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Di Stefano

Gianluca (Rho 1972), poeta e scrittore, vive a: Usmate Velate. Nella vita civile svolge la professione di ingegnere.

Ha pubblicato: I mali del fiore (2004, poesia, prefazione di Donato Di Stasi); A passo d’uomo (2005, poesia, prefazione di Gualtiero De Santi, postfazione di Donato Di Stasi); I segreti del silenzio 2006, poesia, prefazione di Renzo Paris); Catalèpton (2010, poesia); I punti di Lagrange (2013, narrativa); Bianco o rosso, è lo stesso (2016, poesia).

Sue opere sono state pubblicate in diverse antologie di genere o di premi letterari, tra le quali: Premio La Golena (1999, antologia); Premio Città di Penne (2005, antologia); Riluttanti al nulla (2007, antologia di poesie); Il diavolo a molla (2007, antologia di poesie); Suicide Love Killer (2011, antologia di poesie); Ghiaccioli Rossi (2012, antologia di poesie); La città (2013, antologia di poesie); Sfumature di attimi (2013, antologia di poesie); Il paradosso di Teseo  (2014, antologia di poesie); Il quasi nulla, il praticamente tutto (2015, antologia di racconti); Premio LiberoLibro, Macherio (2015, antologia); Inquiete indolenze (2017, antologia di poesie).

Numerosi critici si sono occupati della sua produzione letteraria, tra i quali:

Giorgio Bárberi Squarotti «Torino, 18 novembre 2005 Caro Di Stefano, Le sono grato dell’invio del Suo nuovo libro poetico: il Suo dicono è sempre più inventivo, allegramente alacre, fra ironia morale e puro gioco. Ma da sette anni, quando sono stato molto male, io ho ridotto radicalmente la mia attività e non scrivo più né presentazioni né recensioni di nessun genere. Mi occupo, sì, tuttora di letteratura, ma per cercare di sistemare o di concludere tutta una serie di progetti in versi e in ambito critico che ancora mi stanno a cuore. Con i più vivi auguri e saluti» • «Torino 20 marzo 2005. Caro Di Stefano, Le sono gratissimo del prezioso dono de I mali del fiore, che ho letto con molto interesse e partecipazione. La sua poesia è fortemente originale, e raramente mi è accaduto di leggere un’opera tanto inventiva e varia sia come situazioni, ritmi, immagini, forme, sia come fervida giocosità e ironia. Il ricorso d’amore, di visioni, di riflessioni, di narrazioni, di descrizioni sempre appare sollecitato da stupori, scatti, scoperte, imprevedute avventure della vita e della parola. Spero in qualche occasione d’incontro. E la saluto molto caramente.».

Gianluca Bocchinfuso [Il Segnale n.75] «Nella realtà in cui viviamo, l’ufficio dell’intellettuale è diventato sempre più isolato e precario. Una voce che si scontra contro un mondo che corre in fretta, ragiona e decide sull’onda della superficialità e della ripetitività, senza riuscire a partorire un pensiero pensante che possa indicare diverse vie e opportunità. Il poeta è l’emblema di questo isolamento che, nonostante le difficoltà e le diffidenze, cerca di fare breccia nel muro del pressappochismo e delle sordità rappresentato da ambiti molto diffusi in società. Gianluca Di Stefano, con I mali del fiore entra, senza retorica o false illusioni, nel cuore del problema legato all’imbarbarimento di un secolo che sta andando verso una costante implosione, iniziata lentamente fin da quando si sono inabissati tutti i criteri valoriali e culturali di ogni micro e macrosocietà. Non siamo di fronte ad una silloge che si propone di dettare ricette assolute. Siamo, invece, all’opposto: Di Stefano lancia stimoli e messaggi che non vogliono essere ricette risolutive ma presupposti su cui discutere e di cui discutere, scuotendo se e i suoi interlocutori, convinto di smantellare almeno un pezzetto di afasia del nostro tempo.»

