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Riflessione sul mistero della vita nel campo disteso di Bruno Bartoletti

Luigi D'Amato

Sarà proprio questa terra, che da San Mauro si estende a Montetiffi, ad ispirare versi dalla fluida musicalità, soffusi di pacata e profonda malinconia. Pascoli, Campana, Agostino Venanzio Reali, Bartoletti.

In Bruno Bartoletti colpisce subito la musicalità del verso, il canto disteso, in un endecasillabo ora ipermetro, ora contratto, spesso intercalato da settenari e novenari, con strofe che segnano il ritmo e il respiro dell'anima. E su tutto una vena di malinconia che pervade il verso di pensosa riflessione e placa nel ritmo piano e lineare l'intensità delle emozioni. Sono caratteristiche che richiamano, senz'altro, al genio pascoliano, che ha tratto l'impronta dagli umori della terra delle "cante" e della musicalità romagnola.

Ma non lasciamoci abbagliare dalle suggestioni della prima lettura. Si avverte Pascoli certo. Il Pascoli con le sue ombrose malinconie e i suoi nostalgici richiami alla terra e agli affetti familiari; ma oltre a lui anche Montale e Ungaretti, e, perché no, anche D'Annunzio ("...Ascoltami. Il bosco ha la sua requie, | posa i suoi rami folti finché il vento..." (E pioggia scenderà in Il Tempo dell'attesa, 2005). Si capisce subito insomma, al primo approccio, che Bartoletti è un vorace lettore di poeti contemporanei, ma non per questo è poeta da fermarsi a Pascoli e alla lezione Montaliana, perché vive una sua tensione che, pur dimostrandosi lui alieno dagli eccessi dello sperimentalismo, lo porta oltre la soglia della modernità. Già nelle sue prime raccolte Trasparenze. Frammenti di memorie,1997, si evidenzia dentro un registro formale di ascendenza pascoliana il disegno di uno scavo interiore su remote esperienze alla ricerca di nascoste risonanze emotive ed affettive, trasparenze di un passato che trovano nel risvolto interiore la loro più luminosa efflorescenza. E il punto di partenza di un itinerario poetico fondato sulla quintessenza della parola lavorata e escoriata per l'orecchio interiore, e che è volto a penetrare nei recessi del mistero della vita. E in seguito, (Parole d'ombre, 2001), ad interrogare umbratili presenze/assenze sulla domanda inascoltata del senso di questa vita.

Finché non si ritorna alle radici (Le radici, 2000) ove c'è sempre la parola ultima che sembra recuperare i sensi riposti di un viaggio a ritroso nel tempo che non ha ritorno. Le radici sembrano porsi a fondamento del senso ultimo dell'esistenza, ma anche del tempo. Ed è una sofferenza la loro ricerca, il ritorno ad esse ed alla loro identità. Perché precario è il loro possesso, pur nella pregnanza delle immagini che le simboleggiano: "Sono tornato qui tra queste crepe d'erba | e ginestre..." E si configura in "spazi mai posseduti ", in un lacerante sentimento dell'esule, in "calvari di assenze", in "presagi di sconsolate solitudini" (Alla mia terra). Vi è uno spirito nuovo in questa poesia che nasce al sentimento originario della terra. E in primis nell'esercizio formale, che già si avverte nel frequente décalage dai canoni pascoliani verso quelle nuove istanze della poesia moderna che insistono su un nuovo rapporto tra segno e significato.

