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Gianni Calamassi

Arte

Poesie illustrate


Emanuela Degan 2019

Senza sole

Ho atteso invano
l’arrivo di un sorriso,
di quel sorriso
che avrei scambiato
per dar luce a un giorno
già di festa.
Intorno, anche gli oggetti,
in silenzio, al buio di un’alba
che resta senza sole,
han trattenuto il fiato
guardandosi intorno ciechi.
Non c’è gioia se
Non vedo occhi profondi,
verdi come lo smeraldo
del mare calmo di un novembre,
caldo di sogni, con le foglie
che iniziano a cadere
come illusioni fresche.
Al vecchio ramo aggrada l’ombra
che nasconde la delusione
di una nuova giornata senza sole.

3 nov.02


Grandi Occhi

Cantano l’inganno
senza far male
i grandi occhi
in cui ciascuno
ravvisa il tuo profumo,
senza aspettare l’attimo
dell’ aspra vendemmia
di storie incessanti.
Soli nella mia mente
smarrita nella calura
di uno scrosciante
temporale estivo,
che di fiori un tappeto
ha posto al ricordo
che sognai di te.
Se l’occhio macchierà
di pietra l’assonnato cuscino,
un solitario granello
di pazzia frantumerà
del sogno le certezze incompiute.
 

Gianni Calamassi © 23 febbraio 2004
(Da “Le parole rubate”)

2019 - Emanuela Degan


Occhi di Sole

Fiori che non germogliano
cadono con la brina
dentro prati danzando.
Ora non dire a me
che sono indecifrabili,
ne ho conosciuto il canto
dolce e caldo sulla pelle.

Dentro, la donna forte,
non m’invoca più,
vagheggia il silenzio del vento consumato
dalla libertà di volare.

Cosa mi manca allora?
Il calore della scintilla
del sogno che viene,
brivido notturno nel
profondo mi trasforma,
mentre attendo di
riprendermi la vita.

2020 – Le nuvole – Emanuela Degan

Gianni Calamassi
12 marzo 2007 (Da “Parole finalmente attese”)


La Realtà nei Sogni

Una strada ampia che il cielo,
popolato di sole e celeste,
vi riposa dentro.
Passano nubi morbide e qualche
stormo di uccelli che rendono
autunnale, ai miei occhi, lo spazio
Che mi avvolge e dintorno mi stringe.
Se penso ai mostri nella mia mente
i movimenti ed i pensieri fluttuano,
le mani sono uccelli irrequieti.
L’aria, filo d’argento, s’insinua
leggera tra le stanze,
accanto al letto rimane soltanto
la realtà.
Perché nei sogni
ho consumato ogni energia,
ogni secondo si esaurisce
rapido ed eterno
Un’illusione da prendere per vera,
striscia argentata di speranza,
che polla impedita,
alla fin zampilla.

Maggio 2013
Gianni Calamassi (Da “Discordanze Intermittenti”)

2020 - Volano Via - Emanuela Degan


Occhi scrutano le stelle

Occhi scrutano le stelle
Chiedono parole metalliche
A liberare nidi angusti
Dal rumore dei giorni
Senza opache fantasie
E asserzioni lattee
Di ventri molli
Crocchiavano i ricordi
All’ombra tiepida di maggio
E l’aria intorno pareva
Verde tanta natura
Circondava la disperazione
Di un pacato narrare
Dell’infanzia che domina
La vita dell’adulto
Che non esiste come
Si vorrebbe

Emanuela Degan, La primavera, 2020 Novembre 2009, Gianni Calamassi © (da Parole finalmente attese)

Tragedia, semafori come pietre tombali, giornalismo d’assalto, le vigilesse, i parenti
Tragedy, policewomen, kindred, semaphore like grave stone

© Gianni Calamassi Diritti riservati

Vita in città

Città come cimiteri vuoti, senza lapidi,
identità perdute di giovani senza futuro.
Fiori di plastica stretti ai pali della
segnaletica stradale, vasi abbracciati
ai semafori accesi come lumini,
sollecitano un rosario di preghiere
in ricordo delle pozze di sangue,
delle gore che macchiarono l’asfalto,
della segatura, dei lenzuoli e del cielo
sopra membra confuse e scomposte,
con l’intermittenza dei lampeggianti
blu e le sirene della Misericordia.

“Requiescat in pacem”
in questa fossa comune di città,

coronata da stupri e violenze
officiate da pettorute vigilesse
in divisa, stivali e fischietto,
con l’applauso della folla all’uscita
della Messa. Più nessuna paura
dello spettacolo dei morti, niente
commosso silenzio o sospirato
raccoglimento; mancano solo
le hola ed i cori blasfemi da stadio.

