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Postfazione a
Amebeo per Euridice
di Vito Sorrenti

L'eterno dolore di Orfeo

Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

(S. Quasimodo, da Milano agosto 1943)

A lettura chiusa meditiamo su questa silloge, sul discorso lirico che ha un “fil rouge” pressoché unitario nel dispiegarsi alterno di versi, sia nella forma libera da lungo tempo in uso presso i poeti, sia in metri e strutture che tentano una innovazione nella ricerca di andamenti del poetare di autori greci e latini.

Sono avvertibili già nel titolo dato alla raccolta, Amebeo per Euridice, tratto da una lirica in essa inserita, dove Vito Sorrenti presenta Orfeo piangente l’amata sottrattagli non dalla “dura lex” degli inferi, come il mito tramanda, ma giacente sulla rosa | del suo sangue aggrumato per la crudeltà di uomini impietosi, amanti di rovina e morte: Ma spenta è ogni luce | e misericordia tace | fra gl’infuocati detriti | delle case distrutte… ||… ||… || Morta… Morta… Morta… | Lacrima l’eco fra le case | divelte col mesto rintocco | dell’acqua che goccia.

Chiaro riferimento ai drammi ricorrenti in una società che, nella seduzione di miti opposti ad amore pace e fratellanza, ha spento ogni pietà umana.

Cinquanta poesie: una trentina “tradizionali” e poi venti amebei, ed il resto diviso fra trittici e canti corali, in cui l’Autore, più che estrinsecare il sentimento del suo microcosmo, si volge oltre il breve spazio del personale mondo.

Sorrenti avrà letto i classici, ritenuto appropriate, pur nella rivisitazione personale, le forme in uso particolarmente presso autori greci e latini. L'amebeo, per esempio, adottato nella poesia pastorale, nell’etimo greco “amoibaios”, era, oltre al piede metrico (cinque sillabe, di cui due lunghe, due brevi e una lunga), nella sua forma aggettivale, un canto pastorale con versi declamati alternativamente, domande e risposte come ritroviamo in Teocrito e Virgilio, per citare i sommi nel genere che tanta fioritura avrebbe avuto anche nelle letterature moderne, pur se con esiti non propriamente felici.

Virgilio è l’ altissimo poeta, merita grande considerazione per l’ “opus maximum”, il Poema della letteratura latina, ma anche per gli amebei, dove immise la sua anima di uomo che dalle esperienze tristi vissute nella giovinezza aveva tratto quella visione profondamente umana che lo portava ad amare la pace al di sopra di ogni altro bene. I suoi canti bucolici sono pregni dell’aspirazione alla pace che infondono la visione e il contatto con la natura, vista quindi non soltanto nei teocritei quadri di bellezza straordinaria, ma nel rapporto con il male, con la guerra che è nell’uomo, che s’agita nella vita attorno divenendo parte del suo vivere.

Chi ha poi con accenti tanto accorati cantato la tristezza di una sera d’autunno nell’incerto andare? Et iam summa procul villarum culmina fumant, | maioresque cadunt altis de montibus umbrae: due semplici versi per il più bel canto del vespro.

Anche Sorrenti ama la pace: Io aborro le vostre guerre | e i vostri rostri assetati di sangue | che d’infiniti lamenti sono fonte | e angoscia, sgomento e lutto | disseminato nel petto dell’umana stirpe (Io amo la pace).

Così canta, non in un amebeo, e poi, in Solitudine d’autunno, si volge alla natura autunnale coi suoi emblemi di meditazione che in lui si colorano di inutilità, perdono quasi il senso della vita, tanto da farlo sentire viaggiatore senza sosta | su un binario morto.

I virgiliani versi bucolici hanno anche il fascino malinconico dell’amore non corrisposto, tradito, e cantano il dolore per la confisca della propria terra, l’abbandono che ingenera insicurezza e solitudine.

Negli amebei del nostro Autore non ci sono personali malinconie, le lascia alle altre liriche, qui a prenderlo è soprattutto il dolore per la drammaticità del male che vede esplodere a livello planetario.

