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Liguoro

Alberto (San Marco dei Cavoti, 1944) poeta, scrittore e giornalista, vive a Milano.

Dopo un lungo periodo passato in Magistratura ne esce per dedicarsi alla professione di avvocato. Particolarmente legato alla cultura classica sulla quale si è formato si è sempre dedicato allo 'scrivere'. Nel 1998 ha avuto un periodo di collaborazione con il quotidiano "L'Indipendente" di Milano e nel 1999 col quotidiano napoletano "Cronache di Napoli". Ha pubblicato un legal-thriller La Maschera del tempo (1998, prefazione di Carlo Lizzani) che riecheggia in parte temi della propria esperienza professionale, Radici (2000), il romanzo Il vecchio teatro (2001), Differenti ispirazioni (2002), Le stagioni (2004, con lo pseudonimo di Algor), Esplosivo (2004, presentato nel 2005 da S. Fava nella rubrica televisiva satellitare "Tropico del cancro"), Palcoscenico (2007, antologica), A questo punto (2007, poesia visiva), Poesie (2008, poesia), Gli spari del destino (2008, co-autrice Dalila Liguoro), Rumori di passi nei giardini imperiali (2009), Eureka (2010, con Dalila Liguoro), Nido di rovi (2010, poesia visiva), Lasciamoci così (2012, poesia visiva), Nola, cronaca dell'eccidio. Due sposi, la rappresaglia nazista, i martiri dell'11 settembre 1943 (2013, saggistica), Passi nel Cosmo e Mappa el Cosmo (2016, saggistica).

