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Martiniello
Pasquale (Mirabella Eclano 1928-2010), poeta. Già
Sindaco della città natale, docente e Preside nei licei statali, ha promosso e
realizzato nel 1969 l'istituzione del Liceo scientifico e nel 1973 quella del
Liceo classico e di Scuole materne. Ha costituito l'Associazione culturale
"Linea Eclanense", di cui è presidente, la quale dal 1983 organizza
il premio nazionale di poesia "Aeclanum" a cui si partecipa per
invito. Fa parte di diverse giurie di premi letterari e di varie accademie.
Molti sono gli attestati di benemerenze culturali conferitigli.
Ha pubblicato
numerose opere poetiche: Testimonianze Irpine
(1976), Verso il Giudizio (1977), Esodo
(1979), Il passo del sole (1980, primo
premio "Primavera strianese", Striano), Lacrime
sulla soglia (1982), Vipere nello stivale
(1986), Il lamento di Gea (1989, primo
premio "Monferrato 89" con pubblicazione), L'ora
della jena (1993), I canti della memoria
(1995, primo premio "G. Gronchi" con pubblicazione), Le
piste del tempo (1995), L'orlo del bicchiere
(1997), Memoria e tempo (1998), I
Lunatici (1999), Radici (2000), La
Vetrina (2001), Ossimori (2002), Il Picchio (2003)
e La zanzara (2004),
No munno spierso (2005), I ragni
(2005), Occhio di civetta (2006),
Le faine (2007), Il
formichiere (2008), Le cavallette
(2009); di
saggistica: Nicolò
Franco Beneventano. Ipotesi di teatro di Giuseppina Luongo Bartolini
(1997); di narrativa:
"Zolle d'ombra" di Maria Luigia Cipriano
(1998, romanzo); opere antologiche:
Città di Solofra (1990, in coll. con
Vincenzo D’Alessio) e Il ventennale dell'Eclanum (2002).
È inserito in numerose antologie letterarie di concorsi poetici, nonché in
dizionari:"La poesia in Campania", "I poeti degli anni
Ottanta", "Poeti irpini nella letteratura nazionale e regionale",
"Poesia / Non poesia / Anti poesia del Novecento italiano",
"L'altro Novecento" (voll. III, IV e V), "Canzoniere
italiano", "Antologia della poesia contemporanea", "La
parola convocata" (di D. Cara), "Verso fine Millennio (di G. Amodio),
"Scrittori italiani del secondo dopoguerra", "Mosaico",
"Campania. Antologia poetica", "Dal pensiero ai segni" (di
D. Cerilli, "Litania del nome azzurro. Poesia religiosa italiana",
"Congiunzioni mediterranee" (di C. Rodia), "Versi di Vie"
(di D. Monreale), "La pratica della letteratura" (di G. Giacalone),
"La letteratura come valore" (di C. Di Biase), “Poeti in Campania” (di
G.B. Nazzaro), “Poeti del Sud” (di P. Saggese), “Lettore e scrittore. Per una
didattica modulare della letteratura italiana del ’900” (di E. Magliozzi),
“L’identità del testo” (di G. Giacalone), “Testi e spazi letterari: Novecento
(di E. Magliozzi). Ha ricevuto numerosi premi letterari, ne citiamo alcuni
tra i numerosissimi ricevuti: Il Portone, San
Domenichino, Romena, Setaccio, Don Bosco, Primavera strianese, Pensiero e Arte,
Villa Alessandra, L'albero delle rose, Verso il Duemila, L'Agave d'argento,
Città dei due mari, Agellum, Città di Avellino, Città di Fucecchio, Città di
Pompei, Padre Romualdo Formato, Città di Solofra, Città di Napoli, Giovanni
Gronchi, Monferrato, Città di Capaccio-Paestum, Saturo d'argento, Penisola
sorrentina, Natale agropolese, Calentano, Areopago letterario, Bitonto, Simposio
delle Muse; 2004, Cilento, Laurentum, Aspera; 2005, Rocca di Montemurlo, Cilento
(per il vernacolo), Penisola Sorrentina.