Si traduce nei suoi versi in immagini di sangue e distruzione: Dai lembi lacerati | dell’atroce ferita | erompe strozzato | l’urlo di pietra || E il sangue inghiottito | da vampe feroci | esala dai detriti | intrisi di strazio || E l’anima brucia | sulla gelida brace | dei frantumati edifici | disseminati di croci (Amebeo per i morti dell’11 settembre).

Tre sequenze con elementi metaforici che danno la tragedia, fatto ed effetto che si completano nell’efficace ossimoro, in quell’anima che brucia su una brace di cui l’elemento aggettivale è tratto dal suo opposto, dal gelo della crudeltà, della morte.

Sorrenti riprende pure, anche se a suo modo, il trittico e il canto corale delle letterature classiche –basti qualche verso del coro dell’Elettra di Sofocle: L’inudibile udii | e mi diede i brividi-, ripetendo in brevi e intense strofe le visioni che maggiormente diventano oggetto della sua emozione lirica, e sono i tragici effetti dell’odio, quasi mai giustificato. Il male prende tutti. Massacri e rovine vengono rimandati ad altri innocenti, pure da coloro che subirono la violenza dell’odio: Il cuore è morto! Il cuore è morto!, ripete come rintocco funebre… non dimenticate lo scempio di Sabra e Shatila (Corale dell’astio e del dolore).

Noi pensiamo ad un’opera recente, al Trittico Romano di Giovanni Paolo II, teologia trasfusa nella pittura michelangiolesca che ritorna ad essere teologia nella parola poetica del Papa. Un testo che richiede un pregresso bagaglio di nozioni e conoscenze della tradizione occidentale e orientale.

Può dalla teologia sgorgare la poesia? Annoso problema, affrontato dalla critica con deduzioni talora negative (basti pensare a Croce), talaltra con tentativi di mediazione. Noi siamo d’accordo con Eliot per il quale la filosofia, e quindi anche la teologia, non è di ostacolo alla poiesi poetica, dal momento che a contare è la immaginazione visiva, la quale non trova comunque ostacolo allo sgorgare del canto autentico.

Gran parte del discorso lirico di Sorrenti s’incentra sul dispiegarsi del male con violenza efferata ch’egli traduce in versi generati dalla sua immaginazione visiva, sulla civiltà che, nel suo progredire, è divenuta sempre più barbara, non è riuscita a ridimensionare la volontà volta alla crudeltà. Il male resta, come canta Cardarelli, continuo, stillante, ed il bene è l’infrazione.

Rimbalza attuale l’affermazione giovannea: Gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la Luce.

Alla Luce Sorrenti volge in tanti componimenti la sua invocazione: O Luce divina, dipana il groviglio feroce che aggroviglia la vita | riversa la Tua luce sulle anime inaridite e dissolvi | lo strazio che brucia nel cuore in ricordi | di verde dolore (Amebeo per la Pace).

Quello del male è un problema da sempre trattato in ambito filosofico e teologico nel tentativo di darne spiegazione. Ancora oggi inducono a meditare le riflessioni del più grande rappresentante della patristica occidentale, di quell’Aurelio Agostino, anima inquieta e appassionata, amante di verità e di bene. Egli scrive: Donde deriva dunque il male dal momento che una divinità buona creò tutte le cose…? Forse all’origine delle cose vi era una materia cattiva e Dio le dette forma e la ordinò ma lasciò in essa qualche cosa che non poté convertire in bene? Ma perché ciò? Egli che è onnipotente era dunque impotente a convertirla tutta e a mutarla tutta, in modo che non vi rimanesse alcun male?...( Confessioni). E in De vera religione così discetta: … se codesta materia che si dice peccato capitasse addosso come febbre a chi non la cerca, certo sembrerebbe ingiusta quella pena, che, venendone al peccatore, si chiama dannazione. Ma all’opposto il male è tanto volontario che se tale non fosse, cesserebbe di essere peccato… O si deve negare dunque che esiste peccato, o si deve ammettere che esso è volontario…; se non peccassimo volontariamente nessuno dovrebbe essere rimproverato e ammonito.

