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Georgica

Stava seduto su un secchio rovesciato al confine tra il pascolo e la pineta. Dinanzi a lui la mandria si sparpagliava per il fianco del monte. Ogni bestia partiva al mattino da un ciuffo d’erba brillantato di rugiada e di lì proseguiva lungo un’interminabile linea tutta spezzature curve ritorni ma senza interruzioni, salvo levare per pochi istanti la solenne testa bianca e nera a guardare, masticando, un qualche punto fisso davanti a sé.

La mandria non era numerosa. Le fatiche più dure erano pur sempre brevi fatiche: come aiutare una vacca a sgravarsi o ripulire la tettoia semiaperta che serviva da stalla nelle notti più fredde e durante qualche burrasca. Il bestiame era tenuto, nel periodo estivo, allo stato brado.

Ad Albino piaceva la vita di pastore che adulava e cullava la sua pigrizia nell’illusione di un serio lavoro. Non gli pesava la solitudine pressoché continua che Dolfo, il cane lupo grigio, molto riempiva e riscaldava. ‘Che cosa posso fare per te?’ era la domanda che perennemente con occhi pieni di attesa pareva rivolgergli. Né lo annoiava rimanere per giorni e giorni negli stessi luoghi, dormendo nel fienile della piccola baita e lavandosi in una pozza del torrente che frusciava ai piedi del declivio. Era sufficiente distrazione per lui il vedere la mandria disperdersi e riunirsi, qualche animale allontanarsi più del dovuto e Dolfo inseguirlo, così agile e silenzioso, per mordergli i garretti all’improvviso e farlo rientrare nel gruppo. E ancora guardare il toro, sovente ritto su un’altura a dominare la situazione, mentre brucava con calma e lentamente masticava guardando lontano con occhio tra fiero e corrucciato come si conviene a un re che non teme ribellioni, del resto estranee alla sua memoria ma, solo giù in profondo nella memoria della specie, l’intrusione di rivali stranieri. Invasione pure improbabile, si diceva Albino, per quel fortunato maschio inconsapevole che aveva trovato qui il paradiso.

Due mesi durava tutto questo, poi arrivava a dargli il cambio il fratello Aldo: accompagnato da Remo, il più piccolo dei figli, che aveva paura del grande toro nero dallo sguardo minaccioso, una paura da non si dire e perciò indossava sempre una vecchia giubba grigioverde del nonno riadattata dalla madre per confondersi con l’erba del pascolo e sfuggire all’attenzione di quei terribili occhi.

Albino ritornava alla casa paterna, nella prima contrada appena più in basso sul monte e riprendeva il lavoro alla miniera di antracite a mezza costa verso il fondo valle. Così pagava la felicità goduta. Similmente pagavano Aldo e poi Renzo e gli altri fratelli con cui si davano il turno in qualità di guardiani per il tempo della transumanza e per gli altri lavori richiesti dal proprietario del bestiame quando lo si riconduceva a valle in autunno.

Perché non solo ogni colpa si paga, ma anche ogni gioia.

E trovava anzi molto strano che nessuno lo avesse avvertito di questo in termini chiari ed espliciti quando aveva sperato di accrescere e fermare la felicità immaginata. Forse, rifletteva, si era fatto un concetto sbagliato del matrimonio fin da bambino, assistendo ai semplici amori delle greggi e degli armenti. Aveva confuso le leggi della natura con quelle della vita umana. Né alcuno intorno a lui aveva pensato che l’esperienza di un montanaro di vent’anni potesse essere troppo esigua per fondarvi una felicità duratura. Adesso, con gli occhi dei trenta, ripercorreva nella mente e giudicava la propria vicenda: la vita gli aveva ripreso Elena e suo figlio Tano, come per un debito che lui si fosse rifiutato di pagare.

Non avrebbe potuto affermare neppure ora che questa legge suprema e rigida di dare e avere dominasse le sorti di tutti, ma la sua esperienza lo spingeva a tenerne conto in ogni giorno che Dio manda. Pensava dunque con un certo senso di sollievo che quell’anno la vita da pastore non gli aveva riservato alcuna speciale sorpresa e questo lo rendeva istintivamente più fiducioso nell’avvenire. Gli pareva quasi di doversi attendere una piccola ricompensa o un lieve sconto. Era felice di avere scoperto la regola misteriosa delle vicende umane, una regola, tutto sommato, di riequilibrio e di compensazioni non rimandate a un vago aldilà ma invece già attive ben prima. Gli sembrava a volte che il possesso di questo segreto lo invecchiasse nell’animo come un dolore nascosto. Per questo ad Albino piaceva fantasticare: pareva che nel campo dei sogni non entrasse l’inesorabile legge: si fermava alla soglia con discrezione, forse con pietà per quell’estremo rifugio e non chiedeva permesso perché sapeva che non le sarebbe stato accordato e non forzava il passaggio che sapeva inviolabile.

Albino si rotolò dal sedile di fortuna all’erba del pascolo: sdraiati si pensa e si sogna meglio. All’indomani sarebbe ritornato a casa, poi alla miniera. E non c’era Elena.