Sul suo primo libro (La maschera del tempo) significativa e attuale esperienza editoriale centrata principalmente sulla città di Milano ebbe a dire «Città bastarda di business e sempre di passaggio, di gente non arrabbiata quando dorme. Una città senza cielo.». Mentre chi l'ha letto così ha scritto: «[Le stagioni] ... Frattura fra bianco e nero nella gradazione dei colori, atmosfere intimistiche nella solitaria condizione esistenziale, frammenti di rumori, figure surreali, divagazioni narrative estemporanee nel dilemma dell’essere e dell’affannosa ricerca delle naturali radici ancestrali, il gioco dell’alea, la fortissima attrazione delle rotondità, tutte le fantasie sospese in una dead zone franca, il terrore del robot, la paura di perdere la sintonia ... semmai ci fosse stata in un fading permanente ... con noi stessi, con gli altri, con il presente, con il passato, il futuro, senza età, senza psicologia definita, senza alcuna dialettica – un ulteriore neo-sperimentalismo di vago sapore pasoliniano e proteiforme – sono queste le sensazioni che mi restano a lettura conclusa delle “Poesie e Racconti” de “Le Stagioni” di Algor. Semmai non fossi già stato convinto che: “Gli angeli piangono | sotto gli alberi a terra | perché | non hanno più ali | per volare” mi hai confermato quanto sia disperata la condizione umana, ma anche quanto ne sia grande la forza interiore a superare ogni disperazione, perfino di morte e di sangue ed essere positivi con sé e con gli altri, nella solidarietà della stessa condizione umana.»; A. Carenzo «Attraverso una capacità descrittiva che si sofferma soprattutto sui particolari l'autore, il cui exploit ha costituito un'autentica sorpresa negli ambienti giudiziari, propone una Milano, più che da bere, da scoprire»; A. Muni «Una piccola perla, questo “dilemma” in versi [Tazebao] di un animo poetico che, anche quando pensa di aver esaurito la sua vena o di vedere inesorabilmente chiuse le porte delle sue fonti di ispirazione; quando pare sul punto di convincersi di non volere più (o di non essere capace di) esprimere versi; che il mondo in cui vive non sia più fatto per la poesia… o, quanto meno, per una certa poesia, ma sia piuttosto un mondo pervaso da un nuovo e diverso senso poetico, di cui coglie l’esistenza ma in cui non si riconosce, si accorge (e noi con lui) che nessun poeta può smettere di essere tale, e anche quando pensa o cerca di esprimersi in modo “narrativo”, ciò che ne viene fuori è pur sempre poesia. Poesia nei pensieri, nel modo romantico di guardare alla vita, alle cose, alle persone; come ci suggerisce l’ultima immagine: che la poesia non è un dono riservato a pochi eletti, ma è negli occhi e nell’animo di tutti coloro che, pur non essendo poeti, abbiano l’attenzione di scorgerla nelle piccole miracolose cose di ogni giorno.»; L. Nanni (Punto di Vista, nr. 29/2001) «Chi ha letto il thriller La maschera del tempo pubblicato tre anni or sono come prima prova di L. in campo narrativo, si troverà ora di fronte un romanzo [Il vecchio teatro] di aspetto assai diverso, più complesso sotto una certa visuale, e ricchissimo di elementi che si intrecciano in modo ingegnoso. C'è nell'autore il vero istinto dello scrittore, che utilizza i mezzi nella loro pienezza, dal flashback, piuttosto frequente, al linguaggio del quotidiano, talvolta spinto (p. 111), ma sempre funzionale alla storia narrata.»; R. Ormanni «…riesce infatti a bilanciare diversi generi letterari – generi intesi nel modo in cui ci hanno abituato le etichette che di volta in volta vengono adoperate per vendere un prodotto – e costituisce un impegnativo elemento di paragone per l'autore… Un intrigo d'affari, di indagini e di interessi che si snoda tra una Milano un po' grigia e nebbiosa, le solari spiagge alla moda e una egualmente nebbiosa, ma meno grigia, Londra.»; C. Velardi «L'uso artificioso di una scrittura irreale si sposa perfettamente con la 'concretezza dei fatti' e la ricerca della verità, tipico in chi ha trascorso la propria vita nella magistratura, nonostante i bagliori della fantasia siano frequenti.»; P. Vuolo «[Le stagioni] ... Frattura fra bianco e nero nella gradazione dei colori, atmosfere intimistiche nella solitaria condizione esistenziale, frammenti di rumori, figure surreali, divagazioni narrative estemporanee nel dilemma dell’essere e dell’affannosa ricerca delle naturali radici ancestrali, il gioco dell’alea, la fortissima attrazione delle rotondità, tutte le fantasie sospese in una dead zone franca, il terrore del robot, la paura di perdere la sintonia ... semmai ci fosse stata in un fading permanente ... con noi stessi, con gli altri, con il presente, con il passato, il futuro, senza età, senza psicologia definita, senza alcuna dialettica – un ulteriore neo-sperimentalismo di vago sapore pasoliniano e proteiforme – sono queste le sensazioni che mi restano a lettura conclusa delle “Poesie e Racconti” de “Le Stagioni” di Algor. Semmai non fossi già stato convinto che: “Gli angeli piangono | sotto gli alberi a terra | perché | non hanno più ali | per volare” mi hai confermato quanto sia disperata la condizione umana, ma anche quanto ne sia grande la forza interiore a superare ogni disperazione, perfino di morte e di sangue ed essere positivi con sé e con gli altri, nella solidarietà della stessa condizione umana.» «...è un bel romanzo! [Il vecchio teatro] di genere letterario neo-decadente, molto raffinato, eccentrico, attualissimo: ti strappa le radici consolidate, ti conduce in una dimensione onirica e ti assorbe in un vortice di sensazioni e di passioni: eppure questo è il fascino della vita, "perfetti imbecilli" se non ce ne rendessimo conto: maturità intellettuale e coscienza riflessiva correlata a stabilità psicologica a caccia di verifiche intimistiche autocontrollate e problematiche nel rapporto con un mondo reale. ... Si potrebbe parlare di autolesionismo masochistico per scelte così determinate in una realtà così problematica, una negative capability, nuova forma di ascetismo di una teologia laica? Un punto di vista, alla Hat, da scettico blu: per effetti del narcisismo, dell'orgoglio, della passione, del condizionamento che condanna all'inquietudine e alla ricerca di una meta? Solo ipotesi. E non conta quale sia la meta... la più tremenda e fascinosa?... l'attrazione del nulla e, nel nostro caso, l'attrazione del tesori della Celletta di Ammon o di un ruolo per i personaggi paralleli, magari con la drammaticità dei sei personaggi in cerca d'autore ... Tutto resta precario, opinabile, funambolico, come in una sorta di spleen o di rêverie, come il tempo, a mezzo tra la dimensione senechiana della relatività, tra armonie e dissonanze e quella così dommatica di S. Agostino, del tempo totale che ci sfugge tra le mani raptime, tempo creazione di Dio, e per noi con l'attesa di un mondo al di là del tempo, metafisico, destinato ad artisti, semmai con un angolo appartato dove si possa giocare un pokerino...  In questo palcoscenico del mondo c'è un po' della fantasia dell'ippogrifo, del senno perduto di Ariosto, etere sottile in ampolle di vetro sulla luna, come i signori in cappotto e bombetta metafore delle gocce di pioggia ed anche un po' delle fantasie cerebrali di Don Chisciotte, di Gulliver, di Des Esseintes, di Zeno, di cultura letteraria diretta e mediata, di esperienze di vita, speranze, delusioni, insonnia di passioni, tutte nelle loro infinite gradazioni e sfumature, fino all'erotico: cultura umana che si affina in rapporto alla conoscenza della vita, all'infinito, fin negli aspetti oscuri dell'animo umano o deliranti della ragione....».

albertoliguoro@libero.it

http://literary-algor.blogspot.com
   
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