Ma è difficile che di fronte a rovina e morte non sorga l’urlo verso la divinità. O Numi, dov’è il Dio buono dov’è il dio giusto | e perché non ascolta l’implorazione estrema dell’estrema afflizione?, grida Sorrenti in Amebeo per i bambini di Beslan.

Male come volontà dell’uomo, male quindi della storia che non riesce a scrivere pagine diverse, ma esiste anche da sempre il male provocato dalle catastrofi della natura.

Come non ricordare quel terremoto di Lisbona del 1755 su cui tanto si soffermarono scienziati e filosofi? Scrisse pure Voltaire chiedendosi dove fosse Dio quando i fedeli morivano mentre pregavano nella cattedrale, anche se poi pervenne alla conclusione che le guerre uccidono più dei terremoti.

E Sorrenti, per una delle ormai ricorrenti tempeste sul nostro pianeta a causa anche della umana dissennatezza, apostrofa: O natura, non odi il grido del sangue sparso | sperso e disperso sulle amare derive disseminate di rovi? | E allora perché infierire se già immenso è l’umano dolore? (Trittico della tempesta).

Ma è soprattutto l’uomo a uccidere, da Caino uccide, e nei genocidi raggiunge il punto massimo di annientamento del suo simile. Non possiamo non pensare alla Shoah, a Hiroshima, ai genocidi negli altri continenti in ere passate, a quelli che si sono susseguiti nello scorso secolo e continuano nel nuovo millennio ad essere perpetrati nel silenzio globale.

Prevalgono ragioni che non è qui il caso di commentare. Diciamo soltanto che il Novecento è stato il secolo del disprezzo dell’uomo nel mentre si portavano avanti paradigmi per una sua affermazione.

Non bisogna dimenticare che dal crollo del modello teologico e provvidenzialistico (Hegel, Feuerbach...), dalla presa di possesso di una storia esclusivamente umana dove Padre della storia è divenuto l’uomo, non più la Divinità (Marx, Comte, Stuart Mill, Haeckel...) sono derivati il nichilismo, la morte di Dio, l’arroganza (Nietzsche, Simmel...) con cui il XX secolo è andato avanti segnando il tempo di lager e gulag, di ogni sorta di crudeltà.

Sono “pragmata”, come sostenevano i Greci, vale a dire fatti, radicati nel particolare e non nell’universale? fatti su cui non ci si può soffermare per evitare di dare spiegazione all’intricata trama di accadimenti inspiegabili, che possono considerarsi solo caos?

Sull’ atomo opaco del male, per ricordare Pascoli, investiga la neurologia cercando opportunità di modificazione. La geometria mentale è per Veca il terreno del riconoscimento e del giudizio, la materia sfuggente e incerta di cui sono fatte le passioni di esseri umani capaci di farsi carnefici di altri esseri umani destinati ad essere vittime.

Tutti vorrebbero trasformare quell’atomo. Persino Marco Furlan, massacratore, insieme al complice Abel, di nomadi, omosessuali, etc., appena rimesso in libertà, ha detto di voler realizzare un dispositivo elettronico capace di eliminare il male dal cervello, vale a dire quel “mysterium iniquitatis” che è tormento massimo di questa esistenza.

Gli uomini sono purtroppo deboli per l’altra strada, quella annunciata dal Figlio dell’Uomo: A che i Comandamenti sacri… il Verbo Divino… il Sacrificio estremo… il pensiero umanista? Canta Vito Sorrenti, e la risposta è nelle brutali radici… in Caino…che irrora | le vene della razza padrona… nella durezza di cuore (Amebeo per i Diritti Umani). Tra gl’interrogativi rafforzati negli enunciati l’Autore innesta elementi delucidativi degli stessi interrogativi: Oppressioni | deportazioni | pene disumane... Mine | esecuzioni | gas nervini... Orrendi olocausti | campi di sterminio | fosse comuni...

