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Prefazione a
Antigone
di Alessandro Cabianca

Rileggere l'antigone

Molti tentarono — invano — di dire con gioia ciò che più è gioia:
qui finalmente, nel lutto, si esprime
F. Hölderlin, Le liriche

I testi delle tragedie greche sono un insieme di argomentazioni manifeste e latenti (nel senso che molte situazioni non vengono esplicitate e si verificano senza una logica o una causa evidente) e di contenuti tralasciati perché ritenuti noti e scontati non solo dall'autore, ma dall'intera platea degli spettatori contemporanei; sono però spesso questi contenuti non detti che muovono l'azione, vuoi come specchio di norme morali o statuali che obbligano i singoli individui o, per contro, l'autorità, a determinati comportamenti, vuoi come superiore (rispetto alla normalità dell'agire) canone di riferimento per l'individuo tragico.

Ciò è evidente nell'Edipo, che persegue contro ogni logica l'identificazione della propria colpa involontaria e determina la propria punizione, è evidente nell'Antigone che non si cura della propria vita per un obbligo verso il fratello Polinice (potremmo dire obbligo d'amore o di "sorellanza" da ricondursi a "l'etica della famiglia" in conflitto con "l'etica della polis" secondo la concezione di Goethe ripresa e drammatizzata fino a Wagner nell'opera e a Musil nel romanzo).

Si deve quindi seguire il flusso delle idee non a partire da Sofocle, ma per arrivare a Sofocle, secondo il procedimento già espresso chiaramente da Hölderlin alla ricerca del "già esistente" nel testo classico e non compiutamente esplicitato da Sofocle, o per via di "autocensura" o per via di "moderazione" , secondo la magistrale lettura del lavoro di Hölderlin su Antigone che ne fa George Steiner (G.S., Le Antigoni, Garzanti, Milano, 1990 e 2003 ); procedimento che del resto io stesso ho già concretamente messo in atto tanto in Medea, risalendo nella lettura della vicenda oltre (cioè prima di ...) Euripide, quanto in Clitennestra, esplicitando le poche righe che Eschilo dedica alla saga degli Atridi in Agamennone e facendole diventare il `motore' della tragedia.

Hölderlin ha ritenuto di operare principalmente all'interno della parola e della "erosione" che il tempo ha prodotto sui significati per ottenere "il ritorno alla fonte occulta" del mito secondo la lucida indagine di Steiner: "E' nelle radici delle parole, spesso nascoste o erose, che il lampo apollineo ha lasciato la sua impronta autentica. Ed è sino alle radici che si deve scavare, se si vuole liberare la carica dell'ispirazione primitiva e i significati del pensiero sofocleo". (ibidem, pp. 85/86)

Le metafore universali che il mito greco, in particolare nelle tragedie, indaga e restituisce in forma emozionalmente riconoscibile (fino alla conclusiva operazione catartica) sono "codici culturali e simbolici" che improntano di sé la cultura occidentale tutta e sono fonte di ispirazione per gli artisti da un lato e di esegesi per gli studiosi dall'altro poiché indagano, al di fuori da una concezione religiosa, vuoi creazionistica, vuoi misterica, i punti critici della vita: i rapporti familiari, gli assetti sociali, norme, statuti, abitudini vivere, diritti, doveri, proibizioni, tabù. Ognuna di queste parole andrebbe riempita di senso, ma basta nominare una delle poche tragedie rimaste (e quale impoverimento per quelle che sono andate perdute! ) per capire senza ulteriori specificazioni di cosa si stia parlando: rapporti o legami familiari significa la saga di Edipo e della sua famiglia; norme e statuti, significa un po' tutte le tragedie, ma più di altre Antigone, che peraltro affronta in presa diretta il tabù della morte come "sepolta viva", mentre il tabù del cannibalismo viene affrontato (e censurato, come ho dimostrato nella prefazione alla mia Clitennestra) nella saga degli Atridi.

E la prima operazione è, seppure sotto metafora e con tutte le censure del caso, il nominare: questo fa il mito e da quel momento l'intelligenza dello spettatore ha una parola o un concetto su cui dirigere le sue reazioni emozionali. Ed ogni volta che questo nome compare (al tempo stesso designando e dissimulando, come chiarisce Steiner) è come se fosse la prima volta, cioè solleva tutte le fantasie originarie, le pulsioni contraddittorie, le emozioni (appunto!) che ne stavano all'origine e che, in certo senso, lo rendono irrisolvibile perché ne svelano la natura molteplice.

Non occorre opporsi alle verità rivelate, intangibili, indiscutibili, per affermare l'imprescindibile unicità dell'individuo, basta invece seguire la via della parola come ci viene incardinata dal mito greco e si torna a dare identità all'essere e ai suoi conflitti senza subordinarli ad un disegno preordinato e universalistico; e questo nonostante la presenza e l'invasività del fato nella cultura tragica greca, poiché l'individuo, pur non liberandosene, vi oppone la coscienza (conoscenza) del proprio modo e del proprio stato e le strategie per poter affrontare (decidere!?) la propria sorte. Il mito di Antigone è dei più complessi e per noi moderni è difficile cogliere le sfaccettature che già lo spettatore antico coglieva con difficoltà, pur essendo in parte aiutato da altre più o meno contemporanee scritture (I sette a Tebe di Eschilo, ad esempio).

