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Ronzìo, eco marina di conchiglia, lontano bogborigma. Parole. Sono parole. Parole-suono. Suono-musica. La voce. Una, molte voci. Fuse nel suono-musica. Trapassano il nido buio, lo spessore acqueo. Acqua amore tenebra. Sento. Sono. Non sono. Non sono ancora. Non sono ancora io. Il nido è. Il nido e io siamo. Stiamo bene. Stiamo bene insieme. Caldo. Umidità. Tepore. No, caldo. Ci ingrossiamo. Movimento. Gesti contro movimenti. Quiete. Ma quiete viva, nutrita, cullata, rumore di onde lontane. Ancora suoni. Musicali. Tempo incommensurabile. Tempo mirabile. Non tempo. Da quando. Per quanto. I rintocchi morbidi solo a volte affrettati che scandiscono il non tempo di questo buio invitano a restare, a non cambiare. L’ondeggiamento dell’altra creatura che mi racchiude, come sia fatta non so, è lento e carezzevole, solo ogni tanto un sussulto, ma per poco. E’ un calmo andare stare buio. Insieme.

Siamo.

Siamo amore buio. Senza conoscerci, vederci, sapere l’una creatura dell’altra viviamo. Respira respiro. Si mi nutre. Siamo una.

° ° ° °

Il nido si fa scomodo. Caldo, più caldo. Spinte. Controspinte. Stringe. Voglio cambiare. Posso. Siamo grandi. Forti. Possiamo. Canzone mormorìo suono-musica interrotti. Singulti. Sforzo per noi di cambiare. Tempo non misurabile di pena improvvisa. Ignoto. Curiosità. Vedere l’altra parte di me.

Spinge, scalda. Troppo. Si arroventa. Odore di ferro scaldato. Stringe. Spinge dove. Non suoni. Rumori confusi, non suoni. Spingestringe. Spinge. Mi butta via. Via dove. Non resisto. In balìa di un mare iroso. Sotterraneo nidomoto. Non è lei, la creatura, che mi spinge via. Lei grida. Lei urla. Preme, premono mani sul nido. Da fuori. Odore di ferro scaldato, odore di sangue. Lei non vuole. Non vuole separarsi da me. Si sentiva felice. Piena. Piena di me. Felici insieme. Stringespinge. Pizzica. Urta. Urla di fuori. Fuori di noi. Non può essere pena più grande.

Luce. Cado. Cado. Luce. Luce. Troppa luce. Non sopporto. Non aprirò mai gli occhi. Mani mi toccano. Manipolazione. Urlo. Io adesso urlo. Con tutto il mio fiato urlo che non mi facciano altro male. Che non mi separino da lei.

Mi hanno deposto vicino al consueto pulsare. Ma al freddo. Ho la pelle bruciata.

Versano olio sulla pelle.

No, non freddo. Mi abituo. Riposo.

Riposare così per sempre potrebbe essere buono. Resisterei in questo fuori pieno di rumore quasi intollerabile. Di luce. Di troppa luce.

Respiro. Lei respira. Respiriamo.

Mani mi sollevano. Apro gli occhi. Ci vedo. Siamo bellissima.

° ° ° °

Fuori della finestra oggi il sole è un vassoio di rame appeso a una parete bianca. Le case di fronte sono avvolte nella carta velina. Gli uomini stanno a casa e mandano in giro le loro ombre.

Dicono che c’è la nebbia.

Non avevo mai visto la nebbia. La neve sì. Due volte. L’anno passato e l’inverno prima. Ho quattro anni.

La neve è meravigliosa quando scende.

Quando fa buio assorbe la luce che esce dalle finestre e dalle porte delle case e diventa una cascata di stelle. Anche davanti alla mia finestra.

Copre tutto. Candidissima: strade, tetti; le cime dei lampioni, i fili elettrici sui quali è bravissima a stare in equilibrio. Le auto passano ciascuna con la propria coperta di neve sopra. E vanno più lente perché devono portare anche quel peso.

Poi tutto si sporca, le strade si riempiono di fango. Non mi piace la neve, dopo. Mi piace solo prima, quando cade e poi per poche ore.

La nebbia di oggi è nuova ed è più bella della neve. Si arriva a vedere solo fino a un certo punto giù per la via. E al di là si può immaginare quello che si vuole. Per esempio, che siano cambiate tutte le case: che si siano scambiate di marciapiede, che i colori e le forme delle facciate siano diversi dal solito.

Come quando io gioco con le mie casette e le sposto di qua e di là. O le faccio sparire. Perché io posso fare tutto ciò che voglio. Qualche volta. Quasi sempre.

Papà dice che assomiglio a lui come una goccia d’acqua assomiglia a un’altra. Papà può fare tutto quello che vuole. Sa tutto. Da grande sarò come lui.

Se non ci fosse mia sorella più grande la mamma vorrebbe bene solo a me. La mamma non è solo bellissima, ha anche due occhi di luce azzurra e sorride con denti bianchi come neve pulita. Sa sempre quello che voglio e me lo dà. Quasi sempre me lo dà.

Tranne quando ho il raffreddore sono onnipotente.

° ° ° °

Viene sera presto perché è ancora inverno.

Tanti rettangoli di luce stanno sospesi nell’aria lungo la via e nella piazza in fondo. Là tremano anche parole di fuoco variopinto. Minuscoli rubini e grandi topazi girano per la strada. Tutte le stelle del cielo sono cadute sulla terra. Oggi ho spaventato tutti perché mi sono chiuso in un armadio e non mi trovavano più; mamma, nonna, mia sorella Lilly, Teresa, tutti cercavano senza trovarmi. Era bellissimo. Io avevo un po’ paura là dentro al buio, ma non tanta da saltare fuori. Mi ha trovato Lilly che ha quattordici anni ma qualche volta gioca con me. Sono stati prima tutti contenti poi tutti arrabbiati. Anche la mamma che lo dirà al papà.