Vincenzo Cappelletti [I mali del fiore] «Nel panorama variopinto delle recenti produzioni poetiche nell’ambito nazionale, Gianluca Di Stefano si distingue come poeta in modo inaspettato e convinto. Il suo è un genere multiforme ma compatto. Da meridionale di origini, ma di inglobamento lombardo, di professione ingegnere, esprime una poeticità sentita da osservatore attento e ruminante. Per lui la vita, la realtà sono agglomerati di azioni e di massime, di avvenimenti e di riflessioni mai locali, ma di influssi universali. Per lui la vita non è disgiunta dalla cultura e tale convinzione scaturisce da una riflessione attenta che penetra fin nei meandri di un vivere non vegetativo, ma meditativo. Non ama stridori e proclamazioni di verità certe o conclamate. Le sue constatazioni sono sussurrate, pur ampliandosi in un dettame che non ha nulla di nazionale o locale. Con I mali del fiore c’è come una ripresa di constatazioni dichiarate, superate da un’ironia e da un distacco che sanno di saggio disimpegno, pur rigettando ogni proclamazione di assiomi troppo sentiti o riconosciuti.»

Emilio Diedo [Punto di Vista, 46/2005] «Gianluca Di Stefano, con questa silloge di poesia alquanto versatile relativamente all’aspetto ritmico, già nel titolo del libro dà saggio di un cimento prevalentemente parafrastico-parodistico, in sostanza dissacrante, della poetica baudelaireiana (è evidentissimo il riferimento a Les fleurs du mal). Poi, v’è l’altro aspetto, prettamente emulativo dell’opera di Carmelo Bene, Il mal de’ fiori, come, giustamente riportato dalla limpida, perita nonché articolata prefazione di Donato Di Stasi. Il titolo è davvero indice del modus operandi del poeta in disamina. Perché della sessantina di componimenti che completano la raccolta all’incirca un terzo rappresentano la (anzi si alimentano della) parafrasi, o meglio, della circonlocuzione di altri illustri autori, premettendone le citazioni didascaliche, non necessariamente poetiche. Innanzitutto l’opera stessa s’apre ad un esergo dedicato a Dostoevskij, tratto da L’adolescente. Nei vari contesti le citazioni riguardano: Pushkin, Stendhal, Turghenev, Buzzati, Omero, Gide, Céline, Menchen, Schiller, Virgilio, Nievo, Bulgakov, Miller.

Giuliano Ladolfi «Borgomanero, 24 marzo 2005 Caro Di Stefano, La ringrazio per avermi inviato la sua raccolta di poesie I mali del fiore che ho letto con crescente interesse. E’ presente un desiderio di poesia autentica, di poesia-vita («Per vivere ci vuole fegato») che rivela un momento esistenziale particolarmente difficile. A passi riusciti, in cui l’espressione non richiede il ricorso a stilemi retorici, si avvicendano versi meno felici. Si nota una ricerca di uno stile e di una "voce" personale non ancora conquistata; da qui deriva il ricorso alla letteratura classica, alla poesia ottocentesca francese (Baudelaire in particolare), alla tradizione settecentesca italiana, alla canzone contemporanea, ecc. senza che sia raggiunta un’unità qualificante. Le indubbie doti dovrebbero essere coltivate mediante un confronto con la poesia contemporanea e mediante una consapevolezza critica che si attua nel momento creativo.»

Ernesto Livorni «05.01.2006 Caro Gianluca Di Stefano, La ringrazio per il messaggio e per le parole che spende sul mio libro di poesie: per adesso mi limito a farLe gli auguri di buon anno, ma spero di poterLe mandare un elaborato sui due volumi che mi ha donato a Penne. Le Sue osservazioni sulla mia poesia mi toccano per quanto riguarda l’attenzione al riferimento musicale: in effetti, c’era questa intenzione di avvicinare la poesia alla musica ed alla musica classica, per dire così in termini generali e vaghi, senza che però il verso risentisse della tara culturale a cui la musica classica è spesso assoggettata. Il pudore non mi allarma; anzi, ne vado fiero tanto quanto la spudoratezza di cui spesso e volentieri è necessaria compagna e controparte. Mi incuriosisce quello che Lei dice riguardo all’apice musicale di XVII: quel componimento mi piace molto e formalmente anticipa la breve sequenza che chiude la raccolta. Cordiali saluti»

Canio Manzuso [Literary nr. 10/2016 - 10.2016] «L’opera Catalèpton di Gianluca Di Stefano è stata di recente inserita nella "Collana Nuovi Fermenti/Poesia". Un altro poeta che fin da subito si dichiara amante del vino, oltre che dei versi! Viene proposto un intarsio di citazioni che, talvolta, eccedono rispetto a quanto offerto sull’altro piatto della bilancia, ma questo è un autore che si impone per personalità, come si evince dal modo di presentarsi nel profilo posto a conclusione del libretto: «Di carattere mite impiega raramente il clacson», intento a «mescersi da bere, e anelare a colmare il vuoto dei dubbi da cui è perennemente assillato nell’applicare cerotti al suo mappamondo.»

