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23 novembre 2010
Villa San Lorenzo in Campo, Castelfiorentino

50 Anni di ritratti e figure / 1960-2010

Luigi Bicchi
Il Presidente di LiberArte

Gianni Calamassi, biologo, insegnante, progettista, inizia la propria esperienza nelle arti visive nel modo più appropriato: il disegno con grafite.

Il percorso è interamente dedicato alla figurazione ed in questa al ritratto (anni '60), negli anni '70 prosegue la propria esperienza/formazione con alcune escursioni nell'uso dell'olio e, successivamente, delle tecniche miste.

Dalla lettura delle opere, ancorché dettagliate e precise, si intuisce che l'artista intuisce di non aver trovato una propria definitiva maturità espressiva. L'esperienza successiva è con le chine, e qui Gianni Calamassi inizia a trovare il proprio mezzo per comunicare un pensiero, una sensazione, un ricordo.

A mio parere si definisce una sintesi più perfetta tra il Calamassi uomo del fare e l'artista che sente dentro di sé.

La figurazione si fa ancora più accurata; L'introduzione di alcuni elementi surreali ed onirici lo aiuta ad ammorbidire la secchezza del tratto di china. Questo accorgimento si fa ancora più marcato man mano che l'artista si addentra nelle sfere più intime e nascoste dei propri convincimenti e desideri (tra gli altri Crisalide Celtica, Sogno erotico, Il presagio, La signora degli Acheni, l'adulterio).

Raggiunge in modo particolare l'apice di questa esperienza, pronto ad affinarsi ancora, con due opere entrambe del 2008: Omaggio a Fattori (che tanti consensi ha raccolto nell'omonima mostra collettiva, organizzata da LiberArte, tenutasi nello stesso anno al Centro Espositivo Berti di Sesto Fiorentino) e Kaminari.

In queste due opere si individua un ulteriore avanzamento della qualità espressiva di Gianni Calamassi, una maturità di tratto, un tempo sospeso nella lettura delle due opere che rimanda all'altra caratteristica di Gianni Calamassi: lo scrivere.

E del suo scrivere tanto si legge nell'attesa vigile dei due soldati della “Vedetta” (quadro del Fattori ispiratore dell'opera), nella polvere della strada bianca, nel muro calcinato, nella precisione del ritratto del maestro), nel sonno turbato della donna giacente, nell'ideogramma marcato di “Kaminari”.

Questo collegamento tra composizione scritta e arte visiva, forse rappresenta oggi la nuova frontiera dell'artista, qualcosa di già tentato nel '65 con la poesia inserita nel ritratto di Daniela, ma che adesso raggiunge un momento più alto in quel dire e non dire, in quell'accennare senza marcare troppo, in quell'eleganza di tratto che caratterizzano la più recente produzione.

I percorsi della grafica non sono mai agevoli, Gianni Calamassi pare aver trovato un giusta chiave interpretativa. Ci attendiamo altre positive evoluzioni in questo cammino che vediamo molto più lungo dei cinquanta anni che l'artista ci propone.

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50 Anni di ritratti e figure / 1960-2010

Mario Sodi
Poeta

Parlare della poesia significa parlare del pensiero che la ispira e la guida. Fra i libri di Gianni c’è il bel libro di racconti Nina … al femminile è meglio. E proprio nel racconto di Nina c’è un brano che vorrei leggervi:

“Quando non parlo è perché voglio ascoltare il mio cuore e stare in compagnia della sua musica, godermi il sole, e il selciato della strada è come fosse la mia foresta, senza parole, senza problemi, perché da quando è morta mia madre non debbo più nulla a nessuno e oggi – se Dio esiste – solo con lui dovrò fare i conti….Perché quello che voglio dare sono disposta a darlo e lo do.”

Non parlare, ascoltare il cuore: ecco la sacralità del Silenzio da cui scaturiscono il Pensiero: e il pensiero (che è musica) si ex-prime, si manifesta e si fa poesia.

Anche i passi sulla strada quando sono in sintonia con lui lo accompagnano come in una foresta. C’è una centralità dell’IO che non è egocentrismo ma consapevolezza e accettazione del suo essere uomo.

Poi c’è questa parola: madre. Se nel racconto è una parola esattamente riferibile, oltre il racconto io la vedo come un simbolo forte di separazione fra un prima e un dopo, per cui madre posso chiamarla amore, speranza, amicizia, fede ed altro ancora.

Finita questa entità il poeta è solo con se stesso, debitore a nessuno se non alla parte più nobile estrema di sé che è appunto il contatto con la verità e la luce (dies, appunto, Dio).

Significativa poi la frase “quello che voglio dare sono disposto a darlo e lo do”. Scriveva Teilhard de Chardin “se ognuno di noi sarà veramente disposto a dare quello che ha, contribuirà a dare compimento alla creazione”. Detto questo però ci sono i tre libri di poesie. Per non abusare della vostra pazienza, citerò una sola poesia per ogni libro.