Il destino distratto attende all’incrocio
pericoloso - col falcetto – il prossimo
articolo di cronaca, con l’intervista
inutile agli amici affranti ed ai
Parenti in lacrimose gramaglie.

Gianni Calamassi ©


Libertà

Affonda la mano nella terra
Afferra i grandi sassi aguzzi
Attivamente costruisci un riparo
per la tua famiglia
Attardati al lavoro nei campi
Attardati sull’impalcatura del cantiere
Attardati alla cattedra
nella scuola e nell’officina
Abbraccia al petto i tuoi cari
Allacciati lo zaino sulle spalle
Ascolta il lacerante grido
della guerra
Attento alla tua vita
Avvista in tempo l’ala nera della solitaria
Aspetta l’avviso dei compagni
prima dello scatto che
Attraversa la strada

Attardati nella fuga fucilano
gli anziani inermi
Attardati nel bosco fanno
scavare fosse impazzite
ai giovani renitenti

Attardati incendiano le case
che custodiscono le ultime
madri di sparuti bambini

Alziamoci tutti insieme e non
spendiamo più preghiere
Abbiamo poco tempo per tagliare
il grano e mungere le bestie
Amiamo troppo questa terra
per non saziarla del nostro sudore
intriso di sangue:
Annuncia a tutti, batti la campana
questa è la tanto attesa
primavera di libertà

Gianni Calamassi © Diritti riservati

Alla Colla

Lo sprone a picco
sulla vallata,
aggredito da folate
progressive che si
schiantano
sulla superficie liscia
delle sue pietre.
Il vento incita
le ginestre a frustare
l’aria tersa dintorno.
Il paleo che ondeggia smarrito;
si scuotono
tormentate le cime dei faggi.
Un pino grigio annuisce
sofferente:
la cortina di colline
assiste palpitando
nella calura pomeridiana.

Gianni Calamassi – da: “Paesaggi toscani ed oltre” © Diritti riservati

Dio parlò

Il vento e Dio parlò
Manifesta la sua presenza
Dette vita all’uomo
Col suo soffio
Asciuga il mare
E il popolo l’attraversa
Parla Gesù col vento
Gli apostoli stupisce
Minacciando il mare
L’aria si mostra divina
Non trascura popoli
Né religioni il soffio
Egli la sceglie come voce
Primitive preghiere
Invocano e ascoltano
Gli dei per mezzo suo
La Signora del Vento
Assieme ad Eolo dalla Cina
Alla Grecia l’alito Vayu
Nelle Indie coppia shinto
In Giappone Ovunque
Nei secoli si ascolta il vento
Nelle praterie americane
E nei canyons i nativi pregano
Il vento ascoltano
Il Grande Spirito Nafas
Nell’Islam il respiro di Allah
Ruah la vita per gli ebrei
E’ nel vento che nelle notti insonni
Cerchi la tua risposta
Che in principio fu l’aria

© Gianni Calamassi – Luglio 2016 (da “Campana di cenere” inedita)


È primavera

Al piè del tabernacolo mariano
Ove la proda stende le sue dita
Disegna il sole geometrie di luce
Che gioiose primule aggruppate
Punteggian tra gli occhi di viole.
La primavera sveglia la natura
E il fischio degli uccelli lo ricorda
All’anima del vento che l’insegue.
Che un misero pugno di cervello
Possa il corso delle cose eterne
Contemplare e poi comprendere,
È vasta la misura dell’impresa
Che quello che sembra appena
Nato c’è sempre stato e dopo
La mia scomparsa sempre ci sarà.
Quieta è la sfida che la natura
Pone a chi può solo stare zitto:
Tanta fragilità del momentaneo
Questa mia nota dedica alla vita.
Dal cuore di chi ha le ossa rotte
Giunga questo messaggio che
Non porta l’aria della primavera,
Ma il ricordo di chi vi era prima
Ora che sul suo petto rigoglioso
Cresce il grano, abbracciato
A papaveri ridenti.

© Gianni Calamassi - marzo 2014, da Le radici dell’albero caduto

Africa

Ardono nell’aria tremula della savana
Sotto un cielo di calce, le ferme parole
Di Lèopold Sèdar Senghor .
Friniscono le cicale fra i rami spinosi delle acacie
Gl’insetti, al riparo delle flessuose erbe, ristanno.
Riposa nel meriggio, all’ombra di se stessa, la natura
Immobili i pastori, l’occhio attento all’ondeggiare
Delle greggi, attendono la sera
Cantano, nel cerchio del villaggio,
le donne, occhi di gazzella sgargianti
di femminilità, calpestio ritmato sulla terra.
Attendono il ritorno dell’uomo e il silenzioso
Respiro della notte trai voli occhiuti dei rapaci
E il ruggito bramoso delle fiere.
Avverti che il vento della rivolta cavalca
Sulla pelle dei giovani studenti in piazza Tahrir.
Fremono le fanciulle, come gli immensi armenti
Del Serengeti dopo la stagione delle piogge,
Innalzando cartelli
Ricercano al crepuscolo dissolvere
I melmosi silenzi dei Rais
Insieme triturano persone, parole e corpi umani
Già senza vita.
Chiedono all’aria di obliare questo inferno
Vulnerabile di fragili promesse.
Accogli, popolo, fra le braccia la richiesta
Di questa selvatica preghiera.
Inshallah.


