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Giordano
Filippo (Mistretta 1952), poeta, scrittore e ricercatore di
matematica, vive a Mistretta. Ha pubblicato diverse opere, di poesia:
Spirale (1976), Se
dura l'inverno (1980), Villaggio fra le
braccia di Morfeo (1982), Strambotti per
viola d'amore (1984), Del sabato e
dell'infinito (1992), L'amore epigrammato
(1993), Minuetto per quattro stagioni
(2000), Scorcia ri limuni
scamusciata (2003),
Il sale della terra (2004), Ntra lustriu e scuru
(2006), Scorcia ri limuni
scamusciata (20062),
Minuetti per quattro stagioni (2007); di narrativa: Voli di soffione
(2001); di saggistica: Perfetto 6, il file nascosto nei
numeri primi (2001, matematica), Primi di
Marsenne e numeri perfetti (2002, matematica),
Terne pitagoriche primitive (2002, matematica). Ha conseguito
i seguenti primi premi letterari: 1979, "Città di Marineo"; 1984,
"Guerrazzi"; 1991, "Katana"; 1994, "Pietro Mignosi"; 1999, "Bizzeffi";
2004, "Poesi@ & rete"; 2005, "Messana".
Sulla sua produzione letteraria hanno scritto, tra gli altri:
N. Agnello «Nell’insieme
[Se dura l’inverno] si nota
subito il tocco di una mano esperta e scaltrita, una sensibilità fresca ma
controllata, un linguaggio essenziale, icastico, incisivo, sia pure non
scevro di qualche convenzionalità o di qualche arditezza, e spesso nitido in
linee di composta riuscita armonia.»;
E.
Andriuoli «Il paesaggio [Rami di scirocco]
è quello del Sud e del Sud ha il fascino e la secolare povertà. Questo
paesaggio, con coloro che lo abitano, il nostro poeta lo descrive con
asciuttezza e verità di accenti, scabri ed autentici, e con un’efficacia che nei
momenti migliori (e sono molti) rende i suoi versi veramente universali.»;
B.Balistreri «L'amore
per la natura e per il mondo contadino espresso nelle sue poesie non riporta
memoriao nostalgie edulcorate, come troppo spesso avviene, ma conoscenza
profonda di una realtà scabra, corposa e vitale. In tal modo suscita nel lettore
sensazioni forti, fatte di terra e di sensualità sanguigna, che sono anche
frutto di una avveduta coscienza storica...»;
G. Bárberi Squarotti «Mi piace soprattutto,
nella sua poesia, la capacità di cogliere con epigrammatica forza le situazioni
di vita siciliana fra sociologia e spettacolo ed esplosione dei sensi e dei
sentimenti.»; L. Bartolotta
«Nei versi scabri e densi di significato, che nascondono
la malinconica cadenza del cantilenare del contadino siciliano la parola limpida
e trasparente è restituita alla sua verginità primordiale, aliena da enfasi. Il
messaggio di G., dove non manca la speranza di potere assistere ad una rinascita
della propria terra, è un invito alla riscoperta della semplicità, alla
comunicazione con la natura incontaminata ... all’amore
che è un riparo alla tristezza in questa vita triste e dolcissima, sospesa fra
il tutto e il niente.»; F. Castellani
«Ogni verso [Rami di scirocco] e ogni quadretto lirico di G. sono un insieme di
momenti alti, di aperture, di scampoli luminosi che ci fanno sognare a tratti
oppure riflettere. Sì, perché la poesia, se è autentica - e questa di G. lo è,
eccome – sa abbinare sempre elementi di sogno ed elementi raccolti dal vivo,
dalla quotidianità.»; M.G. Cataudella
«Così nasce l’esigenza di una lirica contemporanea, in un
giusto equilibrio proporzionale con il tema contemplativo, legato
indissolubilmente alla rimembranza, privo comunque di ingiallite e stantie
terminologie folcloristiche. Siamo oltre, siamo nel poetare maturo e riflessivo.