Sprazzi immaginativi ed effetti emotivi conseguono spesso al corto circuito di ardite metalessi e combinazioni formali inedite, la frequente elaborazione della analogia in forma contratta, e le metafore si risolvono in rapide analogie attraverso slittamenti semantici. Procedimenti stilistici nuovi, che senza tradire la linearità sintattica, conferiscono modernità e originalità alla poesia di Bartoletti. L'effetto complessivo è quello di un'apertura di orizzonti espressivi e simbolici che conferiscono luce e forza nuova di stile ad alcune soluzioni tematiche che animano la poetica contemporanea, non solo pascoliana e montaliana. Se in Le radici è stato comunque facile intravedere il mito della terra madre e del paese, è anche vero che in Bartoletti questa tuttavia non è avvertita, come in altri poeti, come patria dell'anima. Montetiffi e la sua terra sono visti come da lontano e senza realismo: trasfigurate e levitanti in una chiave più emblematica che memoriale. Che scorpora dei loro significati storici o esistenziali momenti ed oggetti di una realtà e di un vissuto che il poeta canta sulla corda di un accentuato sentimento di sradicamento dalla vita, colto in una tensione tra contingenza e oltranza (che non si può assimilare alla trascendenza) e che interpreta significativamente il senso postmoderno della temporalità. Mi sembra questo il senso esatto dell'itinerario che conduce la ricerca poetica di Bartoletti dalle profonde radici verso le estreme risultanze de Il tempo dell'attesa. Cos'è questo tempo dell'attesa se non l'arco temporale teso tra un nulla e un altro nulla. Non tra la nascita e la morte! "Fui solo l'apparenza una domanda | pagina bianca inutile sospesa una promessa | per completare il tempo dell'attesa." Non quindi l'ansia della fine, come qualcuno ha voluto intendere, ma il sentimento di una concezione nuova e postmoderna del tempo che si attesta come vibrazione dell'ansia sottesa all'esistenza stessa, indipendentemente dai due punti di riferimento dell'origine e della fine. Qui la poesia si fa analisi del modo d'essere fondante dell'esistenza, che esclude ogni stato d'animo relativo alla nostalgia del passato o alla melanconia per il futuro e oltrepassa i luoghi comuni pascoliani o di diversa matrice, (cimitero, nido familiare, ecc.) in epifanie attonite sui sommessi ed esili segni del passare del tempo, spiragli su un oltre, intravisto più che posseduto, ma assoluto, enigmatico, e sfuggente. In questo contesto anche il ritorno non è che viaggio a ritroso, che lacera i ricordi e dissipa il mito delle radici, che tradiscono la loro fragile consistenza e il dolore da cui sono segnate. Ma in questo eterno ritorno, che il poeta rappresenta con l'immagine del mare che scaglia l'onda, resta ferma la parola chiusa tra le righe "Di tanti anni conservo solo | il frammento di ciò che s'è perduto | e la parola chiusa tra le righe" E' la Pagina lo spazio ideale in cui Bartoletti raccoglie le profonde ininquietudini dell'anima moderna. La Poesia, epifania dell'esistenza, si fa espressione della pluralità dei sensi che l'anima coglie nella realtà del proprio tempo per tradurlo in accenti di emozioni e nella musicalità del verso.

L'ultima foglia

da: Il tempo dell'attesa, Società Editrice "Il Ponte Vecchio" 2005

Ombre di sonnolenza tra le siepi
nel giorno che dilegua
tra lo sciamare stanco di parole
dilacerano il silenzio
dentro il fiume del tempo
che lascia ricadere
a goccia a goccia foglie di giorni.

L'ultima è quella che ancor trema
fragile al ramo, l'ultima foglia
ancora appesa alla speranza.

Alla mia terra

Presagi di sconsolate solitudini
cadono a sera e dai cancelli chiusi
salgono voci eguali
tra inquiete ombre e silenzi
in rapidi sospiri di lontananze.
Voci disperse, rade, si intrecciano
e un fremito di foglie in questa terra
di crete dilavate scuote
l'albero nudo,
mentre le donne vanno
oltre la soglia nera
in lunghe litanie di ombre.

Di pietra in pietra il solco della vita
rapido incide il taglio dai miei luoghi,
lo strappo ancora aperto dai miei cari,
e cupi oltre la soglia a sciami
si sollevano gli anni
mentre lo sguardo corre oltre i sentieri
dispersi alle ventate.

Il ritorno lacera i ricordi

M'appeso in questa luce equinoziale
cupa che incombe da briciole di nubi,
intaglia il borgo e muore dietro spigoli
rossi di lamiere. Scivola lento
il tempo su queste strade bianche,
sono uguali, ferme ai silenzi degli sguardi.
Nessuno mai vi tornerà, nessuno
se non la voce roca che si rompe
dietro gli specchi bianchi di rugiade.
Da secoli o millenni, ogni reliquia
gonfia tumida il sasso, sgocciola
il muschio, tace la gronda.
E il lume già si frange, langue
e si spegne. L'olmo ha seccato i rami.

Così m'attardo al lume di una luce
opaca che ancora insiste e vuole
non lasciarmi. E case vuote nel sonno
di anni luce respirano, come sassi
aperti alle bufere, nel pulviscolo ostile
che si raccoglie e cresce sulle foglie
sparse, cade dai monti, tra polvere
di strade si screpola il silenzio.
Non c'è più fuoco tra di noi,
su queste case, né luce uguale.
Il ritorno lacera i ricordi, il tempo
che si frange dentro gli specchi vuoti.

Ora m'ascolto

Ora m'ascolto appeso nel silenzio,
nella voce che torna, che s'aggira
tra queste pietre, incerta, che mi porta
i mille turbamenti, i crucci, l'ansia,
di te, di noi, di questa casa vuota
rimasta aperta, attende una risposta.

Lacera un grido e ascolto. E' dal vento,
da questo turbinio che porta il sonno,
la voce più sottile che si frange
tra le fiumare asciutte senza sponde
di questo turbamento. E' la deriva
ove il relitto sbatte e non approda.

Attendo il mio passato e non mi resta
che questo andare inerte in altalena,
sponda su sponda, come un sasso vuoto,
e quando anche un presagio si diffonda
da questi monti aperti alle bufere,
da queste lande asciutte, presto tenebre
e vento e pioggia è sopra questa cenere.

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Bruno Bartoletti
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