Terezin

Vedo i ragazzi di Terezin
in gruppi scomposti
addossati come le pietre
del cimitero ebraico,
con i sassi raccolti come fiori,
con i biglietti a capo chino,
senza più berretti, aspettando
di tornare alla vita
nel ghetto sicuro,
nella Sinagoga dalle luci rosse
e delicate dei lumini.

3 gennaio 2004


L’Angelo nero

L’angelo viaggia appesantito
dal tappeto marocchino arrotolato
sulla spalla, non vola
fardello è il tappeto
-“ Come vuoi che possa volare –
ripete dall’orlo del cratere –
“ non sono nero di fuliggine
né di fango: sono l’angelo nero,
fiore di giovinezza effimera.
Fatemi vedere la luce,
anch’io inchiodato sulla
terra ferita voglio vederla.”
Le ali di grigie piume
danzano la morte.
-“ Basta lamenti, sono l’angelo
nero dalla veste bianca,
di smisurato spirito;
senza speranza che
già son condannato all’agonia,
al logorio delle ferite
di sangue raggrumato.
Alla luce urlo – non di sfida –
sono l’angelo nero
che aspetta il suo giorno.


Albero

Ho bisogno di un azzurro
mantello di stelle pe’
abbeverare l’albero che
mi cresce dentro da allora,
quando sono nato, ma non
lo sapevo ancora del suo
bisogno di acqua, della
mia vita in cambio della
sua, per crescere e nella
natura confrontarsi con
le altre piante. Quando
cadrò, il posto al sole
che lascerò, luce darà
a chi non l’ebbe mai.
Dalla mia fine, nuova
forza alla terra le sapienti
cellule, che miscelate
verranno diffuse, porteranno
il segno di mia vita e
trasformate saran presenti
alla fine del tutto.
Come, non so!


Angelo del fuoco

Angelo del fuoco brucia chi non crede,
chi esercita il potere dei dispersi,
chi muove i fili della crudeltà.
Non far sorridere più i boia
delle fosse comuni Angelo del fuoco,
incenerisci gli apostoli della sventura,
chi ha scritto il vangelo dei corruttori,
chi predicherà l’avvento del potere
che moltiplicherà l’apocalisse.

Che non venga il regno
della sua politica, che il miracolo
del potere non risolva i conflitti
con la benedizione dei farisei.
Che i poveri non forniscano
teschi alle catacombe
che li rendono multipli uguali.
Angelo del fuoco non andare in fretta
a raccontare pace, ma liberami
dal male che dovessi sospirare,
perché preferisco non essere
che sognare il potere.

Cade il cielo col vento

Come la burrasca
Come l’uragano
Sono gli imprevisti
Della natura
Che sciolgono
Le foschie dell’anima.

Si dissolve il suono
Di un pianoforte
Come barlume
Di lampada malata
Nessuna ansia per la meta
Inaridita dal vento
Che cede ai desideri
Confessati dalle nostre emozioni.

Conchiglie

Conchiglie mute testimoni
del propagarsi degli oceani,
solcando il fondo di detriti
colmo, filtrando nutrimento
impercettibile, nulla vi coglie
dalla superficie e il sole
non scalda la fredda profondità
marina.
La lotta per la vita
con mille occhi di guardia
pronta a scavare nascondigli
col piede muscoloso,
o a quieta rimanere aspettando
la radula perforatrice
dell’echino assassino
dio giustiziere, del tuo
microcosmo abitabile.


Ero un ragazzo

L’ombra dell’acqua
ondeggia riflessa
nella caverna dell’infanzia;
anela la fuga a perpetuare
l’ignoranza del ragazzo

che ero, affascinato
dal suonare cadenzato
delle stoviglie, che mi
chiudevano dietro le sbarre
del destino: solo un corpo,
ancora senz’anima.

Fantasia

Vola solo la lucida fantasia,
che pietosa vagabonda
con la brezza di parole leggere,
che guizzano tra le nubi
saponose e turgide
di un cielo colmo di silenzi.