Sulla sua produzione poetica hanno scritto, tra gli altri:
G. Amodio «La poesia [La zanzara] è
animata da una coraggiosa e veemente invettiva, da impegno civile, che senza
ideologismi e tentazioni politiche ripercorre la strada infausta dell’uomo,
sempre più parte integrante di un “bestiario” sia pure letterario, prima che di
un progetto umano, che sembra perduto e smarrito nelle pieghe dei mali, che il
Nostro passa in rassegna per intero con lucidità assoluta con probità personale,
con maestria poetica di alto profilo. ... La sua poetica che dal retaggio della
civiltà contadina trae il suo patrimonio genetico, disegna con freschezza e
invenzione formale di gran classe il valore perenne della tradizione, capace di
restare esteticamente moderna, nella fuga da qualsiasi letteratura del
piagnisteo meridionale o della cartolina turistica.» «In Ossimori c’è lo
specchio nitido e fosco delle contraddizioni sociali, etiche e politiche del
nostro presente...»; B. Andolfi [No munno
spierso] «Quest’opera, corredata da traduzione, da un glossarietto e dai
traslati, composta in dialetto eclanese vivo, carico di coloriture, di
sfumature, di vibrazioni intense, di penetrazioni psicologiche, una discorsività
piacevole, amara, carnale, una partitura recitativa condotta con finezza di
tocchi e fughe, musicalità e rotture di tono tanto che ti sembra di essere
partecipe di un vero spettacolo con vari attori che dicono la loro diversa
parte... » «Più leggiamo l’opera di M. e più ci convinciamo che la sua poesia è
storia e filosofia, ma anche satira con profondo senso educativo per il suo
messaggio chiaro e reale della triste condizione dell’uomo contemporaneo
costretto a sopportare certe regole di vita sbagliate e dure a morire.»;
G. Bárberi Squarotti «Ho letto con
divertimento e partecipazione la sua raccolta di versi satirici [La zanzara],
morali e riflessivi, concettuali, inventivamente descrittivi. Il suo discorso
poetico si è fatto sempre più limpido e puro, quanto a ritmo e immagini, e
sempre più persuasivo per temi e idee.» «Ho letto subito Ossimori la
nuova raccolta di poesie appassionatamente morali e politiche, possenti e
grandiose, e sorrette da una religiosità pura e intatta. Ci sono, poi, testi di
ricordi e affetti di bella commozione.» «... La lettura de il Picchio è
stata per me molto preziosa: amo soprattutto il suo discorso morale e religioso,
con testi acutissimi e suasivi di commento e di giudizio della vita dispersa e
confusa del nostro tempo (come, per esempio, L’estate è un palcoscenico o Le
nubi sono mucche scappate o Bottegai di erotiche parole)»;
R. Carifi «Le poesie [La zanzara] di M. invitano a
riflettere, toccano la Storia, l’attualità l’esistenza e il vissuto; descrivono
e raccontano un realtà collettiva e al tempo stesso personale. La voce del poeta
non rinuncia a parlare, a mostrare, assolve al suo compito con dignità e
coraggio.»; G. Chiellino «[Il Picchio]
Scorre l’umanità nel torrente dei versi, scorre il male di vivere, l’angoscia
del presente “l’abito nero del giorno”, mitigato, a volte, da cipria di memoria.
Saltella la speranza da rovo a rovo, da cardo a cardo tra “abbagli di ginestra e
parvenze di paradiso”. ... La vis polemica, il tocco satirico lo strappo
sarcastico, illuminati da lampi di fresca e tenue ironia sono sostenuti da un
ponderoso tronco etico che immerge radici e trova nutrimento nella linfa di una
vita sana, ricca di antiche, ma sempre valide virtù… »;
A. Contiliano «Il simbolo storico-culturale dell’antropologia
religiosa del Cristo contadino e sofferente, simbolo dei poveri ed emarginati,
rappresenta invece il mediatore comunicativo della tradizione folklorica [Memoria
e Tempo] e culturale che utilizza il poeta per entrare in sintonia con gli
oppressi e gli sfruttati della sua terra.»; A. Coppola
«Qui si tratta di una “zanzara” simbolo, più pertinentemente letterario, che fa
gelare il sangue e turba i sonni di tanti iscarioti della politica, del sociale,
del religioso, delle lettere. Una voce fuori del coro, che “maltratta” i figli
aspri dell’Italia del consenso della Seconda Repubblica, peggio di un
Torquemada, un fuori branco dai benpensanti, un dileggiatore dotato di sole armi
poetiche, più forte di un tornado si abbatte nelle periferie e nei centri
abitati, lasciando macerie e lische. Questa poesia senza altari, senza messaggi,
rompe le ossa con il suo stile tagliente e aspro.» «[Il Picchio] Egli è
poeta di rara fibra che trascina il respiro e lotta strenuamente contro inopie
dell’esistenza con un crescendo come nella memorabile sarabanda schizomorfa in
Loculi del Parnaso. Paesaggista della parola, wagneriano del verso, con questo
libro denso, asimmetrico, pieno di caricature e sviamenti, ci fa partecipi alle
incoerenze, agli imbarazzi di un mondo sofisticato, arrotolato su se stesso,
nella imponente, futuristica natura dell’uomo che s’impunta e deraglia e toglie
il fiato ai ‘vizi’ e ai costumi divenuti insopportabilmente trasandati. Non si
può parlare di trasgressione libertina, ma di carica inventiva fortissima, che,
a volte, si disarticola in vorticosi dèrapages, andando a picchiare contro una
civiltà ‘d’alto volume’… Dunque, una poesia tagliente, smaniosa, e audace che
saprà aprire le vie oltre il Lievitano potere dei nostri poveri critici facili
di consensi e di abusi.»; A. Crecchia
«Calati anima e corpo dentro le virulenze della storia [La zanzara], egli
ne diagnostica le ferite, le pustole, le piaghe cancerogene, gli effetti
permanenti dei vizi, dei veleni, degli odi, delle intolleranze religiose e
ideologiche, dei deliranti proclami dei santoni e violentatori di coscienze che
celebrano i loro riti satanici con l’invito all’assassinio e alle stragi...»