Salvatore Martino «Rignano Flaminio 4/8/2005 Carissimo Gianluca, rispondo con ingiustificato ritardo alla tua e-mail, per essere più preciso con ingiustificato ritardo mantengo la promessa di inviarti il mio "Le città possedute dalla luna" accompagnato da una lettera. Finalmente mi sono imprigionato ad un tavolo con un foglio da riempire, bianco come lo chiama Mallarmé. Come ti accennavo ho letto, e non solo una volta, i tuoi fiori del male. No, scusami I mali del fiore. Vorrei mostrarti la mia copia; è zeppa di segnali, a matita, per evidenziare i versi che mi erano piaciuti (e molto), oppure ancora versi che mi avevano colpito e persino stupito-("è colpito dalla mano del caso, dai suoi pugni""camminavamo avvoltolati nella notte di basalto"-"mentre sugli occhi asciutti si versava un sonno che incatena") solo per citare un decimo del totale. E’ un libro coraggioso, avido di conoscenza, capace di tracciare una sua verità in un sentiero costellato di dubbi, di non certezze. Un libro aspro anche nella forma, seppure questa è spesso addolcita da rime (non sempre mi piacciono, a volte mi appaiono troppo volute (o involute) e superflue) e da assonanze. C’è un ritmo spesso sincopato, ma comunque rintracciabile anche nei versi lunghissimi. Un appunto, e me lo concedi dopo tante note positive: i titoli non sempre mi sembrano felici; talvolta arzigogolati, con parole, come ti accennavo, da tuffo nel dizionario. O banali, anche, se intuisco, volutamente banali; meglio, molto meglio quando ti abbandoni ad un discorso solo tuo, che sale, attraverso una scala che solo conosci, dal fondo più oscuro del tuo magma profondo. Dimentica più spesso quel falso consigliere che è il cervello, almeno nella creazione, usalo solo in un secondo tempo. Rimani ancorato a "Neanche nella notte posso nascondermi.". Con affetto»

Sandro Montalto [Il Segnale n.76. Febbraio 2007] «Ad una ribellione invece contro le convenzioni di una certa buona creanza poetica, ribellione in tutto e per tutto palazzeschiana nell’impianto, è orientato il libro che Di Stefano ci propone. Filastrocche, guizzi, invettive, cantilene («Vetrina latrina / caldi saldi / affare da fare / .»), violente e irridenti allitterazioni e rime («Non è poi molto diversa / l’aria disperata che si riversa / in un’alba frigida / dall’ora del crepuscolo, rigida / tale da disporre gli uomini / alla malinconia: attimi / di discreta voluttà / .») e molto altro. Un libro che vale come gesto, non innovativo ma sempre utile come utile è una spolverata agli scaffali che tentano sempre di museificare la poesia. Un gesto che non va esaltato facendolo essere quello che non è ma nemmeno sminuito a banale rifacimento essendo in virtù di quanto abbiamo detto un libri pur sempre figlio dei suoi tempi. Una irrisolta (non è detto che sia un male) commistione di gesto e denuncia, semplice, con la confusa sincerità di un taccuino a cui non si mente. Una sincerità che non si può essere malinconica in maniera agrodolce: «Non va poi così male / mi dice il bellimbusto di turno / nei panni di un Pangloss moderno / perché oggi il MIBTEL sale».