Ricordava vividamente la festa delle nozze: ricordava la gioia che gli pronosticavano gli invitati e la felicità che gli facevano presentire i suoi vent’anni. Ma non sapeva di doverla pagare quella felicità: in moneta di pazienza e sofferenza. Altrimenti, chi sa, forse non l’avrebbe cercata… Perché non gliel’avevano detto? In questo la vita era stata ingiusta con lui, era stata sleale. Non si chiedono pegni ai giocatori inesperti. Solo i farabutti lo fanno. E Albino non poteva, non voleva pensare che Dio, i genitori, gli amici e parenti anziani fossero dei farabutti.

L’amore… sì, ma a un certo punto non basta a un uomo e che poteva importare a Elena che lui passasse la serata con gli amici? In ogni paese si usa così: gli uomini si ritrovano all’osteria e giocano e bevono e fumano. Un occhio alla televisione, dove succedevano cose incredibili di cui altrimenti lui non avrebbe avuto idea. Era comprensibile poi che in compagnia si lasciasse andare, e non sempre, a bere un poco più del previsto. Ma Elena era intollerante di qualsiasi piccola mancanza: forse era troppo giovane, e più illusa di lui. Poi era rimasto senza lavoro, quando ancora non era stato assunto stabilmente alla miniera: che era stata chiusa per un periodo.

Così restava unicamente il guadagno di lei che lavorava a maglia per le signore del paese a valle e di qualche altro piccolo centro vicino. Il bambino era nato allora, quando lui cercava un lavoro fisso senza trovarlo e nel frattempo si contentava di fare il manovale, il raccoglitore di frutta, il falciatore, il mietitore, il prestatore d’opera dovunque ci fosse bisogno. Se non fosse stato sposato se la sarebbe sempre cavata in qualche modo, senza prendersela tanto. Per fortuna c’erano gli amici. Elena parlava di perditempo, di spesa inutile, ma che senso aveva stare ad ascoltare in due il bambino urlante, quando lei sola era veramente necessaria?

Una sera, rincasato più tardi del solito, non l’aveva trovata. Un biglietto sul tavolo: ‘Sono andata da mia madre e non torno più’. Albino prima si era arrabbiato, poi aveva sorriso: l’aveva detto tante volte che voleva tornare da sua madre, che voleva separarsi da lui, ma non parlava sul serio, probabilmente anche quella sera cercava di spaventarlo. E osservò rassicurato che non aveva portato via niente salvo le fasce e i pannolini del figlio.

Era arrivato a casa dei suoceri a notte alta. C’era una luna grande e chiara e una frescura gradevole nell’aria. Elena sarebbe tornata subito e avrebbero fatto l’amore, come ogni altra notte. Meglio anzi, perché avevano litigato.

Elena era scesa ad aprire: aveva udito soltanto i passi di lei sulla scala di legno e pensò che avrebbe trovato la sposa già pronta a tornare dopo un po’ di lacrime e di resistenza. Infatti gli aprì senza domandare chi fosse. Era in camicia da notte, una lunga camicia bianca che sua madre doveva averle prestato; i capelli biondi accuratamente avvolti attorno alla testa, una, due volte, e fissati in alto con forcine a formare un curioso ciuffetto: come non usava da molto tempo. Teneva con una mano una candela. L’aveva fatto entrare, poi aveva posato la candela sul tavolo lasciando il tavolo stesso fra sé e il marito. E lui l’aveva trovata così seria, così fredda, così diversa dalla solita Elena.

“Sei innamorata di un altro?”
“No”.
“Perché te ne vai allora?”
“Credo che tu lo sappia”.
“E il bambino?”
“Resta con me finché è piccolo, così dice anche la legge, poi deciderà lui. Sentiremo anche lui”.

Proprio tutto ciò che si chiede e si risponde in casi simili: era tutto come al cinema, alla televisione. Quel confronto istintivo gli dava tuttavia un senso di irrealtà, come se si trattasse di qualcosa che avveniva davanti a lui, non a lui: uno spettacolo, appunto, non un fatto vero di cui proprio lui era, controvoglia, protagonista.

Poco dopo era sceso il padre, serio in faccia quanto la figlia. Albino aveva grande stima del suocero, specie da quando in quattro parole gli aveva spiegato il perché e il come della diga e della condotta forzata costruite alte sulla montagna a catturare le acque del torrente che lui ricordava, bambino, facilmente gonfio e minaccioso al tempo del disgelo e delle pioggie primaverili: “L’aqua la ven dal monte a sfrajàrse drento la tuba, indove che, burlando, la scaéna el létrico”. Più chiaro di così nessuno avrebbe potuto essere. Ma proprio quell’uomo di modestia e buon senso, sempre ben informato su quanto avveniva intorno di nuovo, perfino sui fatti scientifici, adesso lo accompagnava alla porta salutandolo quasi come un estraneo.

Elena non aveva più voluto tornare e suo figlio viveva con lei.

Non si metteva con nessun altro.

Lui a sua volta era tornato dal padre a vivere come i fratelli non ancora sposati e tutto pareva come prima. Cioè no, come prima, no: c’era Tano, suo figlio, che andava a trovare, ogni volta che poteva, cercando di farsi amare, ma non tanto per riaverlo o per riavere Elena: solo perché il bambino imparasse a poco a poco a fidarsi di lui e gli credesse quando lui avrebbe cercato di passargli il risultato della sua meditata esperienza.

Lui sì avrebbe dato a Tano i consigli giusti. E forse il figlio anche per merito suo sarebbe stato felice.

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