«...il sentimento del poeta [Radici] ha mille ragioni per ristagnare
nell’inquietudine e nella mortificazione di un’età che idolatra le forme
astratte ed ideologizzate dell’associazionismo politico per fini di parte e
ignora la concretezza e la portata umana dei problemi e drammi esistenziali
dell’individuo...» «Poesia a sfondo sociale [Ossimori], che trae linfa
vivificatrice dalle radici marce della storia e della cronaca, della politica e
della morale. ... La versificazione è sempre ferma e decisa, con impennate ora
di fierezza, ora di indignazione, ora di sentimenti elegiaci. La lingua è in
continua dinamicità e variabilità degli elementi formali e dei nessi logici,
legittimati da intenzioni poetiche che puntano al rinnovamento continuo delle
strutture sintattiche attraverso una personale attitudine allo spostamento
semantico, che rappresenta il punto più alto della originalità e libertà
espressiva.» «[Il Picchio] Con il linguaggio forte, mordace e aggressivo
di sempre, M., negli annali della letteratura moderna, può essere benissimo
paragonato a quel Marco Porcio Catone, il Censore che senza peli sulla lingua
dichiarava, a ragione, che “Fures privatorum in nerbo atque in compendibus
aetatem agunt, fures publici in auro atque in purpura”. Cioè a dire che i ladri
delle cose private passano la vita in ceppi e in catene, ma quelli delle cose
pubbliche passano la vita nell’oro e nella porpora, ossia nella ricchezza e nel
lusso…»; D. Del Vecchio [I ragni] «La
poesia di M. è fatta di due momenti, quello polemico nella rappresentazione
negativa del presente e quello contemplativo nei confronti del passato che
sopravvive nella memoria come sogno, come ideale smarrito, la cui perdita serve
a mettere in maggior risalto le degradazioni dell’uomo moderno. Manca in lui
l’impersonalità di molti poeti moderni, che, chiusi nel loro isolamento
esasperato, rappresentano solo emozioni soggettive, esasperando l’individualismo
e solipsismo, in uno stile volutamente frammentario. M., pur vivendo in una
situazione estremamente solitaria, non interrompe i legami con la realtà
esterna, che egli, anche se condanna rappresenta nella sua negatività e
arbitrarietà, rifiutando l’impersonalità del gusto e della coscienza. Egli si
sente coinvolto dal dramma esistenziale del nostro tempo, di cui è la coscienza
offesa. Questa è la caratteristica, che incide la sua poesia in modo originale
autentico.» «Lo scontro tra un mondo fatto di apparenze inconsistenti e
un’antica solida saggezza, di cui il Nostro si sente depositario, crea
un’atmosfera poetica [La zanzara], non certo consolatoria, perché fatta
di cupe malinconie, di speranze tradite, di sogni calpestati, in cui si macerano
i fatti della bruta realtà quotidiana e perdono ogni parvenza del destino
illusoria di felicità e la cronaca diventa così una brutale testimonianza del
destino dell’uomo moderno, travolto dagli inganni di una civiltà, basata sulla
menzogna, sulla falsità, sull’ingiustizia camuffata da giustizia. In questo
contrasto tra la società contemporanea, che ha smarrito la consapevolezza del
proprio essere, e la coscienza lacerata del poeta, matura comunque un giudizio
che nella sua assolutezza è del tutto negativo.» «Vi è una gradualità nella
successione delle liriche [Radici], perché, mentre egli trama lo spirito
degli avi, elegiacamente ne rimpiange il tramonto, fino a scontrarsi con il
tempo presente... Il tempo per il poeta è reo del lento declassamento della
nostra esistenza.» «[Il Picchio] M. nella sua poesia si configura come un
uomo che vive in una dimensione dolorosa, diviso com’è tra un paesaggio
interiore, a cui è intimamente e solidamente legato, e un paesaggio esteriore,
che gli ripugna, perché deturpante e contaminante nelle sue strutture arbitrarie
e violente. Questa è la condizione di base della sua poesia, che trova un’ultima
conferma nella raccolta di liriche intitolata “il Picchio”. Le poesie si muovono
su di un duplice binario: uno nostalgico, nel rimpianto di un passato che vive
incontaminato nella memoria, e uno aspro, violento, pieno di contrasti e di
arbitri con cui l’autore è costretto a vivere…»; G.