E’ bellissimo ritrovarsi dopo essere stati nascosti.

Chi sa dov’ero io prima di nascere. Adesso sono qui in castigo nella mia stanza piena di notte. Ma fuori della finestra ci sono le luci.

Quando esco di qui li rivedrò tutti: allora sarà come rifare il gioco.

° ° ° °

Mi hanno lasciato solo con la più bella ragazza della televisione: se corro a baciarle la bocca prima che sparisca dallo schermo, verrà qui...

Ecco, è come un appuntamento. Verrà qui. Magari non subito.

Anche la favola di Biancaneve mi piace molto, ma lì è già tutto deciso. E io non c’entro.

Papà è entrato proprio mentre le baciavo la bocca sullo schermo. Ma forse non ha visto. O forse sì. Ma che m’importa. Anche lui bacia spesso la mamma. Allora tutti e due devono baciare anche me. Se no mi arrabbio.

Lilly è in un’altra casa dove la curano. Ha avuto un incidente perché il suo filarino non sapeva guidare bene. Io vorrei rivederla presto. Lei è come una mamma in piccolo. E lo sa fare molto bene. Mi da’ ragione, mi abbraccia e bacia solo me. Non come la mamma che abbraccia papà almeno quattro volte al giorno, quando lui va e torna dall’ufficio.

Però anche papà è simpatico. Gli voglio molto bene. Anche perché quella volta che è scesa tanta neve è stato lui a spalarla davanti alla porta fino alla strada. Sennò saremmo morti tutti di fame e senza medicine.

° ° ° °

Adesso ho rimorso per avere desiderato di essere io solo con papà e mamma, cioè senza Lilly. Pensavo tante volte se lei non esistesse! Qualche volta quando si desidera tanto ma proprio tanto i sogni si avverano. Non so chi me lo ha detto ma è così. E l’annunciatrice della televisione che ho baciato sulla bocca, prima o poi capiterà qui. Lilly invece ha avuto un brutto incidente. La casa dove l’hanno messa si chiama ospedale. Dovrà restarci un bel po’ e quando tornerà non sarà più come prima. Assomigliava un po’ alla mamma un po’ a papà: adesso chi sa a chi somiglia. Papà e mamma non parlano d’altro. E’ peggio che se fosse presente. Ma è giusto così. Una ragazza che non ha una bella faccia nessuno la bacia e nessuno la vuole sposare. Mamma dice a papà che bisogna mettere da parte tanti soldi per lei, così sarà felice lo stesso. Forse. E forse anche qualcuno se la sposa quando diventa maggiorenne. Ma se non sarà così, io lavorerò sempre per lei, perché quello che le è successo magari è anche colpa mia.

Però è vero che se non avessi una sorella, non sarei così infelice.

Nonna mi ha accompagnato lei ai giardini del centro dove giocano i bambini, per distrarmi perché mi vedeva malinconico. E per lasciare papà e mamma ai loro discorsi. Chi sa che cosa si sono detti. Certo hanno parlato ancora di Lilly. E poi si saranno baciati. Forse io adesso sono in credito ma non lo so. E non posso nemmeno arrabbiarmi.

° ° ° °

Ho aspettato che Lulu, la cagnolina di nonna Adele, mi venisse vicino scodinzolando e poi le ho tirato un calcio nella pancia più forte che ho potuto. Si è messa a guaire allontanandosi con la schiena tutta curva per il gran male. Ma non si è rivoltata. Non mi ha morsicato. Non ha ringhiato. Si è nascosta dietro un cespuglio.

E’ come se mi avesse offerto l’altra pancia. Voglio dire se ne avesse un’altra come noi che, dice Gesù nel Vangelo, abbiamo due guance: una per prendere la sberla e l’altra per perdonare.

Io non avrei perdonato.

Chi sa se i cani vanno in paradiso. Lulu certo ci andrebbe. Io, non so.

° ° ° °

Hanno riportato a casa Lilly. Ha la faccia storta da un lato come se avesse messo una mascherina e le fosse caduta giù da una parte.

Ci sono mascherine che ridono e mascherine che piangono. La sua è una mascherina con gli occhi che spiovono in giù verso le orecchie: è triste.

Ha anche una gamba più corta dell’altra. O forse sembra abbia una gamba, la destra, più corta perché zoppica: non ho capito bene.

Tutti le hanno fatto festa: papà, mamma, nonna, Lulu e la Teresa. Però la mettono a dormire nella mia stanza, in un letto accanto all’altra parete, perché non si senta sola nemmeno la notte. E’ certo che di notte fa buio e vengono i pensieri scuri.

“Din Din, mi ha detto, lo sai che sono diventata grande tutto d’un colpo e mi devi chiamare Liliana, non Lilly come quando giocavo con te. In ospedale mi chiamavano Liliana perché là guardano i documenti, e adesso va bene così”.

Le ho chiesto se non giocherà più con me.

Mi ha fatto una carezza sulla guancia e mi ha fissato con uno sguardo lungo e serio. “Vedremo”, ha detto. “Potremo giocare ma stando seduti”.

“Io l’anno prossimo vado all’asilo” le ho detto la sera quando ci hanno messi a letto e ci hanno lasciati soli. “Non avrò bisogno di correre anche con te”.

Lei allora mi ha spiegato che le faranno altre operazioni e le aggiusteranno le gambe e così la faccia, ma a poco a poco - e intanto potrà studiare.

A me rincresce vederla così, tanto più che avevo veramente desiderato di restare solo con papà e mamma.

Poi mi sono addormentato.

Tanto, lavorerò io per lei.

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