Quello di G. è un canto spontaneo che vuole essere consapevolezza di una
condizione umana purtroppo precaria e universale, dove il poeta raggiunge
l’immaginifico reale del sapere e accertare l’interrogativo sul futuro esistere.»;
G. Cavarra «Nel verso di G. il dialetto assume (e non è certo la nota che ci interessa di
meno) una forte rilevanza sia per gli impasti tenuti al giusto dosaggio, sia per
la codificazione degli esiti simbolici, dove ogni risvolto è da leggersi come
metafora del tempo che si dilata fino a raccogliere i singulti di un vivere in
cui ogni traccia assume una ben definita valenza poetica ed esistenziale.»;
G. Celona «E
sgorgano da questa vena profonda, i versi (Del sabato e dell’infinito) più
belli, le immagini più delicate, infarcite di un simbolismo che si carica di
emozioni e di struggente mistero. Si veda a tal proposito, la lirica intitolata
“Nascendo” tutta costruita attorno al simbolo del “seme di girasole” ad
evidenziare il senso di una perdita irreparabile per l’essere umano fin dalla
sua nascita, la sua condizione di infelicità che si scopre nell’ansia che sempre
lo divora e mai si spegne, di cercare il senso e il significato della vita e del
mondo, ansia di conoscenza che si concretizza nell’altro simbolo della lirica:
nel contadino che scruta le pieghe del cielo. E la pena esistenziale dell’uomo
sembra non avere scampo, correttivo alcuno, nessuna risposta né in cielo né in
terra, se non nell’attimo di un fugace incontro, in quella stretta di mano di
due anime che si incontrano, nel breve spazio del loro incontro. Sul tormento di
vivere, su questa visione tetra e tragica dell’esistenza, si leva, dunque, una
nota di tenue speranza, una stretta uscita di sicurezza, che si intravede
soltanto nel rapporto d’amore che può e deve legare gli uomini tra di loro,
nell’amicizia che aiuta a spegnere e a placare la pena esistenziale dell’uomo.»;
C. Ciccia «Se dura l’inverno (emblematico questo titolo!) è uno dei migliori libri di
poesia apparsi in questo biennio (…) Non abbiamo motivo di esagerare o di
adulare se affermiamo che l’altezza espressiva di questo poeta attinge spesso i
vertici della poesia, con modulazioni e cadenze che sanno di tragedie e cori
greci, come in Dodici lune, ad esempio, e altrove.»;
L.
Curatola «Poesia ritmata sul crescendo di emozioni in una sarabanda di stagioni che, pur
alternandosi nel gioco dei dubbi, delle speranze, delle sconfitte, riesce
tuttavia ad infondere nel lettore un sapore diverso agli interrogativi
dell’animo nell’immutabile rotta verso la meta. È come se si svolgesse un
dialogo intimo tra le forze incontenibili della natura e l’uomo, intessuto sul
silenzio, più eloquente delle parole, silenzio che coglie immagini, propone
riflessioni, apre spiragli, ci fa rimanere noi stessi: Mio confine è la pelle,
anche se ondeggiano e vacillano le attese.»; A. De Luca
«Una girandola di frammenti che irrompono da un universo
mediterraneo denso e lieve ad un tempo; pennellate di colore che sfiorano tutta
la gamma delle sensazioni possibili, prima centellinate e poi profuse a piene
mani.»;
F. Di Bernardo «Potenza narrativa e
compostezza formale insieme, in una commovente armonia di tempi e luoghi che non
giungono dalla periferia dell'esistenza, ma dal nucleo fondamentale dello
spirito di un popolo.»; C. Di
Pietro «Poesia matura linguisticamente e
contenutisticamente, capace di esemplificare, attraverso piccole storie, un modo
antico di vivere, una visione filosofica e morale del mondo organica e unitaria,
come ci viene dall'antica dimensione paesana e contadina.»;
P. Fedele
«Voglio congratularmi per il suo Il sale della terra
- elegante in tutti i sensi - l'ho già letto due volte e lo rileggerò ancora. -
Evviva Dio - finalmente autentica poesia.»;
R. Giacone
«La Sicilia dei borghi e delle città, delle campagne e
dei boschi, dei ricordi e delle nostalgie, trova nei versi di G. la sua più
reale e disincantata rappresentazione.»;
S. Gros-Pietro «…alla poesia in dialetto e, nel caso specifico alla buccia appassita di