D’Errico «La denuncia sostanzia il canto ma non lo annulla ed il
canto accoglie e serra in sé immagini di bellezza che non incrinano l’amarezza e
le donano una mestizia che è poi la luce più vera di umanità che ogni verso
“tramanda”.» «Ne il Picchio il nostro si rivela tra l’altro un poeta
dalla musa terragna e scabra ma pure robusta ed integra, scevra di adulazioni e
di compromessi, sincera e rude, schiva di facili risonanze melodiche ma non di
echi profondi e di immagini luminose ed illuminanti, mai scissa nel suo canto
unitario. Un’opera che induce a riflettere e sentire, che ci ricorda il nostro
dovere di essere uomini, che ci dona, per riflesso e per contrasto, un tesoro di
valori per i quali soltanto è ancora bello e santo vivere.»;
E. Diedo [No munno spierso] «Credo
che il punto cruciale dell’elogio da riconoscersi al poeta stia nella
“volgarizzazione” globale, incondizionata ed impietosa dell’ambiente e
maggiormente dei personaggi eclanesi di cui parla. ... Emergono, nei versi
spietati di M., gli aspetti poliedrici d’una rude realtà, nuda e cruda. Le
dirette voci della povera gente, contadini se non nullafacenti, s’elevano sopra
gli eventi, ora drammatici (morti, vedovanze, veglie e funerali) ora gioiosi
(nascite, matrimoni, festività) ora del più lato rilievo contrattuale
(fidanzamenti, eredità, compravendite, prestazioni sessuali nondimeno),
denunciando, nel disinibito canto della poesia, paradossi, superstizioni,
maldicenze o al contrario felicitazioni, propri della stereotipia di un’epoca e
del relativo costume.»; N. Di Stefano Busà
«[La zanzara] Non vi è alcun dubbio che questo autore è un profondo
conoscitore del genere umano, un analista acuto e intelligente che sa leggere
nelle latebre del rischio le mille sfaccettature dell’individuo moderno... In M.
lo stimolo continuo a dire, a denunciare, a indicare percorsi nuovi alle future
generazioni non viene mai meno, perché è attraverso la poesia che egli usa, a
suo piacimento, piegandola alla satira, avvolgendola in mille volute di
fantasia, di bellezza fervida e mai occasionale la sua frecciata e l’arco che si
tende non è titubante, intende lanciare un “monito” alla vita, ai suoi inganni,
alle malefatte che una sequela di ossequianti coscienze del “bestiario” attuano
ogni giorno, inosservanti della minima morale e della storia.»;
V. Esposito «[Il Picchio] Delle due
disposizioni d’animo, quella lirica e quella satirica, che hanno più e meglio
caratterizzato, nell’arco di un trentennio, l’esperienza poetica di M., la prima
ha dato frutti cospicui, a nostro parere, ma non meno appariscenti rispetto alla
seconda. La ragione forse sta nel fatto che la voce dell’ego, immediata e tutta
soggettiva, ha lasciato spesso campo libero alla denuncia morale e alla protesta
sociale, che in M. hanno trovato delle motivazioni più pressanti, diremmo
irrinunciabili. »; G. Giacalone [No munno
spierso] «Ritengo che il nuovo esperimento sia perfettamente riuscito, in
quanto soltanto il dialetto può interpretare pienamente la vera ed autentica
civiltà contadina dei primi anni del 900. Soltanto questo tuo dialetto, così
magistralmente selezionato e armonizzato, poteva liricamente evocare l’anima
sincera e autentica di questa civiltà... C’è in questa nuova poesia una
compostezza serena e insieme sofferta, che ha superato ogni accento amaro e
dolente, fino a rasentare talvolta anche l’ironia descrittiva...» «La tua ultima
raccolta di liriche La Zanzara è il punto culminante della tua
ispirazione poetica, tutta intesa in polemica con gli aspetti deteriori della
nostra epoca. La tua “indignatio” è la musa costante e positiva della tua
poetica. E finora ha prodotto liriche valide e incisive.» «Riscontro il possesso
dell’arte, assai difficile, di trasfondere in giocosità linguistica e stilistica
[Radici] l’amaro disagio morale e psicologico; e questo valore poetico
modifica quasi in umorismo lirico quella che potrebbe essere l’esplosione
polemica ed anticonformista...» «La nuova poetica di M. [I lunatici] si
accosta molto alle nuove avanguardie e perfino alla poesia visiva. Riesce a
