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Prefazione a
Clitemnestra. La saga degli Atridi
Una vena di pietà nella più tetra saga del mondo
Enzo Mandruzzato
E' in corso di stampa un "dramma in due
atti" di Alessandro Cabianca, poeta tutt'altro che ignoto a Padova dove esercita
una brillante opera di promozione; qualche anno fa ha pubblicato una Medea, il soggetto più urlante del teatro greco e perciò
particolarmente caro ai romani e a una plurisecolare tradizione.
E' famosa la storia di Medea, famosa la ferocia con cui si vendicasullo sposo
Giasone, per cui ha abbandonato il padre e la casa e che ha fervidamente aiutato
nella prova che il padre impose a chi avesse voluto sposare sua figlia. La scena
magnifica è nella Quarta Pitica di Pindaro. Solo con l'aiuto di Medea Giasone
poteva spingere i buoi favolosi, spiranti fuoco, nelle glebe ostili della
Colchide. L'amore per Giasone è sbocciato immediatamente, poi gli resterà fedele
e lo seguirà fino a Corinto. Ma Giasone la tradisce e preferisce a lei un'altra
donna per avere il governo della città. La vendetta di Medea è famosa: ucciderà
i figli avuti da lui.
Inutile parlare della grande fortuna del soggetto di Medea nei secoli. Euripide,
il primo della serie dei tragici di Medea, tentò in senso molto diverso le più
grandi e isolate tragedie del cuore umano e Medea rappresenta il vertice della
passionalità, guidata da una sorta di freddezza razionale. La nuova
"Clitennestra" la supera nella cupezza e nella dannazione.
Clitennestra è l'argomento e il titolo della nuova pièce di Cabianca che
ha qualche rinnovamento nella trama. La fatale donna era regina di Pisa
Peloponnesiaca, quando Agamennone, re di Micene, col fratello Menelao, conquistò
la città e assoggettò la regina, adottandone la figlia Ifigenia. Il culmine
dell'orrore è raggiunto dalla saga di Atreo e Tieste, figli di Pelope e
Ippodamia. Le famose cene tiestee in cui Atreo ammannisce al fratello a mensa le
carni dei figli di questi, sono la mostruosa vendetta per il tradimento della
moglie di Atreo con il cognato. Atreo è il padre di Agamennone e Menelao: si
entra così nel cuore della loro saga, la guerra troiana, il tragico ritorno di
Agamennone, la vendetta tardiva dei figli di Agamennone e Clitennestra, Oreste
ed Elettra. Si sfiora non solo Omero ma buona parte del teatro attico. La guerra
di Troia si apre con la prima crudeltà di Agamennone, la morte di Ifigenia,
sacrificata per consiglio del sacerdote Calcante sull'altare di Artemide. Tutti
sanno che il famoso sacrificio umano divenne in Lucrezio il simbolo assoluto del
male che sparge nel mondo la "religio", una concezione sinistra e sbagliata del
divino. Il ritorno di Agamennone vincitore è intriso di tragedia. Clitennestra
non gli ha mai perdonato l'uccisione della figlia esi lasciasedurre da Egisto.
Insieme tramano il massacro del re. Nell'Odissea l'ombra di Agamennone è
obnubilata dal rancore verso la sposa infedele che neppure gli ha chiuso gli
occhi dopo la morte. Questa ispirazione sincera dell'autore per l'orribile ha la
sua giustificazione e radice nella convinzione che il potere sia una sorta di
dannazione, che spoglia di ogni umanità. Questa concezione ricorda curiosamente
il mito personale di Vittorio Alfieri del "tiranno", che trova i suoi complici
nella classe guerriera e in quella sacerdotale.
Ma il testo
della nuova tragedia conosce un altro motivo: quello della pietà per i morti
innocenti, per le vittime di tutte le guerre, giovani e madri: viene in mente
l'oraziano "bella matribus detestata". E' un pianto senza fine e senza speranza.
Non credo che la tragedia antica abbia qualcosa di simile, e l'autore Cabainca
ha così ottenuto, nel suo sentimento, di scoprire un tratto nuovo nel nodo della
tragedia classica.
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autore |
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