I conflitti manifesti in Antigone sono: legge familiare e affermazione individuale contro l'obbedienza al re e alle "leggi della polls", e, in ultima analisi, coscienza e libertà a ridosso della morte, a contatto con l'oltre, cioè con il divino. Se il "primum movens" per Creonte e, alla luce dei fatti, l'assoluto legame alla sua funzione, l'essere Re, al contrario, l'affermazione di Antigone sta tutta nel diritto di opporsi alle conseguenze che la funzione regale impone, l'affermazione individuale contro un obbligo collettivo, in nome dell'etica dei legami familiari, inconcepibile per il Re, in quanto questa etica apolitica lede alla radice la legittimità della funzione regale. Per Antigone c'è anche il lato della inconciliabilità di libertà e destino, per la sua tragica storia familiare.

Il mito di Antigone continua quindi a sollecitare rivisitazioni poiché affronta alcuni degli argomenti fondamentali del vivere, innanzitutto la guerra fratricida (Polinice contro Eteocle), che è insieme un doppio tradimento: tradimento verso la propria città e la propria gente da parte di Polinice, ma ugualmente tradimento di un patto da parte di Eteocle, cioè il patto di cedere il trono al fratello dopo un anno di regno; fino alla duplice morte dei fratelli, uccisi l'un l'altro. Dal divieto di Creonte a seppellire Polinice, come traditore, deriva la ribellione al potere di Creonte da parte di Antigone, che reclama l'obbligo di dare sepoltura al fratello. Si intrecciano a questi temi primari alcuni altri temi: la sfida tra giovani e vecchi, che culmina nel suicidio di Menecèo come nella ribellione di Emone, i due figli di Creonte; l'amore impossibile di Emone per Antigone, che porterà anche Emone alla morte; l'aleggiare quindi del fantasma della morte per tutta la tragedia, innanzitutto da parte di Antigone, la cui decisione di attenersi agli obblighi della sepoltura del fratello, contravviene l'editto reale, ma osserva leggi non scritte, di carattere assoluto, religioso, conseguenti ai legami di sangue. Infine, dalla scoperta del suo gesto ribelle derivano le conseguenze che rapidamente si mutano in catastrofe; dalla condanna di Antigone ad essere murata viva nella tomba del fratello cui ha osato dare sepoltura, alla decisione di Emone di morire con lei, al suicidio di Euridice, la regina, disperata per la morte del figlio (dei figli! ). Ed è proprio questa contiguità con la morte che muove le più profonde emozioni negli spettatori, conseguenza dell'amore sororale di Antigone per Polinice, di cui l'amore per Emone diviene, per quanto assoluto e tragico, una copia sbiadita. Su tutta la rappresentazione (perché così dobbiamo accostarci al racconto, non come semplice lettura) incombe questo senso di guerra e di morte che segna il destino dei re di Tebe, città la cui stirpe regale discende dai denti del drago (sacro ad Ares, appunto! il Dio della guerra) ucciso da Cadmo il fondatore della città. Proprio questo groviglio di situazioni e di emozioni ha prodotto nei secoli le numerosissime (forse migliaia) rivisitazioni, sia di scrittura che di messa in scena, ed altre ne susciterà, poiché molti degli interrogativi che la tragedia pone rimangono insoluti (anche perché talvolta le ragioni stanno da entrambe le parti in conflitto) o necessitano di riletture che la avvicinino alle nuove tragedie che percorrono ogni epoca. Non cessano infatti le guerre pretestuose e insensate, le stragi, la distruzione di intere nazioni, la cancellazione e l'annientamento di grandi culture in nome di una qualche divinità che a volte ha un nome e un ministro, a volte si chiama progresso, a volte è semplicemente rapina.

E' certo di aiuto quindi ripercorrere e sintetizzare le differenti riscritture della tragedia di Antigone che più da vicino hanno orientato il testo presente.

— All'origine della nascita di Tebe armata sta, come anticipato sopra, l'uccisione del drago, sacro ad Ares, dai cui denti prendono vita i guerrieri che si daranno battaglia, da cui discende Cadmo. Tebe nasce dalla guerra e dal sangue e guerra e sangue ne segneranno il destino (Eschilo, I sette a Tebe)

— Il clan di Laio continua usanze arcaiche (l'omosessualità, l'incesto, l'uccisione del genitore) per cui è segnato: la sua fine è solo questione di tempo. Il destino di Edipo (Sofocle, Edipo re, Edipo a Colono) è l'esilio volontario e la sua discendenza, frutto della colpa, si deve estinguere (è sviante attribuire la causa della maledizione al fatto che i figli lo avrebbero insultato e deriso, è altra forma di autocensura o, meglio, di "spostamento")

— Sui rapporti omo di Laio con Crisippo si scatena la furia di Era, che manda la Sfinge a uccidere e devastare il territorio di Tebe. Quando Edipo libera la città dal mostro (sciogliendo l'enigma delle tre età dell'uomo) Creonte gli concede lo scettro e la sorella e regina in sposa: Giocasta. Che quindi ne è sposa e madre.