limone di G., va riconosciuta una valenza non solo letteraria, ma anche
civile ed etica o quanto meno una potenzialità forte di incisione sulla
coscienza e sulla consapevolezza maturata dall’intellettuale circa gli effetti
trasformativi dell’erosione storica.» «Voli di soffione, un titolo che bene si addice ad
indicare la sua prosa rapida, leggera, ma anche destinata ad andare lontano e a
fare germogliare, nella lettura e nella riflessione, nuove occasioni
di conoscenza di noi stessi, dei nostri tic, dei nostri sogni o passioni. Il
garbo della narrazione unito alla sapienza di un'ironia benevola, che tutto
annota e valorizza con un sorriso indulgente, sono le due grandi forze dello
stile fabulatorio di G., che ricostruisce per tessere
rapide, bene focalizzate ed inquadrate, molti aspetti significativi della gente
siciliana, per lo più raccolti esaminando i ceti umili e più spontanei, ma non
mancano neppure le testimonianze riferibili alle "Famiglie" cioè agli esponenti
ricchi e prestigiosi della società siciliana. Sono indimenticabili gli scherzi
fatti e subiti da Peppino, in Pan per focaccia ed appaiono di una comicità
irresistibile i fraintendimenti lessicali nelle versioni dalla lingua al
dialetto, documentati dal raccontino omonimo Lingua e dialetto. Tutto il libro è
gustoso per le intelligenti trovate, che uniscono sempre insieme buon gusto e
buon umore ed è adatto come libro da comodino, di cui gustare la sera qualche
pagina, per propiziarsi un lieto congedo dal giorno e un buon riposo notturno.»;
A. Iannacone «…Molte poesie ci piacerebbe ancora citare, come lo scorcio della sinisgalliana
Viuzza, come Lievi ondeggiano le canne, come Talvolta in paese,
come È luglio e le riviste…»;
F. Hoefer «…Questa poesia (Strambotti per viola d’amore)
così esemplare per la essenzialità del taglio e per il lessico che rifiuta le
sdolcinature d’effetto, ben si concilia con la sofferta mediterraneità scandita
dalle stagioni, in bilico fra tragedie d’uomini e riverberi incredibili di
papaveri: una sorta di destino. E la malinconica solarità dei versi ben s’addice
ad altri uomini e terre…»; S. Lo
Iacono «Quella di G. (Se dura l’inverno)
è una parola flautata, che utilizza il registro della lirica civile anche senza
invettiva. Non è lirica crepuscolare, ma la capacità di affidare alla potenza
del linguaggio aforismatico ed alla forza dell’epigramma tutto la strazio
possibile.»; A. Maimone «Per G. la natura
non è mai scenario, sfondo, né atmosfera che inviti all'idillio, ma (e qui c'è,
a mio avviso, tutta la modernità dell'a.) unica dimensione, ordito sapiente a
cui riportare tutte le esperienze, anche quelle della storia...»;
S. Manca «Le poesie di questa raccolta
(alcune molto brevi, un distico, altre più estese e strutturate) si situano
decisamente nel versante lirico-surreale e, a tratti, per la solarità delle
immagini e l'esito insolito del verso, paiono rammentare al lettore lo spagnolo
Lorca (i tenui chiarori dell'alba e il profondo, intenso, caldo giallo
siciliano).»; F. Mandrino
«G. tiene fede al sottotitolo del suo libro (Voli di soffione), e
ci racconta piccole storie che si sarebbero ascoltate volentieri un tempo, come
la valigia del militare, che s’incontra per prima, favole cui oggi non si ha
più voglia di credere, oppure storie che non si è mai voluto sentir raccontare,
fin dai tempi in cui migliaia di “Nitto” morivano consumati dal cancro (la
maiuscola spetta a un tale protagonista) nei letti di casa o nelle corsie di
oscuri ospedali, dietro la distrazione comune di frigoriferi pieni di bibite e
marmellate colorate con E…, sotto la comune convinzione che bastava un
cucchiaino in più di Ddt per non preoccuparsi del
raccolto, quando si buttavano le tegole in cotto per rifare il tetto con
l’Eternit e non pensarci più. Già allora davano fastidio storie come quella di
Nuccia, parevano troppo paesane, quando si pensava che la vita potesse essere un
sogno da giocare tra Valdìsnei e Gionuèin. Sulle pagine del Reader’s Digest