Così nel Trittico della barbarie il nazionalismo/colonialismo/razzismo genera guerre, e Sorrenti invoca nell’epilogo la Luce affinché squarci il muro d’ombra | che adombra la mente. Anche qui annunci a convalida dei concetti successivi. Le strofe, come in altri componimenti, possono considerarsi una successione di haiku nei quali si estrinsecano e racchiudono le immagini della barbarie.

Invocazioni ed esortazioni ricorrono in gran parte degli amebei, nei trittici e nei canti corali. Nel Trittico per Racak , dopo aver presentato scenari di sangue, esorta a desistere dallo scempio, dalla brama d’imperio, dal momento che nulla è duraturo sotto il cielo.

C’è in queste forme poetiche ovunque un interrogarsi sul male, un presentare in figurazioni accese lo scatenarsi dell’odio, dei suoi drammatici effetti. Taluni componimenti hanno la dedica; Amebeo per Gerusalemme viene dedicato a Kofi Annan, al timone dell’Onu sino al 2006. In un’era dominata da individualismi sfrenati, da genocidi e terrorismo, Gerusalemme non ha chiuso la via dolorosa, e Sorrenti reitera l’ancora, dà risposte drammatiche ai ripetuti interrogativi, esprime tristezza e dolore nel mentre fanno da contralto riferimenti biblici e sentenze lapidarie. L’ancora come attacco di ogni strofa ritorna nel Trittico per l’infanzia afflitta, in memoria di Iqbal Masih, il bambino pakistano che alla Conferenza Internazionale sul Lavoro di Stoccolma aveva parlato come portavoce dei diritti dei bambini lavoratori, ma era poi voluto ritornare in Pakistan per aiutare gli altri bambini. E’ stato ucciso nel 1995.

Il Poeta sente la condizione tragica dell’infanzia sfruttata, rafforza ad ogni terzina il concetto, si addolora per la schiavitù che non è cessata: Agghiaccio | l’umana stirpe muta veste | e aguzza gli artigli della razza.

Altri componimenti hanno, insieme alla dedica, un haiku a premessa meditativa sul tema. Amebeo per i non eroi ha, per esempio, la dedica a Sofocle e tre versi: Nulla è più prodigioso | ma nulla è più disumano | e più feroce dell’uomo. Agli annunci di disumanità segue la voce consequenziale con un reiterato polisindeto. La barbarie si dispiega in ogni forma da parte di eroi che non sono eroi, ed in epilogo l’offerta da parte del poeta della corona di fiori, dei suoi versi, ad ogni bellezza stroncata, ai non eroi delle guerre giuste.

In Trittico per la tempesta come in Trittico del lutto e Trittico per Assisi il male è dato da una natura che diviene non benigna, sconvolge mari e terre, porta anch’essa morte e distruzione.

Sorrenti si chiede perché a subire debbano essere maggiormente i derelitti, gl’innocenti: E ovunque lo schianto | del sangue innocente || E ovunque il lamento | del cuore uncinato || E ovunque il tormento | della linfa artigliata (Trittico del lutto). L’insistenza del polisindeto rimarca nel coro a tre voci il battere della tragedia.

Il terremoto del 26 settembre del 1997 provocò ad Assisi, oltre alla morte di due frati e di due tecnici comunali, il crollo del transetto della basilica, la rovina di alcuni dipinti di Cimabue e di Giotto.

Con fragore di tuono | il sinistro sussulto | dirama || “Ancora | chiese case cose | in frantumi” || (Fremo | e frana in petto | il sangue scosso) (Trittico per Assisi). Tre sequenze, causa-evento-effetto, danno in rapido scorrere la situazione della realtà mutata e insieme la rabbia e il dolore del Nostro che sente in sé franare il sangue.

Anche nelle poesie che potremmo definire “secondo tradizione” non mancano accenti contro il dispiegarsi del male.