Luciano Nanni [Literary nr.6/2010] «Sullo scenario aspro e inesorabile dello scorrere del tempo, affiorano quesiti dubbi perplessità che inchiodano: «Che fine hanno fatto le donne che abbiamo amato in gioventù?»."Poesia. In taluni titoli non sempre è facile scoprirne l’origine o il significato che l’autore ha inteso: così katà-lepton ricorda una leggera monetina. Fra rimandi fonici (asticci, volendo) in Tutti i frutti, e citazioni numerose e sovente espanse, si genera un corpus linguistico-creativo piuttosto singolare. Talvolta prevale il tono narrativo, in altri casi affiora la malinconia del tempo (di occasioni perdute), es. 'L’amore pudico si schermisce'. Ironia morbida, perfino voluttuosa nell’Elogio del sofà. Ne risulta che lo stile non è tanto caratterizzare, quanto cogliere segni seriosi senza rinunciare al jeu implicito nei vocaboli, con relazioni stranamente calzanti: 'Il mio angelo e il mio vangelo' (p. 59).» • [Punto di vista nr. 46/2005] «Può essere che l’ironia agisca in modo de-costruttivo sulla forma poetica che, alla fin fine, ha qui minore importanza: ciò che conta è il senso complessivo, ci illumina perciò la postfazione del Di Stasi che condividiamo. E non è poi che l’autore non sappia muoversi in senso tradizionale, tecnico o no, es. le rime per l’occhio: ubbie|dubbie (Busillis) scansia|ansia (Fuoriuso), quindi esiste una scelta per il lettore, volendo. L’espressionismo (con distinguo) di 'Niente da dire' è lì a testimoniarlo, e a chi cerca la verità oltre le apparenze consigliamo 'Nei nuovi film'.» • [Punto di Vista n.44/2005] «Poesia. Nessuna notizia biografica appare nel volume su questo autore, così che il lettore, pur avvisato dall’attenta prefazione di Di Stasi, si trova di fronte alla scrittura come unico mezzo conoscitivo. Su più coordinate s’incontrano germinazioni linguistiche per assonanza mnemonica o di riferimento, che coglie in 'Fondi di caffè' la pregnanza d’un gioco non-gioco, ma esistenziale: ugualmente i '10 Haiku' non affidano più l’eventuale messaggio a un dato formale, bensì a 'energia senza forma' (Bugie & Poesie, v. 4).

Raffaele Piazza [Literary nr. 6/2011 - 03.12.2013] «Gianluca Di Stefano, l’autore del libro che prendiamo in considerazione in questa sede, è nato a Rho nel 1972; Catalèpton è un testo non scandito e molto complesso e composito; Catalèpton, che significa cose tenui, è un’opera minore di Virgilio: possiamo comprendere il perché dell’uso di questo termine: infatti le tematiche, molto eterogenee tra loro, che Di Stefano ci presenta, sono caratterizzate da una certa leggerezza, che sfiora il minimalismo. I primi quattro componimenti della raccolta sono brevissimi e sembrano caratterizzati da un carattere epigrammatico. Un elemento saliente e piuttosto raro, che risalta in questo testo, consiste nel fatto che molte sue poesie sono precedute da citazioni più o meno estese, tratte da testi di scrittori o filosofi, che possono essere lette come scritti introduttivi e che sono contestuali ad ogni singolo componimento. La scrittura di Catalèpton è nervosa e articolata, sottesa ad un ritmo incalzante e nel libro si riscontra una grande quantità di temi, di toni ed è presente spesso una certa quota di ironia.» • [Literary nr. 6/2016 - 13.06.2016] «Bianco o rosso, è lo stesso, è una raccolta non scandita, che prende il nome da un verso di Fernando Pessoa, tratto da Villeggiatura. Il volume è ben strutturato, in un alternarsi di componimenti di diversa estensione e stile; ne comprende uno costituito da distici. I versi brevi o brevissime di tono assertivo ed epigrammatico sono preceduti da citazioni di autori nostrani o esteri. Altra cifra distintiva è una scrittura icastica, avvertita e ben controllata nella forma, ricca di una forte dose d’ironia, a volte amara.» • [04.09.2005] «Il presente testo di Gianluca Di Stefano, prefato con notevole acribia da Donato Di Stasi, non è scandito e presenta un andamento narrativo molto accentuato ed è composito ed originale. Con un doppio salto mortale Gianluca Di Stefano si libera di due ingombranti predecessori: il mitico Charles Baudelaire e Carmelo Bene, che ha scritto Il mal de’ fiori, per approdare ad un libro che insiste su una vena ironico-meditativa, capace di risoluzioni diverse dal semplice soccombere ai veleni della quotidianità, alla gibbosità delle relazioni sentimentali, ai grumi di dolore che si rapprendono sotto gli occhi del lettore: tuttavia Di Stefano non si geme mai addosso e, in quasi tutte le composizioni, c’è un tono di sfida indomita nei confronti del reale, del mondo, verso tutte le tematiche della vita, che il poeta affronta con pungente ironia, caratteristica costante di questa raccolta, quasi come se la penna, simbolicamente, divenisse uno strumento destinato ad essere un antidoto nei confronti di tutte le circostanze dell’esistenza, un attrezzo per scavare o una spada per combattere nel quotidiano postmoderno, in tutte le sue variegate espressioni di questo inizio di millennio. E’ un poeta ulissiaco, il nostro, la cui palpabile specularità, riflette traiettorie logiche, significati afferrabili, itinerari etici fortemente percorribili.»