vedevo panorami di città immense, piene di grattacieli, mentre un jet della Twa
mi offriva l’America, ed io non volevo sentir parlare di marescialli Leonardo o
di cronisti Mauro, vivevo nella certezza che il mito che ci giungeva
d’oltreoceano sarebbe stato incrollabile. Oggi, che avevo quasi cancellato dalla
memoria quanto ero stato piccolo nella mia ingenuità, mi ritrovo ancora tutto
davanti in alcune di queste storie minime che ho sempre voluto credere d’altri,
e mi tocca di farmi infastidire dal riflesso dei flash dentro lo specchio del
sorriso (p.46).»; A. Manitta
«Scorcia ri limuni scamusciata è una silloge dialettale
che sa fondereperfettamente tradizione, espressività poetica, memoria,
sentimento e cultura contadina e popolare...»;
R. Monaco
«Sono quadri netti, parole piane quelle di G., dal giro breve e quasi
epigrammatico del frammento poetico fino a descrizioni più ampie in cui ampio
spazio è ritagliato per i ricordi emergenti dal passato. La lingua è bella, le
immagini vivide e autenticamente sincere, intrise di sano naturalismo osservato
con occhio attento e pensoso; un risultato, se ci si passa la licenza di un
giudizio, decisamente piacevole per ciò che riesce ad evocare.»; L Nanni «Una
silloge [Il sale della terra] non molto estesa ma piuttosto sostanziosa.
Per
l'eleganza formale e figurativa si segnalano le liriche di tipo descrittivo, ma
in G. descrivere il paesaggio (valga per tutti
Zampilli di luce sull'acqua) è segno di una presenza umana che ne percepisce
la profondità, mentre i "consolatori fonemi" introducono a quella dimensione
ideale che è propria del verbo poetico.»;
D. Papetti «G.
(Se dura l’inverno) sembra nascere dalla spuma del mare e di Venere, sembra
triturare lo sgomento di ataviche paure nel risvolto d’una diversa coscienza,
sino a giungere alla secchezza (forse lacerante, talvolta ci pare soltanto a
livello epidermico di nausea, di sgomento) di una analisi dinamicamente sicura e
di contenuti e di forma... Abbiamo
così una serie di composizioni particolarmente connotative, strutturate secondo
un verso breve ritmato con cadenze rapide e pregnanti, dove le immagini da un
lato scosse, e, diremmo, strappate a forza da un contesto quotidiano,
s’allargano a una significazione semantica più universale e riflessa…»;
C. Pirrera «Senza rinunciare a farsi canto, la poesia di G. stabilisce un legame e un patto
con le cose, con la realtà e con la terra che, evitando le trappole dei
sicilianismi e delle sicilitudini, rende cittadinanza poetica ai disoccupati,
più volte ricordati nei suoi versi, ai bambini che tremano sotto il peso del
lavoro, alle vedove bianche, ai vivi che si piangono assieme ai morti,
sommati in unica perdita.»; G. Quirini «Si legge con piacere questa raccolta (Voli di soffione) di racconti
brevi di G., un piacere che nasce dalla semplicità spontanea di una vena
narrativa piuttosto solida. Il sottotitolo recita opportunamente: piccole
storie di minima gente. Una promessa mantenuta con ammirevole coerenza,
pagina dopo pagina. (…) Ma c’è dell’altro. Ed è il senso della fragilità
dell’esistenza che spesso riesce a coaugularsi e a trovare un significato nelle
cose piccole, lontane dai clamori della cronaca e della Storia. Non si tratta di
consolarsi con una rivalutazione di questi momenti, ma di affermare che sono
proprio queste storie e questa gente i valori del mondo, a dispetto di ogni
oblio o di ogni vana esibizione.»; T. Rocco «La
libertà, la paura, la lotta sono i temi di questa poesia i cui versi pur nel
contenuto intenso, nella forza dell’espressione, mantengono una compostezza
formale, come una fiamma che arde senza inutile fumo o spreco di crepitii, ma di
cui si sente il calore.»; V. Rossi «G., in queste scritture poetiche dal taglio lieve e facilmente
godibili, intesse una favola cattivante sulla dura e irrinunciabile realtà dei
nostri giorni. La sua qualità suprema noi la ravvisiamo nella immediatezza non
priva di energia estetica con la quale traccia e ferma i segni vivi dell’entità
