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Il tempo dell'attesa
la prefazione
Andrea Brigliadori
Nel suo ultimo libro, Il tempo
dell’attesa, Bruno Bartoletti esprime il senso di una vicenda umana
predestinata alla perdita (della madre, del passato, degli affetti,
dell’altrove, del divenire delle cose umane, della storia), incline alla
malinconia negativa, sottomessa all’esperienza del rimpianto delle “cose che
potevano essere e non sono state”, assorta in ciò che è perduto e non ritorna
(il paese, ancora la madre, il passato, un amore, e tutta insieme la vita),
indotta a riconoscere in ciò, nella condizione individuale, gli elementi
peculiari, e in qualche modo assoluti, di tutta la condizione umana, “l’eterno
mistero della vita” (Il nostro viaggio): il tempo, il viaggio, la morte.
Immutabilmente: “Io patisco le distanze, le mute ombre | del cuore, l’eterna
lotta del nostro divenire | su questo mare che scaglia la sua onda” (Incerto
il nostro viaggio). Anche quando la storia, la cattiva storia dei nostri
giorni, porta fino a noi velocemente notizie di guerra, nulla muta nelle radici
delle esistenze: ”ogni cosa è al suo posto, almeno così pare, | in questa
indifferenza” (20 marzo 2003 – 1° giorno di guerra).
Anche il lavorio assiduo sulla carta
in caccia di parole che facciano poesia non scalfisce la pàtina dei “giorni miei
ricolmi di silenzi”; semmai ribadisce la certezza tormentosa della immobilità:
“E poi togliere anche l’ultimo sigillo | ed essere nel tempo solo pietra |
nascosta al rumore della vita” (Parole). In sintesi: “la marea porta
sempre alla deriva | e ciò che resta è solo la memoria” (Le radici):
variante fedele della montaliana “poca nebbia di memorie” in cui “tutto
vanisce”. Il vivere stesso, per quel tanto di travaglio che in sé comporta, è
sofferente risveglio da “oscure apparizioni”, da “presagi incerti”, dalle
“ceneri del vento”, da un “silenzio d’altri tempi”: “Il mio tormento è risorgere
ogni istante, | tramutato, da queste oscure soglie, | è vivere e durare oltre
quest’attimo” (Mi dilaga nell’animo la selva).
Non può non prevalere, in tale visione
dello stato umano, il senso di un mutamento apparente che in realtà cela la
sostanziale inerzia delle cose: “E’ eterno, non ha fine questo viaggio | e
procede a sobbalzi, un giorno e un altro, | sempre uguale, non varia, non
procede | se non per quell’inerzia ch’è nel fondo | di ogni mutamento” (Non
ha fine questo viaggio).
Bella, nella sua significazione
simbolica, la descrizione della “famigliola seduta al lume”, nella seconda
strofe di Risuona lento il tocco della pendola, avvolta, secondo la
tipica dialettica pascoliana del “dentro” e del “fuori”, del “nido” e
dell’ignoto mondo circostante, dalla “ombra cupa del silenzio”. La casa è
abitata, più che da vera vita vivente, dai “relitti sparsi | delle cose lasciate
in abbandono”. Bellissima è, in questo clima di crepuscolo esistenziale, la
poesia La mia strada, in cui il poeta parla di una sua strada “inventata
o reale, tormentata o amata”, lasciando intravedere quanta mescolanza vi sia, in
lui o nell’adolescente che è stato, di esperienza reale e di suggestioni
profondamente assimilate da altri (voci, poeti, parole). Tutto il suo mondo
umano e poetico è come piegato a ritroso, vòlto all’indietro, verso i ricordi,
le radici, i segni di una vita già consumata prima del suo farsi, e via via
disfatta: nel tempo, nella immobilità, nella morte: “Ho tirato la barca sulla
riva, | la mia barca col suo carico di spoglie, | anime morte e foglie. Indietro
vado, | vado sopra sentieri senza luce, | a ritroso, tentando oscure soglie” (Da
queste forme buie).
In
questo andirivieni dell’anima, sterile e angoscioso ad un tempo, “questo andare
inerte in altalena” (Ora m’ascolto), punto fermo è sempre la madre; anzi:
l’ombra della madre (“mia madre ferma in piedi”), anch’ella ombra e silenzio, ma
ferma. A ribadire, se ce ne fosse ancora bisogno, la profonda consonanza
pascoliana della poesia di Bartoletti. Al quale è anche toccato in sorte, per
singolare coincidenza, qualcosa di molto simile alla vicenda del Pascoli: la
nativa conoscenza della campagna e delle sue incancellabili impressioni, il
viaggio nel mondo “esterno” e “lontano”, il ritorno, destinato o voluto, alle
radici. E tutto questo ha generato in lui, per istintive e calcolate
interferenze, per correlazioni oggettive e per trasposizioni analogiche,
l’universo reale e simbolico, concreto e visionario, della sua poesia.
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autore |
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