raggiungere vette liriche che sul piano nazionale meritano l’attenzione dei
critici militanti, ai quali è bene ricordare che la provincia letteraria
italiana offre risorse imprevedibili, capaci anche di notevoli rinnovamenti.» «Il
Picchio è di una violenta bellezza, che mantiene alte le vette della poesia,
pur fra tanti fendenti di spada e fioretto: questo è coraggio civile, insolito
nei nostri giorni.»; G. Giannini «M. da anni
traccia un percorso poetico innovativo e coerente, da anni osserva il nostro
paese, dai giovani agli anziani, dai potenti ai poveri, studia i loro
comportamenti e riporta senza timori o riverenze psicologiche paure e
preoccupazioni, indignazione e dolore e sempre dalla parte di chi soffre e di
chi subisce.»; G. Iuliano [I ragni]
«La poesia è una santabarbara – non c’è altra metafora per identificarla e
comprenderla – che deflagra schegge contro errori coscienti, deliri e miraggi di
onnipotenze; scaglia piombo contro consorterie di ogni cricca e con greca,
consolidate aristocrazie dei tempi moderni; recupera salmerie di sogni. Il suo
linguaggio eversivo sgomenta, si rivela un discorso allo sbando, un grido
accorato e ostinato che non patteggia accomodamenti o spartizioni... Poesia come
ultimo atto di fede e di eresia verso un’idea, ma anche ultima thule per un
mondo che per ritrovarsi deve ricrearsi un sistema credibile di vita.»«...perché
il poeta non ha bisogno di confronti o di sostegni. Il ‘nostro’ ha tante
somiglianze, molte condivisioni nell’uso strumentale della lingua... così
singolare nella semantica e nella fonetica, ricco e originale nei traslati, ma
l’identità umana creativa e artistica è tanto profonda e universale da assorbire
e rappresentare diverse ‘voci’. La sua voce è la nostra. [Radici]» «...la
contrapposizione, lucida e tagliente, diventa acido corrosivo alla coscienza
universale – con diverso piglio – tanto più vetriolo e morsa quanto più
l’indolenza, l’ipocrisia, la servitù sono sinonimi di schiavitù, complicità,
peccato.» «[Il Picchio] ...a dispetto “dei gufi in concerto” M. conosce
bene il mestiere di cittadino e di aedo. Per quel doppio mestiere gli basta solo
il canto: benevolo ed indulgente verso i deboli, aspro, spigoloso, caustico
intollerante verso i miasmi della società e gli infinocchianti “ragni
tessitori”. Una scelta di campo contro i comodi opportunismi, contro le
flessioni politiche, così molli e pieghevoli fino a snaturare responsabilità e
bisogni. Una scrittura contro. Una poesia eversiva.»; P.
Losasso «Dobbiamo ammettere con tristezza che è difficile, di questi
tempi, che Il Picchio di M. venga preso nella dovuta considerazione,
perché va in controtendenza. Nel momento critico dove l’ignoranza, la
supponenza, la malafede, il raggiro, la prepotenza hanno la meglio, nel momento
del crollo della sensibilità e dell’intelligenza, nel momento in cui i santuari
più frequentati sono quelli della borsa, il poeta non si omologa alle barbarie
ma, anzi, al contrario, diventa la coscienza critica di un sistema senza valori…
di qui prorompe un materiale incandescente, il materiale infuocato, la tensione
sferzante, audace, segnante, fustigatrice dell’ipocrisia, della violenza, della
vigliaccheria, della maledetta ingiustizia portatrice di odio e rovina, dei
sentimenti più bassi e ignobili che albergano nel cuore dell’uomo.»;
G. Luongo Bartolini [No munno spierso]
«Gli stilemi, i vocaboli arcaici, la realizzazione espressiva occasionale aprono
agli spazi di una storia e di una vicenda che strettamente appartiene e riguarda
la terra del Sud – anima e sangue – l’intreccio e il costituirsi per
sovrapposizioni e intersecazioni di miti, riti, usanze, anche estranei per
provenienza etnica che si incastrano, nel tempo delle varie dominazioni, nel
tessuto geloso del linguaggio e della comunicazione, lo rendono particolare e
unico. ... Brillano di luce propria le sceneggiature delle usanze,
superstizioni, del dolore compiuto e, anch’esso, perduto. Un’aratura profonda
investe questo lavoro che l’Irpinia – e non solo – attendeva da tempo. Lo rende
unico e raro, illuminante nel quadro della nostra penisola, e più in là.»