Antonio Spagnuolo «Napoli, 3 maggio 2005 Carissimo Gianluca Di Stefano, Ricevo il volume I mali del fiore e ringrazio. Ottima la presentazione di Donato Di Stasi, con i suoi richiami e le sue illuminazioni. Mi sembra di ritrovare una equilibrata costruzione del verso, sia nei ritmi rapidi di alcune pagine, sia nei ritmi prolungati dei versi lunghi. La descrizione si propone molte visioni personali, in atti quotidiani che rasentano la semplicità: "sputi catarrosi / salviette sporche / rotte lampadine fulminate", e che trasportano il lettore attraverso paesaggi sparsi e dispersi o in estensioni conturbanti. La "poesia" è tutto ciò che noi abbiamo nascosto nel nostro subconscio e non sappiamo se possiamo e non possiamo "dirlo" . allora possiamo permetterci anche di rimanere in apnea in attesa che la materia verbale venga fuori senza limitazioni o costringimenti. Auguro al suo volume una fortuna che merita.»

Claudia Manuela Turco [Literary nr. 7/2010] «Le sfuggevolezze di significato si allineano con una certa complicità, che scatta immediata in chi si accinge alla lettura: rapida e intensa, toccante profondità abissali mentre sfiora l’intima ferita, alimenta la vertigine. Rime interne tra simmetrie di opposti, punte di ironia, incastri inattesi, inversioni e punti di contatto fugaci, in un’acutezza di visione che perfora, sfidando le capacità percettive: «Non esiste più la notte | ma un giorno più buio». In un’altalena di umori, talune inserzioni prosastiche nel tessuto del frammento si fanno amare notazioni: «Il sasso che prendi a calci | durerà più della tua vita». Anna Achmatova replicherebbe: «Tutto quel che vedo mi sopravviverà». Tra vivide immagini, «Il poeta | come il calamaro negli abissi | spande inchiostro nella profondità del foglio | per celarsi». Egli ammette, però: «Così disinfetto le mie ferite con l’alcool. | Forse moriremo | ma mai di sete».

Stefano Valentini [Il Segnale] «Nella sua prefazione a I mali del fiore di Gianluca Di Stefano, Donato Di Stasi arriva a definirlo "poeta ulissiaco". Un’esagerazione? Forse no, perché effettivamente l’autore (nel libro, edito da Fermenti, è assente ogni indicazione biografica) manifesta una verve indubbiamente notevole, provocatoria e sarcastica sin dal titolo "dissacrante" del modello baudelariano. Insomma una scrittura che non si quieta, non si appaga, anzi ricerca come in un viaggio controverso e strenuo le possibili strade per un approdo diverso dalla consuetudine. Il problema è tutto in quel termine che abbiamo usato, "scrittura" al posto di "poesia": perché il prezzo di questo anelito, per molti versi encomiabile, è un affastellamento esondante e non troppo ordinato di idee, immagini, stili, più insomma un laboratorio espressivo che un risultato compiuto. Ma se l’autore saprà fare cernita e vaglio di quanto qui pone alla prova, dando misura e calibro alla sua parola, non possiamo che immaginare per lui futuri esiti significativi.»

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