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Inquietudine esistenziale di un magistrato poeta: Giovanni Camerana

Casale Monferrato ha ricordato, ad un secolo dalla morte, il magistrato poeta e pittore Giovanni Camerana? Era nato in quella cittadina ricca di testimonianze artistiche e storiche quattro anni prima dell'eroica difesa del 1849 contro gli Austriaci. Morì a Torino net 1905. Sessant'anni potevano allora apparire un tempo di vita quasi adeguato, ma sarebbe stato chi sa quanto più lungo se Camerana non avesse deciso di fermarlo col suicidio. Una fine voluta quindi, in linea con altri poeti e artisti di quella seconda metà dell'Ottocento, che stava allontanando in maniera anche provocatoria quanto precedentemente aveva avuto la connotazione della sacralità. Ma c'è un elemento che lo stacca dagli altri, per esempio da Tarchetti e Praga, da poeti e artisti francesi che affrettano con la loro sregolata vita la fine, ed è proprio l'età non più giovane. Perché decidere un suicidio a sessant'anni, proprio quando l'età senile porta solitamente ad un attaccamento maggiore alla vita che in gioventù si guarda sprezzanti? Nessuno conosce le pieghe dell'ombra. Tentiamo comunque una risposta. Potrebbe stare forse nell'esistenza del Camerana che si svolgeva su un binario doppio, da una parte la pirandelliana forma, dall'altra la vita. La prima era quella ch'egli aveva dovuto percorrere costretto dalla tradizione familiare, che quindi frenava; per essa fu magistrato, presupponiamo anche impegnato se ebbe la carica di Procuratore generale di Cassazione. L'altro binario era quello autentico che lo portava a coltivare l'interesse poetico e artistico, e premeva generando inquietudine in una natura di per sé forse già inquieta. Un dissidio che non si placa nell'età matura portandolo al gesto estremo forse nella insopportabilità della doppia vita, nella incapacità di una scelta che gl'ingenerava I'ennui, nella fascinosa attrazione del mistero che si sarebbe per lui svelato. Un mistero cantato nei versi, in quella descrizione delle cose colte nel disfacimento, nella visione tragicamente funebre espressa con una parola già estremamente purificata, senza retorica, ne clamore, che, pur se con significativo stacco, sembra talora avvicinarlo al Pascoli. Amico di Boito e Praga, di pittori del paesaggismo inquieto, quali Delleani, Avondo, Fontanesi e Dalbono, lettore attento di Baudelaire e dei parnassiani, della poesia europea in genere, di cui accoglieva e assimilava spirito e forme, frequentatore di artisti e collaboratore a riviste attraverso pagine di critica, partì da un avvio romantico per poi comporre nei decenni più consistenti versi che lo avvicinano agli amici scapigliati e vanno anche oltre per quel dissolvimento della realtà in un non definito. Versi che, come s'è detto, sembrano anticipare qualche elemento della maggiore esperienza pascoliana con cui avrebbe avuto voce lirica la crisi dell'uomo nei rapporti col mondo. Raccolte che non pubblicò mai, probabilmente per continuare a mantenere il binario delta forma, la sua veste di magistrato cui non si addiceva certo un lirismo tra lo scapigliato e gli annunci decadenti. Le liriche furono raccolte e pubblicate postume a Torino nel 1907 in un volume intitolato Versi, a cura di Leonardo Bistolfi. La critica, da Croce a Flora a Bárberi Squarotti, dà in genere rilievo al rinnovamento tematico e linguistico operato dal Camerana nella letteratura italiana fra Ottocento e Novecento, mentre Elio Gioanola denuncia l'esiguità dei motivi ed il "repertorio espressivo ridottissimo... chiuso alle occasioni esistenziali". Tralasciando le composizioni di stampo tardo-romantico che di tanto in tanto ritornano e nelle quali si strugge per la perdita dell'amata sì da preferire il martirio ("Meglio nel folto circo il morso atroce | che non vederti pia!") interessanti sono già talune liriche degli anni Sessanta, dove è riflessa la condizione