«La poesia [I lunatici] risulta sempre ardita e affascinante, la
quale fa tesoro della tradizione, mentre ne rinnova le ragioni, le tesi, il
linguaggio, attualizza le frontiere del lessico, ne rimuove le scorie, esalta la
parola creativa, nell’espressione che tocca, scolpisce, difende le falde di un
vernacolo, nella scrittura, con il profumo, il colore, quasi il sapore di una
inimitabile cadenza.»; P. Maffeo «È il
documento [La zanzara] credo più alto (anche per la dizione) del tuo
coraggio civile, che implica una visione etica e un risentimento radicale da cui
poi prende necessità la tua virulenza parodico-satirica.» «In Ossimori ho
trovato la conferma piena della felicità satirica intrisa di pietà, illuminata
dai raggi della fede. Vi sono denunce a sangue, lampeggiamenti di humor,
tracciati di partecipe umanità e direi di carità, i segni non obliterabili di
fede. Leggendo, ci si trova tutti nella ‘voliera globale’. E non si può non
dire: “Quanta nuvolaglia di mosconi | vive parassita. È una palude estesa | dura
ad ogni spray”.»; P. Matrone [I ragni]
«Una satira tagliente, e a tratti addirittura aggressiva, quella di M., un
donchisciotte consapevole, che percepisce in tutta la sua sconsolata crudezza
l’impotenza del singolo nei confronti della società e della storia e tuttavia
continua ad aggrapparsi con ostinazione testarda al fuoco della parola come
all’unica arma possibile contro l’implacabile logica dell’avere intrisa di morte
e contro coloro che, pur avendone titolo e dovere, rinnegano il loro ruolo, per
vendersi a chi stringe con avide e insaziabili mani il destino del mondo.»; [No
munno spierso] «...è una puntuale indagine storica, sociologica, e
filologica, condotta con perizia rara che supera di gran misura le normali
abilità di un addetto ai lavori: la grande competenza tecnica dell’autore è
nutrita, infatti, da un amore smisurato per la propria gente, nonché da una
statura poetica incisiva, forte,virile, e, soprattutto sorretta da una tensione
etica che, della denuncia sociale e politica, ha fatto la sua ragion d’essere,
il suo unico grande scopo. Egli ci descrive l’epopea della sua gente (del suo
mondo scomparso), evitando lamentazioni e banalità retoriche, servendosi della
satira e dell’ironia, rivelandosi, come sempre, un mago della parola.»; mons.
S. Moffa «Traduce le sue riflessioni sui
fasti e nefasti della società sgretolata e indebolita dai codici di
comportamento e dai modelli sociali fuorvianti e la sua poesia è sofferente
esigenza interiore di penetrare a fondo nel vivere quotidiano con il desiderio
di vederla recuperare un’ordinata sistemazione stimolata dal vigore espositivo
del continuo flusso del suo primario obiettivo.» «con il Picchio l’a.