Sorrenti avversa le guerre, è contro certe offerte umanitarie, contro i doni dell’occhiuta rapina, invoca il diritto alla vita, alla giustizia; e nell’epilogo rafforza con l’iterazione della forma pronominale, il contrasto fra ciò che l’io vorrebbe e quanto gli si presenta nella realtà (Io amo la pace).

Prova acuto dolore: E io sento l’agonia delle anime dilaniate. | E io odo lo strazio delle madri impietrite | fra le pietre insanguinate (Compassione). Vede nei poveri, i disoccupati, gli emarginati –è un verso che viene ripetuto nelle tre strofe de Gli esclusi- lo specchio della miseria morale del nostro tempo. E comprende la condizione dell’anziano, del sofferente, dell’affamato, dell’assetato, delle donne umiliate e offese, dell’adolescenza incerta e disperata, se ne addolora e manda in tanti versi i suoi strali ai cultori del male.

Ma qui troviamo anche la vena di Vito Sorrenti nella sua accezione propriamente lirica. Il divenire della vita, il suo sfaldarsi, viene colto nella tristezza dell’amata, cui, dopo gli attacchi di rifiuto

Non mi piaci! Non amo le foglie accartocciate -, offre una lezione di saggezza, e sta nel vivere il momento presente senza vane speranze e inutili rimpianti, nel cogliere dal treno che conduce verso l’inevitabile meta, lo spiraglio di luce, ogni attimo di letizia(Vivi l’oggi). Ritroviamo ancora l’oraziano “carpe diem” nel suo significato più proprio.

Ma talora è lui a vedere il mirto sfiorito, ad essere triste per gli echi di remote derive, per l’inverno che ha nel cuore mentre tutt’attorno la primavera fa sentire il palpito d’amore nel fiore che si schiude (Echi di remote derive). E allora non gli resta che andare indietro nel tempo, ritornare a vederla ...ali di luce | sulle spalle, le stelle | fra le ciglia e i capelli | al vento (Derive d’alberi e d’acque).

Ne Il sale della vita l’inarrestabile fluire del tempo, visto nel luminoso eterno orologio che dardeggia selvaggio, bellezza di luce e continuità di pena anche per il ricco e il potente, lo porta a considerare che il sale della vita non sta nel denaro, piuttosto nel raro alloro(Il sale della vita). E’ l’affermazione del valore dell’arte che supera ogni bene materiale, la rivendicazione a sé di un dono di gran lunga più prezioso che gli genera orgoglio.

Una silloge che ha momenti di contemplazione e di abbandono a motivi da sempre presenti nella lirica -il trascorrere del tempo col rimpianto della giovinezza e della bellezza, il ritorno a memorie care...-, ma soprattutto scava le oscure latebre del “sapiens sapiens” ed in versi martellanti nelle iterazioni sia di raccordo sia interrogative, negli ossimori e nelle concitate ridondanze, mostra gli effetti con uno “Stimmung” di condanna nella proiezione di drammatiche sequenze da cui si coglie essere stato fortemente preso Vito Sorrenti.

I suoi quadri a fosche tinte sembrerebbero rimandare una umanità senza speranza di redenzione nella opposizione bene/male, se non fosse per quel lucore che nella lirica Appeso al filo l’Autore dice di vedere nel buio più nero, per quella primavera, sia pure di spine che gli accima in cuore. E’ premessa per giungere all’annuncio nell’epilogo, a quell’ultimo verso - per Caino che uccide, per Abele che muore-, che gli fa cogliere l’umanità affratellata dalla comune eredità del marchio, passibile quindi di una meditazione che potrebbe avviare al diradamento delle tenebre.

Ancora, invece, da una parte i malvagi potenziano al massimo quel marchio per infliggere una sofferenza dalla quale poi non sanno se saranno in ogni momento della loro esistenza immuni, dall’altra i più sono, purtroppo, costretti a subirlo, spesso con grande pena e dolore.

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