di crisi che pervadeva gli animi allo spegnersi degl'ideali romantico-risorgimentali. È nella richiesta del "raggio che mi tolga all'ombra morta" (Preghiera del mattino, 1865), nella dissacrazione presente in un'altra composizione dello stesso anno dove è lui che tenta di risuscitare l'estasi pia la Madonna dall'augusta sede sussurra blandamente: "Se invece della fede | ti dessi amore?" Nel 1866, anno di Custoza e Lissa, Camerana dedica una lirica a Boito che, a sua volta, proprio in una poesia destinata all'amico aveva per la prima volta chiamato scapigliati i giovani poeti milanesi. La lirica dedicata a Boito può considerarsi una palese dichiarazione d'incapacità da parte della poesia di farsi un qualsivoglia mito, di avere quindi quella funzione che per secoli le era stata attribuita. La poesia non può essere incivilitrice, né illuminatrice intellettuale e neppure eternatrice di valori e di ideali, poiché essa è soltanto una realtà di sconcertante dubbio. "Dentro la chiesa de la nostra mente | senza lampa è l'altar, l'organo tace; | né de la fede in nuvola tepente | più s'innalza l'incenso; | conduce il dubbio le sue file in pace | nel buffo tetro e denso". Chiari echi del simbolismo francese, del maudit che si faceva in lui strada, che ritornerà più forte nel 1899 in Lazzaro. "Noi, la voce del Dio non chiama!... L'ugna | contro la pietra sepolcral si spezza | orribilmente nella inutil pugna". Ma Giovanni Camerana era anche pittore ed in certe liriche ci offre descrizioni di paesaggi piemontesi che paiono trasposizioni pittoriche, come in quella strada "tutta candida" che si perde "in mezzo alle casupole | tortuosa e incerta" e lo riporta "al Natale ed ai Re Magi |... verso l'infanzia lieta", o come ne Il pioppo nell'azzurro. Qui, insieme al "vivo tremollo di grigio e argento" del pioppo, descrive le messi "marea dorata" e gli olmi e i noci dalla "sembianza grave", il cascinale che "rosseggia" e lo specchiarsi del "muricciol di creta... | larva queta | dentro il canale" dove "cinque bianche anitrelle in concistoro | si dicono fra loro | l'egloga estiva", ed ancora il prato di farfalle variopinte in attesa delle "luccioline" della sera. Un quadretto da impressionista come altre rappresentazioni paesaggistiche, le quali non escludono talora accenti elegiaci e anche qualche elemento visionario. Sono le liriche che il Salinari preferisce poiché in esse riscontra "le note più autentiche" del Camerana, mentre nelle altre rileva un maudit che resta esterno. Riteniamo, però, che le composizioni degli anni Ottanta e Novanta creino lo stacco da correnti che più nulla avevano da esprimere, e propongano aperture ad accenti decadenti che sembrano provenire da un moto interiore. Nel dicembre del 1887 a Morozzo, un paesino della provincia di Cuneo, Camerana componeva versi nei quali cogliamo una poetica che sembra andare oltre la Scapigliatura. Egli ricerca una strofa "fosca e queta... indefinita | come una lenta linea di montagna | quando incombe la nebbia...", ricerca quasi linconnu, il mistero che si fa al termine delta lirica "il fascinante sogno sepolcrale". Camerana appartiene ad una generazione di poeti e artisti che vive l'inquietudine della transizione. Una inquietudine lunga nel Novecento, neppure oggi scomparsa pur nei disparati tentativi di darci certezze. Essa s'è fatta anzi ancor più forte per i tanti tragici eventi vissuti nello scorso secolo e in questo scorcio di nuovo millennio. Inquietano problematiche antiche e nuove, perdite e dimensioni assurde, il ridimensionarsi della fede nella scienza non più vista come risolutrice e quindi portatrice di una serenità maggiore. Ed è per questo che la nuova età piò sentire Giovanni Camerana ancora vicino per la sua inquieta condizione esistenziale.

in: Il Corriere di Roma, 30 novembre 2005

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Antonietta Benagiano
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