invita il lettore a riflettere sulla drammatica carica eversiva che coinvolge la
poetica contemporanea disgregando il linguaggio classico e da attento
osservatore ripercorre la travagliata vicenda con il rodimento di coscienza
dinanzi ad argomenti che in un tempo di trasformazioni e di inquietudini in un
mondo anormale dall’apparenza normale non lasciano indifferenti e impoveriscono
lo spirito.»; D. Monreale «M. ci offre, con
questo suo recentissimo La Vetrina, un ulteriore saggio del suo ben
caratterizzato discorso lirico, intriso di forte tensione morale e di potenza
linguistica. ...con la sua versificazione incalzante, mobilissima, pregnante,
che fustiga con tagliente ironia la desolante scena contemporanea.» «Questa
forza dei contenuti [Radici] trova infatti valida espressione in una
lingua dal raro fascino espressivo, fertile di immagini, polisemica, dinamica,
preziosa e naturale nello stesso tempo, con innesti dialettali e un felice
accordo lessicale tra contemporaneità ed elevatezza di tono, elegante ed
equilibrata nel dosaggio di pause e di ritmi concitati.» «[Il Picchio] Ho
seguito gran parte dei lavori di questo autore, tutti contrassegnati da uno
sguardo attento e fustigatore, impregnati da una forza espressiva mai soggetta a
cadute di tono. Ma in quest’ultima raccolta sento di poter affermare con
convinzione che ci troviamo di fronte all’opera probabilmente più riuscita: una
compattezza di versi, un ritmo sostenuto, una efficace simbiosi tra forma e
contenuto, una cifra originalissima di stile che mi portano sempre più a credere
nel valore di questa poesia che tanto si distacca da filoni e scuole, e che
emerge per potenza propositiva, per l’incisività degli assunti tematici.»;
N. Pardini [I ragni] «Ma quello che
più piace della sua poesia e che la fa compatta e autentica è la facilità con
cui egli riesce ad innestare le emozioni nella concretezza del mondo, la sua
forte interiorità trova sempre equivalenze oggettive tanto che il suo animo si
scopre come terra asprigna al sole e si “patolocizza” in lingua di civetta, di
pappagallo, in agnello, in ulcere serpente tenia, picchio, zanzara, ragni. La
reazione a una società tanto irrazionale trova sempre supporto in questa
simbiotica fusione tra elementi e combinazioni metriche: unicità e linearità del
suo stile.» «Ancora una allusione zoomorfa felice e calzante [La zanzara].
Ho riconosciuto i tuoi modi, la tua verve espressiva, il lessico incastonato in
un linguaggio robusto, coinvolgente e la tua versificazione libera, che denuncia
i veri momenti di questo nostro mondo alla rovescia; la tua poesia è costruita
con esperienza e generosità; la sua nervatura è nel dire, nella parola, dove la
parola è tutto e dove il sapiente uso di una metafora sempre originale dà forza
e spessore alle vibrazioni di un’anima irretita dai malesseri storici e
sociali.» «[Il Picchio] La parola è arrivante e mordace, la ricchezza
delle tematiche è coinvolgente, ma soprattutto avvincono l’organicità, il rigore
e lo stile acuto e penetrante della poetica, che bussa e scava con un percorso
magistralmente costruito e saldo quanto il becco del picchio… Non accade spesso
nella poesia contemporanea, come ne il Picchio, incontrare un’attenzione
particolare anche nella parte tecnica, dove il costrutto metrico è di grande
supporto all’intensità dei contenuti trattati.»; U.
Piscopo [No munno spierso] «L’autore si tuffa nel fiume del
idioletto e dell’icasticità della sua terra con passione e gioia ma anche con
abilità di consumato letterato che ammicca al lettore riguardo ad aspetti
umoristici e più spesso comici, o a motivi paradossali, tuttavia lievitanti di
stupore. Particolarmente felice egli riesce nei tratti elegiaci o nelle
evocazioni memoriali...»; L. Pumpo «Una
poesia tutta incarnata di vita ed ancora trasfigurata: parola nel cuore, cuore
nella parola. Una poesia dei valori, perduti o ritrovati, insidiati ma radicati,
ancora ripresi e da rintracciare, inventare, dunque più veri, ammonitori di
onestà e canto. Con Ossimori il poeta non guarda solo all’uomo della sua
terra (l’Irpinia verde), ma all’umanità, non solo alla terra, ma all’universo.»;
P. Saggese [I ragni] «Non v’è
fenomeno sociale, politico o di costume, che sfugga all’attenzione del Nostro:
la sua riflessione tocca una tale messe di temi per cui è facile intuire il suo
minuzioso lavoro di raccolta di dati, ora fornitigli dalla memoria, ora dalla
vita vissuta, ora dai più svariati mezzi d’informazione. La sua vena satirica,
che ricorda Giovenale, è presente in “Radici” (2000), “La vetrina” ( 2001),