Il cosmo

Il cosmo non ha voglia
di dare, mantiene
l’ordine dell’obbedienza
senza scrupoli.
Si paga il pane quotidiano
con disagi del destino,

simbolica ragnatela
che sfugge al tatto del vecchio;
che in questi anni
sotto i colori tristi
della vita, balla la felicità
al suono della fugace musica.

31 ottobre ’04


Il giardino spoglio

E’ così spoglio il giardino
mi basterebbe una lettera
oppure due parole
piantate nella terra
umida, come alberi di Natale
Non importano le candeline
devono solo riempire l’orizzonte
con le loro ramificazioni.
Non trasalisco alle piroette
dei passeri nello spicchio di sole
sul selciato, allungo una mano
e spremo una carezza che scompiglia
tutto è teso come il panno
liscio del biliardo
in attesa della partita


Il pensiero

il pensiero perde
la sua irrealtà
nel momento
che la voce
lo vibra nell’aria.


Il sognatore di flauto

all’alba il sognatore
di flauto
depone il suo strumento
e allarga la camicia
all’ultime stelle


L'umanità

Non scelgo di scegliere,
non so cosa vorranno,
ma sono con loro in comunione:
mi basta il sorriso
dell’umanità che sfila
davanti alle mie mani tese.

Primo premio
34° Concorso G. Pascetti – 2010
Sesto Fiorentino.


L'uomo si mobiliti

Vetusti cipressi alti e dritti
muovono dolcemente cielo e terra
ad indicar l’azzurro per la pace,
e con la brezza collinare
per la vita s’inchinano.
Lucide bacche rincorrono
scintille di sole, mostrano
saettanti sogni della terra
che premono pace alle anime sole.
“Non si può sparare sui fratelli,
si gela il grano”– mormorano –
“ non fate un mondo di macerie,
l’uomo si mobiliti, difenda
gli uccelli dai becchi perforati
dai proiettili traccianti,
e legati con un nastro rosso
li guidi al placido equatore.”
Il cuore muova all’assalto
di luci già bruciate
che conducono ad un morto
mondo di morti.
Per una pace che sia anche la tua,
che balli agli angoli della strada
senza sosta e come sughero
galleggi tra la folla

le violette del pensiero –
come fossero i tuoi occhi –
raccoglierò sulle prode e nei boschi.
Quando cuori insanguineranno
il vento, resterà una battaglia
persa, ma un amico come anch’io
nasconderemo gocce di brina
a protezione della tua giovinezza.
Il mondo resta ad aspettare
il tunnel della morte che fa dimenticare
un vendicativo Giudizio Universale.


Pace

L’amore si fa pace, sul Soglio
il Verbo ci conforta, prendi
per mano il tuo nemico e al petto
stringilo. Seduti all’ombra
dell’olmo del consiglio,
che ancora regge il cielo senza
tremare, chiedete abbracci alle frange
di aride colline e filanti scialli di pace
tessete con l’iride dei fiori.

La primavera schiuda gemme
dall’umido profumo dei meli
tra il tremolar dei rami:
che non accada adesso
sciogliere luce sulle croci
bianche a punteggiar la terra,
che adesso non accada udire
l’urlo silenzioso della guerra
spegnere il mormorio delle tue vene.
La vita non colga viole del pensiero
per orlare il tuo fresco sudario
fino al bianco gemito dell’alba.


Panchina

La lunga ombra della magnolia
accarezza la panchina,
oggi solitaria.
Neppure l’autista al capolinea
è sceso: la testa tra le mani
sogna una donna.
Non ti scalda al sole
il pensionato, non offri
riparo al nascondino

dei bimbi, né i giovani
ti parlano del loro avvenire.
Ti saluta, ormai è sera,
un accigliato tramonto
striato di rosa irrealtà.
La rugiada di perla
tra le stecche, di magiche
notti è il segno che il sole
del mattino spegne,
mentre incalza l’ombra
della magnolia al tuo appuntamento.

Parole come compagni

Parole che cauterizzano le ferite
parole come compagni,
per scacciare la solitudine,
affidando loro il messaggio domenicale

A raccolta compagni!

Amico abbracciale tutte
e osserva chi si fa notare
per la sua assenza:
perché non ci sono più parole
per colmare i vuoti


Stelle

Ciao, vi aspetto
Qui, dal mio balcone
Voglio vedervi
Congiunte con il fuoco
Dell’ultima sigaretta,
con la corsa dei fanali,
con le case che vegliano,
con la preghiera
dei lumini
del cimitero,
col battito
del cuore.


Utopia

Piovono nell’anima
gocce di cera
clementi non feriscono
la memoria di giorni perduti
con la perversione
della logica.
L’orrore di ognuno
dei mille demoni
contagia l’utopia,
misura la nostalgia,
scrive accecato dalla luce
del giorno, che si scrolla
di dosso la notte
sfavorita dalla sorte.


autore
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