— Ma Edipo è l'ultimo anello di questo clan ed è, proprio come epigono, la vittima inconsapevole/incolpevole di un fato che lo ha scelto tra tutti. Vittima predestinate, sacrificale.

— Il clan di Creonte intende colpire Edipo e sostituirne la stirpe basandosi sulle sue colpe e sul diritto acquisito per via della sorella, moglie di Laio, moglie/madre di Edipo, suicida innocente. Creonte è abile a giocare sul senso di colpa ossessivo di Edipo e intende istituire leggi che rafforzino il suo potere entro la logica del giusto e del vero, razionalisticamente (Alfieri, Antigone)

— Creonte, il re che si deve legittimare, contro Edipo, il re che si è delegittimato.

— Creonte non teme di mandare il figlio bambino, Megareo, a morire (lo chiede Tiresia, cioè il dio) pur di salvare il suo trono: è il padre che vuole sopravvivere ai figli, che ne potrebbero insidiare il potere (Steiner, Le Antigoni)

— Megareo (o Menecèo), il più giovane figlio di Creonte, scopre le trame del padre, che, pur di salvare il trono, tratta con il nemico. Per questo il suggerimento di Tiresia di sacrificarlo per salvare la città diventa il pretesto morale (e provvidenziale come giustificazione di fronte al popolo) alla sua "uccisione".

— Creonte aizza i due fratelli Eteocle e Polinice alla guerra per poterli sostituire nella legittimità della corona (Alfieri, Antigone, Polinice).

— Antigone rappresenta la ribellione al Dio della guerra e ai suoi emissari Creonte e Gran Sacerdote, in guerra per regnare.

— Antigone tenta anche di sventarne il piano interponendosi inutilmente tra i fratelli belligeranti.

— Antigone rappresenta l'opposizione al potere (rigido, statutario, con un'etica che esclude l'individuo), ma anche l'autodistruzione, conseguente all'inseguire senza mediazioni possibili una pur giusta causa (autarchia-anarchia).

— Il regno legittimo è di Edipo e dei suoi figli, ma, tramite la sua colpa e la sua maledizione, la legittimità viene messa in dubbio dai sacerdoti di Creonte.

— Il senso di colpa di Edipo per il suicidio di Giocasta compie fino in fondo la funzione di causa/effetto.

— I sacerdoti appaiono come semplici "ripetitori" delle grida di Creonte.

— Eteocle sta con Creonte, per recuperare legittimità e trono

— Polinice contro Eteocle (e Creonte) perché ritiene una usurpazione di fatto l'interferenza di Creonte sul regno. Antigone, ribelle in nome del richiamo del sangue, contro Ismene, la sorella, arrendevole, in nome della razionalità e della comprensione delle "giuste e crudeli" ragioni di Creonte.

— I fratelli si affrontano e muoiono nelle tragedie di Eschilo e di Sofocle.

— Emone, figlio del re, vuole il trono attraverso Antigone (che ritiene erede legittima) e si oppone al padre (considerandolo un usurpatore?).

— Per questo motivo Emone si allea con Antigone (e indirettamente con Polinice) contro il tiranno e contro Eteocle.

— Antigone resta sola a difendere il proprio intangibile diritto attraverso la sepoltura del fratello e la difesa a oltranza dei diritti del proprio casato (Sofocle, Antigone).

— Antigone rifiuta il compromesso e rifiuta di riconoscersi nella nuova realtà messa in atto da Creonte. Preferisce l'annullamento come estrema protesta verso una realtà non più modificabile e illegittima. Dolore, vergogna e dignità cosciente.

— Antigone esige la sepoltura di Polinice, il suo ritorno alla terra a costo di vedersi murata viva. (riconosce soltanto "le forze primordiali della giustizia e del castigo che dimorano nel regno sotterraneo").

— Il "canto di morte" di Antigone ne suggella il sacrificio.

— Creonte paga al di sopra di ogni previsione il suo modo di concepire la realtà solo in relazione alla sua funzione di garante della legge della polis: perde i figli e la sposa; il suo e un mondo di morte.

— Antigone esclude tutti dalla sua scelta finale: il promesso sposo, la sorella; si sente la sola legittimata al sacrificio, che affronta come un obbligo, ma un obbligo che è quasi di gioia. Saranno gli altri, quelli che sopravvivranno alla generale catastrofe, a vivere di rimorsi e rimpianti.

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Alessandro Cabianca
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