“Ossimori” (2002), e si accentua ulteriormente in “Il picchio” (2003), “Zanzara”
(2004) e “I ragni” (2005). Si tratta di poesia engagée, di poesia impegnata,
militante.» «La poesia di M. è una poesia eminentemente civile e satirica [La
zanzara]. Ricorda da vicino la poesia “acre” dei satirici latini, Persio e
Giovenale in particolare, la loro “indignatio”, la loro asprezza tragica, nei
suoni, nelle parole e nelle “iuncturae” barocche, nelle immagini grottesche. È
la vita, dunque, ad ispirare l’indignatio, questa realtà contemporanea... Di
fronte a questo mondo in balia il poeta dichiara la sua alternativa, vale a dire
il suo libero pensiero, la poesia, la certezza che bisogna lavorare per un mondo
migliore.» «[Il Picchio] M. è un poeta autentico, una voce limpida e
forte, che ha pochi uguali nel panorama della letteratura italiana
contemporanea. Apparentemente, la sua poesia sembra ‘tutta istinto’, e invece
nasce da un profondo, continuo riflettere e interrogarsi sulla sua realtà
contemporanea meridionale, italiana, mondiale, un continuo meditare sull’uomo e
sul suo destino, sulla sua vita, sul suo passato, su Dio. È un testimone
autentico e ‘scomodo’ del nostro tempo, perché M. è un poeta contro, un poeta
civile, che a volte attraverso il sorriso dell’ironia, più spesso attraverso
un’indignatio satirica, pone innanzi al lettore le crude verità della nostra
esistenza.»; A. Saveriano [I ragni]
«“Occhio di civetta” è squisita pezza di schiavina, considerevole nucleo di
centone, tassello di diaspro per l’eterogeneo lastricato culturale/testimoniale
a cui da trent’anni M. (in quante occasione lo abbiamo doverosamente
asseverato!) dedica tutto se stesso, al punto che ci sentiremmo autorizzati a
parlare, nel suo rapporto totalizzante con la poesia, di “dipendenza
provvidenziale”, dal momento che essa frutta benefici a quanti siano ricettivi
al percussivo messaggio permanente. Più che verbale, il messaggio si traduce
nell’inculcare in progressione il senso, il concetto già “frommiano” della
libertà positiva. » «I libri di poesia di M. costituiscono un testamento etico
dove la bellezza del metalinguismo si sposa all’antropologia e allo scavo
psicologico. Ne emerge un ritratto dettagliato amarognolo, ma non privo di
salvica chiave, del secolo che ci stiamo lasciando alle spalle e di quello che
stiamo percorrendo...» «Esiste una poesia con un tessuto organico compatto, che
si presenta come un album di istantanee su fatti e misfatti, conquiste e
sconfitte di un’epoca storica: è – a tutti gli effetti – un lascito
testimoniale, una base documentata inalienabile, ben bilanciata, da cui
attingere a futura memoria, per riflettere sul respiro variabile dei tempi e
sull’invariata natura umana. Ossimori ne è il capitolo più recente.»;
A. Scarpa «Se chi si appresta alla lettura
cerca nella poesia l’esaltazione del sentimento, della bellezza, il verso
forbito, l’immagine che affascina, la parola accattivante, non legga La
Vetrina, perché M., per denunciare i mali di oggi va a rovistare nel
putridume morale. Lo sorregge, nella denuncia, un profondo sentimento
cristiano...»; S. Tietto «E dai suoi versi [Radici]
viene e la coraggiosa (talora eroica) denunzia e l’atto di fede insieme; con ciò
confermando quella poesia di civiltà di cui il nostro tempo necessita e che M.
incarna quale profeta che avverte, che dice in anticipo, che dichiara avanti.»
«Si conferma [I lunatici] potenza della parola che genera e matrice che
ri-produce, paradigma esistenziale per le desinenze di ogni giorno.» «Versi
puntuali, cadenze al cesello, recupero dei materiali linguistici della radice,
luoghi che si fanno simbolo [Memoria e Tempo]. Il sentiero o la vita. ...
Una consegna di alta poesia, perché carica di forte dettato umano, perché
plasmata dall’elaborazione cosciente, perché sublimata dalle tonalità
raffinate.»; U. Vicaretti [I ragni]
«La poesia è una poesia della denuncia, simmetricamente e specularmene essa è,
si può dire, anche una “denuncia della poesia”; di quella poesia, cioè, che non
trova le parole, i temi, il coraggio, l’indignazione, il furore della denuncia.
Una denuncia, tout court, della cosiddetta “poesia pura”; di quella poesia che
si arrocca nei cieli fatui e asettici dell’intuizione pura
di crociata memoria
(tipo di poesia, tra l’altro, che lo stesso Croce non prediligeva affatto). È
una poesia questa tutta ascritta alla “poesia impura”, come è detto nelle
liriche: “La poesia è trasparenza”, “Leghiamo la poesia alla vita”, un vero e
proprio manifesto di poetica.».
www.pasqualemartiniello.it
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