolane che si universalizzano, l’ordito asciutto, nel solco della grande tradizione novecentesca che continua, rimanda all’essenza fondante della verità della parola insieme classica e modernissima »; R. Rizzoli «D.L. si conferma figura di straordinario spessore culturale e letterario; traduttrice di lirici greci, autrice della riduzione in versi italiani dell'intera Olimpica 1° di Pindaro, persegue un percorso lirico di raffinatissima trama. In più casi, la critica ha sottolineato le valenze di carattere filosofico che attraversano la sua scrittura, dove la necessità di un pronunciamento interiore si coniuga all'equilibrato rapporto tra il dicibile e l'indicibile per giungere ad una dialettica di eccezionale coinvolgimento emotivo ed intellettuale. E leggendo questa misuratissima silloge si ha l'occasione di ascoltare una voce fortemente indagatoria che poesia dopo poesia accompagna verso quella "magia che resta nella tradizionale accezione di incanto poetico che si compie ancora nel mistero del verso", come ha acutamente scritto Nicola Di Girolamo. Qui infatti si sovrappongono con armonica sintonia le orme della classicità più alta (come nella fantasia' dal 2° libro dell'Eneide, o nell'interrogazione accorata sul ritorno degli dèi che provocano il pianto) al segno vivo di una poetica della quotidianità di valenza extra ordinaria, che nel profilo di un "...esilio | nel nulla che naviga nell'aria" dona tutto il sortilegio della poesia.; P. Vassallo «...A me sembra che la sua poesia esprima, con la maestria di chi versa parole fuse nell’oro dei Greci, dunque con la rara potenza della poiesis, la tragedia del vivere umano, “la vita che se ne va per sentieri non tuoi”. La tragedia della vita che si aliena nel destino. La sua poesia, dunque, se mi è lecito esprimermi così, è parente del senso tragico dei greci, un “senso” che si proietta naturalmente sullo scenario delle ambiguità contemporanee. Se dovessi usare categorie analoghe a quelle di Mazzamuto direi che la sua fonte culturale è quel Kierkegaard che apprese da Trendelemburg (veda le pagine più dense dei “Diari” l’arte di criticare lo storicismo per mezzo dei greci (e di Aristotele in particolare). La sua poesia, dunque, cammina fra il frastuono della storia e il silenzio del sogno,in quello stretto sentiero – dal sentiero del silenzio l’ineluttabilità – che dobbiamo deciderci ad intitolare alla modernissima metafisica dei greci. Poesia della vigilia, dunque, è la sua poesia, poesia che narra l’anima sospesa nell’incertezza come il pensiero aristotelico, che non è più... e non è ancora... non è più l’immobile illusione degli Eleati e non è ancora il luminoso Platone di Dionigi e Tommaso. La Grecia, insomma, che nell’ascolto delle sfere celesti, dimentica”l’eterno dormire”(nel suo testo a p. 72).».

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