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Postfazione a
Fermare il tempo
Roberto Pasanisi
Il tempo, la memoria, l'addio
«...a volte basta fermarsi un
attimo a riflettere, a ricordare l’amore che c’è stato per ricominciare. Quando
c’è stato si può ritrovare. La preziosità dimenticata per lungo tempo
improvvisamente riappare. Sì, vale la pena fermarsi, pensare al calore
dimenticato... riscoprire noi stessi. Solo ciò che non è stato non si può
ritrovare...»: già, il tempo, la memoria, l’amore, l’inizio e la fine, l’addio,
il ritorno… che cosa si potrebbe chiedere di più ad una raccolta di racconti, in
tempi non solo, non tanto di ‘prosa debole’ (come si potrebbe chiamare
riprendendo un sintagma da tempo vulgato in filosofia), ma proprio di
‘para-letteratura’ (come dicono i Francesi)?
Già,
perché oggi, grazie anche ad ‘editori-non editori’, i tempi della letteratura –
nel senso che dicevo supra: ‘para-letteratura’; o meglio:
‘anti-letteratura’ – li dettano testi (più che ‘romanzi’) che ruminano i
tópoi del più bieco ‘televisionese’ (ci si passi lo spericolato neologismo),
e per di più nel più trito linguaggio da rotocalco, o giù di lì: fotoromanzi,
insomma, più che romanzi.
Ma
la letteratura è un’altra cosa: la letteratura è, prima di tutto, una questione
di stile, ovvero di lingua, ovvero di forma. La letteratura è inesausta
innovazione sul filo che non si smarrisce della tradizione. Ogni opera d’arte,
come dice Lausberg, è «una raffigurazione "mimetica" (che ricostruisce,
generalizza, rende evidente ed eleva) dei contenuti che illuminano l’esistenza»:
insomma, una gnoseologia estetica ed un disvelamento.
Già,
l’arte, l’arte: la coscienza più alta e lucida della società, quella che un
tempo era degli antichi profeti, moderna sacralità d’una società tragicamente
segnata, come direbbe Benjamin, dalla perte d’auréole.
La
letteratura, parlando da strutturalisti, è una parole che si fa unica e
irripetibile allontanandosi dalla sua langue, ovvero dal ‘linguaggio
stereotipico’ e fraudolento della Kulturindustrie: è, a dirlo in una
parola, quella che i formalisti russi chiamavano literaturnost (e la
letteratura, poi, non è forse sempre, alla fine, ‘forma’, in quanto sempre si
esprime in una forma?). Così la letteratura esorcizza continuamente la piatta
norma del ‘linguaggio di massa’ e la sua visione stereotipica del mondo;
creativamente conduce contro di esse una ‘rivoluzione permanente’ – una
rivoluzione che non è, non abbiate dubbî!, solo linguistica (il buon Gadamer:
«L’essere che può venir compreso è linguaggio»): già, perché la ‘visione del
mondo’ (la Weltanschauung, come amavano dire gli idealisti) è strutturata
sulle base d’una sorta di post-kantiane categorie linguistiche.
La
‘società di massa’, ahimé, tende invece ad elaborare, appunto, un ‘linguaggio
stereotipico’, ad imporlo rendendolo naturale attraverso quello che Barthes
chiamava il «Grande Uso»; ma sì, la tragica assenza del ‘nuovo’ e l’iterazione
avvilente del ‘medesimo’: non solo una negazione della vita, ma anche del suo
heideggeriano corrispettivo dialettico: «lo stereotipo è questa impossibilità
nauseante di morire», scriveva il maestro… Dove, chiedereste? Ma – facile
dictu! – in primis negli spettacoli televisivi d’intrattenimento,
contenitori senza fondo della barthesiana bêtise: non la qualitas,
ma la quantitas massificata dell’audience…
Se,
come ammoniva Löwenthal in anni in cui l’ ‘assassinio della letteratura’ non era
stato ancóra compiutamente perpetrato, «l’intera teoria della moderna arte
d’avanguardia [...] è la sola riserva di genuina esperienza e perciò di
cosciente opposizione che, nondimeno, è costantemente in pericolo di essere
soffocata dai tentativi lucrosi dell’industria culturale, e nessuno è più
consapevole di Adorno dell’enorme pericolo per la sopravvivenza di un’arte
"auratica" (per usare un termine caro a Benjamin)»; se la letteratura è luogo di
conoscenza, ma anche autocoscienza critica e bergsoniano «supplemento d’anima»
nella moderna ‘società di massa’; se… se… be’, allora, cari lettori, tutto il
resto non ha nulla a che fare con la letteratura, per quanti nomi eufonici od
epici possano darle i cantori delle «magnifiche sorti e progressive» della
‘morte della letteratura’: è solo un prodotto commerciale, un oggetto di
consumo, il benjaminiano «feticcio-merce».
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