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Cura o pena
a tutti i padri nati all'alba del secolo, e al mio

In quel podere che d'ottobre si dispone
ai rossi grappoli, nella stagione che la terra
ridona quanto ricevette di lavoro o pena,
ora il tuo piede già sicuro è solo desiderio
di cammino, uno qualunque purchè sia,
per qualunque valle si conosca,
per chissà quanti anni ancora
e quanti già passati.

Così altro podere, che mani docili curano
e preservano da sterpaglie invadenti
o dal cemento, dona more di rovo
e piante di erbaspina e su quei falsopiani
accoglie qualche raro fagiano
o la quaglia residua, come ogni terreno,
condotto da sapiente e interessata cura,
di questo emisferio che d'inverno riposa.

E tu qui disponi un filare d'uva regina,
lì un albero di fico (compagnia della tavola
imbandita dei formaggi che ti dà la stalla),
lì un ciliegio, là dei melograni,
e cura di recintarla, che non entri
il cacciatore di frodo, predatore e burlone,
o i ragazzotti che rami rovinano e filari.

Ma i tuoi figli cresceranno case
o un supermarket ove comprare frutti
più belli dei tuoi, non più saporiti,
perchè i sapori sono dentro la tua stessa terra,
che il sudore e il sole partecipano della tua vita.

Canto d'amore

Dolcezza è nei tuoi occhi,
quando s'accendono di desiderio;

altra dolcezza è nelle mani,
che esplorano il mio corpo e lo conoscono.

Sorpresa, meraviglia e sottili paure
nel tempo lungo del riconoscimento,
carico di promesse e di premonizioni,

forza, vita e libertà nell'attesa
dei corpi che si esibiscono,

violenza e spasimi nel punto dell'eccitamento
che tende fibre e inarca muscoli;

quindi malcelata indifferenza,
in attesa che gli stessi occhi
accendano un'altra volta i miei.

da: Influssi: delle metamorfosi e dei mutamenti di Alessandro Cabianca

Nota critica su La poetica di Alessandro Cabianca

Attilio Carminati

La complessità insita nei versi di Cabianca è motivata da una ricca e composita visione del mondo lirico legato soprattutto alle problematiche temporee, in tutte le direzioni, fino a stratificare con dei tocchi sapienti il presente sul passato, anche arcaico, anche primordiale. In questo coinvolgimento si formano e si animano i più diversificati richiami afferenti all'uomo, dalla sua derivazione ai giorni nostri. Si assiste così al suo passaggio attraverso la temperie mitica, la favola e la leggenda, la storia e l'antistoria, l'urgenza e la casualità, fino al raggiungimento di una condizione oggettivata alla realtà naturale, più pagana che cristiana, niente affatto fideistica o pietistica.

C'è in Cabianca un ritorno alla atmosfera virgiliana, alla contemplazione di campi, montagne, colline, alberi, piante fiori, il riandare schietto e non retorico a paesi, borghi e casolari, ricuperati integri dalla memoria, a stagioni ridenti o rattristate, a infanzie verginali, a paradisi perduti.

C'è altresì un bisogno di vivere, soprattutto di amare, senza inganni e ipocrisie, di amare donne, cose, o divinità, fa lo stesso; c'è una necessità di fuoco, di acqua, di neve, di vento, di luce, di chiarità in tutti i sensi, quale espressione delle stagioni sorte dalla terra e dall'aria, in stretto rapporto con le stagioni umane.

Anche la cronaca spicciola, apparentemente insignificante, coopera a nutrire e, in molti casi, a fecondare il dettato poetico con il suo umile humus”.


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Alessandro Cabianca
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