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Prefazione a
L'ora dello scorpione/Ceasul scorpionului
di Alessandro Cabianca
Ştefan Damian
Il lettore di
poesia resta un po' sorpreso net leggere i versi di Alessandro Cabianca (autore,
tra l'altro, dei volumi Sopra gli anni, Il gioco dei giorni, Le vie della città
invisibile (Ed. Universitaria - Venezia) e I guardiani del fuoco (Gruppo 90 —
Padova), dopo aver attraversato un lungo secolo di esperimenti lirici com'è stato
il Novecento. E questo, almeno per due motivi: aldilà della loro modernità,
dell'atteggiamento sperimentale "aggiornato" dell'autore, al lettore si offre
dappertutto la possibilità di scoprire (con piacere, meraviglia o con una certa
ansia!) accumulazioni letterarie di epoche passate, considerate consumate da
tanto tempo e senza più la possibilità di ritornare all'attenzione dei poeti. Si
tratta della capacità dell'autore di misurarsi con numerosi riferimenti ai
classici, talvolta facilmente individuabili, altre volte celati sotto un
materiale linguistico organizzato apposta per il loro depistagio, e, tante altre
volte. usando un modo di scrivere che combina gli espedienti del poema
discorsivo-descrittivo con un'aridità lirica che caratterizza una direzione
della poesia odierna.
Le meditazioni
sotto le quali si nascondono i sentimenti dissimulati, scanditi in versi folti,
barocchi, hanno come argomento il piccolo mondo del regno animale o vegetale,
però, il più delle volte, si concentrano sull'individuo vessato dalle
vicissitudini della storia. E il caso di alcune poesie dalle quali
si distacca quella che evoca il ragazzo saltato in aria su una mina in Kossovo o
nelle numerose Cambogia che l'interesse, la grettezza e la demenza umana
spargono sul nostro pianeta. Dunque, si tratta di poesie in cui pulsa con forza
una dimensione sociale ed umana perfettamente tracciata: "Sognava un aldilà di
coccole e di cioccolatini / il piccolo saltato ieri su una mina, / han faticato
a rimetterlo insieme, becchini: / il Duemila ciecamente all' indietro cammina.
(...) Il soldato ha protesi meccaniche, lo fanno potente, / del tempo determina
il lato peggiore, / elimina, annienta, distrugge, scatena il terrore: / l'eterno
e variante infinita del niente." In questo universo apocalittico solo il poeta,
perdente grazie proprio alla sua condizione, imita " le scritture, / ascolta
il
canto dei delfini,
l'incanto delle sirene: / il poeta di zingaro ha il cuore // (e non tiene / si
pianga, seppellitelo lungo il tratture / o nel letto di qualche torrente)".
Egli, il poeta, parla con le ombre, con le nuvole e si lascia preda delle parole
che esprimono tutta la sua partecipazione al destino crudele dell'umanità. Non
ha però la forza d'intervenire per cambiarlo. Invece, spesse volte si comporta
similmente alla libellula che passa "dall'ultimo secondo / al primo e si colora,
senza nessunissimo rumore: // niente è successo in nessun punto del mondo, /
solo il fucile non smette il suo terrore." Tra la guerra che non cessa e la
purezza perduta (spesse volte evocata tramite immagini dell'infanzia, della vita
patriarcale-domestica in cui i piccoli avvenimenti individuali e collettivi
accoglievano dimensioni eccezionali ed implicavano la
partecipazione affettiva come sostituto di quella razionale) partirà "seguendo
l'orizzonte" con la nostalgia di non aver potuto cambiare niente dell'ordine
delle cose. Nostalgia che si trasforma in rincrescimento per la perdita di un
universo mirifico e che scoppia con violenza in molte poesie: "Ora nessuno più
conosce le arature, / le semine e i raccolti, le famiglie / sulle quattro ruote
vagano ogni sabato / infelici da un fast food all'altro di città mercato, /
tutte identicamente anonime e istupidite. // C'erano le fontane, gli
abbeveratoi; // si andava a caccia di lucciole e di farfalle, // crudeli quanto
basta e un po' felici; // il caffè era d'orzo, non si conosceva / il vizio della
moka espresso; // il fumo era la pipa, lenta da assaporare. // Ora nessuno si
domanda / come sarà il futuro dei bambini / senza un cucciolo di gatto da
torturare."
E' questa
"bucolica" moderna una poesia piena di una religiosità pagana che rigurgita
insieme ai ricordi che sembra difficile trovare in altri poemi. La dimensione
bucolico-arcaica ritorna ossessiva specialmente nella relazione antitetica con
un universo moderno: "Il profumo delle magnolie penetra il giardino, lascia una
scia lieve d'iridescenza, // è un caldo ribollire il mosto dentro il tino, //
come di bugia ben detta, di cui non sai far senza. (...) // Del persiano troppo
si racconta / e del macedone, del corso, del romano, / ma le città distrutte e i
morti, chi li conta? // La violenza è più selvaggia quanto è più civile, / più
definitiva. Ora è feroce anche il vile."
Senza preoccuparsi del modo in cui potrebbe
essere considerato dalla critica di poesia, Alessandro Cabianca
sa farsi sentire in un paesaggio lirico agitato e tanto diverso come quello del
XXI secolo usando mezzi espressivi presi dalla frequentazione di generi
letterari a disposizione della poesia da periodi già sedimentati nelle pagine di
storia della letteratura.
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autore |
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