tempo, nel pronunciarsi inarrestabile delle stagioni. Egli sa dare vita
all’ora che fugge con segni pronunciati in gesti, colori, toni, palpiti segreti
del sangue, tacite voci dell’anima: siano i gridi di “muli”, sia il sudore delle
fronti accaldate dal sacro mestiere del vivere quotidiano, siano gli scavi
parlanti da dentro le logore pieghe delle carni degli uomini invecchiati, tutto
parla, grida, acclama, irrompe, respira, da forza e riprende, affonda e risale
nelle ansie e nelle pieghe fisiche e spirituali dell’esistenza. Struttura
portante della poetica di G. è, dunque, “il tempo”. La collocazione spaziale,
siciliana o non, di fronte a questa entità diviene pressoché insignificante,
smaterializzata: di “tempo” sono fatti i braccianti raccoltisi nella piazza e le
favole nate dalle fave, dallo scirocco o da altra denotazione. E tutto ciò pure
ha un punto donde sorge e dove ritorna inequivocabilmente “la terra”, madre o
matrigna che sia, comunque sempre unico centro del cerchio vario e vasto
dell’esistenza; unica certezza senza aggettivazione cui attaccarci per
continuare a vivere e per morire con dignità: tutto il resto viene prima e
dopo dell’uomo; è il silenzio o, se si preferisce, il nulla, potente e
inafferrabile nella sua saldezza. Soltanto la poesia, con le sue ali d’immortali
parvenze, ci può offrire l’ultima illusione e placare in noi il disperante senso
dell’esistenza.»; G. Santangelo «Tra il profluvio delle raccolte liriche che si accumulano sempre più numerose
sul mio tavolo di lavoro, queste Sue due sillogi Villaggio fra le braccia di
Morfeo e Strambotti per viola d’amore, si distinguono per la
sincerità della ispirazione e la profondità delle motivazioni interne, nonché
per la armoniosa resa stilistica, in cui si sentono convergenti la nostra più
nobile tradizione poetica e la esperienza delle conquiste formali della lirica
novecentesca. Ad apertura di libro m’incanta Poiché gira la terra.»;
M. Sarrica
«Io non sono un critico, nè ho la pretesa di poter
cogliere tutti gli aspetti tecnici e partecipativi di un'arte così varia e
difficile da decodificare, mi affido all'intuito, al gusto, e credo che tu possa
ben considerarti un autentico poeta che affida alla lingua madre le sue
pulsazioni più immediate ed autentiche...»;
S. Tietto «Con versi carichi e tesi (Se dura l’inverno),
in composta e tagliente denuncia, G. sa unire alla chiarezza dell’analisi la
forza della parola che inchioda... Una parola-sassata,
che però trova anche momenti per farsi dolcezza, amore, che sa tradursi in
umanissima dimensione...»; S.
Valentini «A prima vista il tono di G. può apparire dimesso, cosicché questo piccolo libro
(Se dura l’inverno) rischia – se scorso frettolosamente – di passare
quasi inosservato: ma certi squarci (a cominciare da quelli di tono civile e
politico in senso nobile, nei quali l’oggetto è la miseria quotidiana, la
mancanza di lavoro, la disperazione del sud) richiamano alla memoria alcuni
momenti del miglior Scotellaro, e qualunque voce induca ad evocare questo nome
merita un ascolto attentissimo. Rispetto a quelli del poeta lucano questi versi
sono ancora più scabri e meno lirici, ma di portata emotiva quasi altrettanto
vasta...»;
M. Zagarella «Attualissime
mi risultano le lirche di G. che con la sua "parlata" di Mistretta, ci propone
la sua ultima raccolta di liriche dallo intrigante titolo "Scorcia ri limuni
scamusciata". Una testimonianza del suo mondo, quasi di pirandelliana memoria,
in cui è evidente la personale (ri)costruzione di un endecasillabo ricco di
poesia nella quale traspare chiaramente uno stato di irrequietezza poetica e
umana che ci ricorda i sicilianissimi G. Meli, S. Calì ed anche Ignazio
Buttitta. Certamente diverse le espressioni, ma ugualmente sicilianissima la
spontaneità con la quale il nostro poeta racconta immagini, figure e luoghi da
sempre amati e gelosamente conservati nella piccola teca dei suoi versi.».
- e-mail
fil.giordano@tiscali.it
sito di
Lucio Vranca
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