Bacheca “Fermagli”: “Due conchiglie lucidate. Ecco, non siamo più noi / ci hanno molati, levigati / Hanno tolto i nostri spigoli/ e lisciato tutto”.

Gli spigoli, forse la parte più scomoda di noi, ma quella che ci distingue, i fa unici, sono stati molati. Era possibile sfuggire a questa omologazione? Ma tutto, sembra dire il poeta, congiura contro chi è “sublimante diverso”. Non bisogna essere infatti né troppo cattivi né troppo buoni, ma “tiepidi”, per non scomodare coscienze e potenze. Tiepidi: quelli appunto che verranno rigettati anche da Dio, come è scritto (e almeno questa è la vittoria del poeta).

Non dovresti passare “Di fronte agli oggetti affissi di fronte / Come se non dovessi vederli / … / Tu non ci sei e dovresti / fermarti / loro ti aspettano”.

Noi viviamo in mezzo agli uomini come a cose inanimate; tutto è fermo e inerte perché così noi siamo. Fermarsi, “spegnere gli orologi”, guardare: il mondo è vivo se noi lo vogliamo, le cose immobili hanno bisogno anche della nostra mano, di un sorriso, per esistere.

Compos Mei “A Puccio” “Ho nel cuore la spina / della tua ferita /… / Ho messo fiori secchi / sulla mia scrivania”: non sappiamo cosa sia accaduto, ma la drammaticità delle parole ci attrae. Il cuore di chi scrive è sensibile come la ferita di chi è stato offeso. E “la spina” del dolore è come una parte del roveto rappresentato dai fiori secchi, ammonimento di una bellezza umiliata.
“Novembre 96” “ Seguo i pensieri che insorgono all’alba /… / …prima /…(della) rotta /…della ragione”. Ecco il poeta a duellare fra sogno e ragione: ora la ragione ha la sua meta e la sua rotta, sembra sapere tutto, lei. Ma è il non sapere che il poeta ama, il non visibile. Il “naufragar” gli è dolce.

Angeli stanchi Ho trovato messaggi di speranza in questo libro. Nella presentazione dello stesso poeta c’è una frase che mi ha colpito: “senza arrendersi mai”. Dove la lotta contro ogni nemico, personale e universale, è, naturalmente, una lotta d’amore.
“L’amore si fa pace. Prendi per mano il tuo nemico e al petto / stringilo”. Ed ecco “L’angelo della pioggia”, “L’Angelo dell’Amore”, “L’Angelo nero”, “L’Angelo delle parole” “Gli angeli stanchi” con versi bellissimi.

Mi piace citare i versi particolarmente significativi che chiudono questa raccolta: “Ho un debole per i sentimenti irragionevoli/ impronte di silenziose tracce/ che sicure albergano nell’animo dell’umanità”.

E a proposito di versi mi preme anche sottolineare la bella forma di Gianni Calamassi nei suoi versi liberi ma non senza regole, anche se a volte pare che non voglia mettere argini al torrente delle sue emozioni e le lasci così per noi nella loro primigenia freschezza.

Due versi voglio citare dalla perfetta forma:

“Vedo ancora volare angeli stanchi” e
“Il saper di tua vita mi consola”.

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50 Anni di ritratti e figure / 1960-2010

Grazia Giovannoni
Linguista

La penna di Gianni è precisa nei segni tracciati da una mano attenta, rigorosa, – direi quasi – pensosa.

Le sue figure impongono a te che le guardi attenzione, silenzio; ti catturano, ti portano dentro lo spazio dell’immagine, poi ti spingono fuori da quei limiti, ti spingono”oltre”. Lentamente ne accogli il messaggio.

Anche le sue parole sono precise, una scelta attenta le coglie dal parlar quotidiano, pur ricco di un’antica tradizione: “…vedemmo la mamma salire le scale con le lacrime agli occhi, abbracciata stretta ai fianchi di un soldato magro con la faccia abbronzata ed un paio di baffi affilati, che da sotto il basco ti inquadravano così fissi da bloccarci con la bocca aperta e la mano sulla corda che fungeva da corrimano.
La mamma intervenne subito per comunicarci la gioia di quei momenti: “Ragazzi, è tornato il babbo, è tornato il babbo…venite.”
L’ansia dolorosa di una famiglia nella guerra, i primi timidi tempi della pace, una tempesta di emozioni si sciolgono in pochissime parole:”Ragazzi,è tornato il babbo”.
(da Birbonate fiorentine: ”La scatola blu”)

Lunghi tempi di storia fiorentina sono racchiusi in poche righe con una misura che ci rimanda alle sapienti linee con cui traccia i suoi paesaggi:

“L’artigiano si trovava in una di quelle vecchie vie fiorentine, che declinano dalla collina di Boboli verso via Maggio, quella via maggiore voluta dalla famiglia Velluti nei propri campi, dove ancora ville e palazzi di grande imponenza rendono conto dello splendore d’oltrarno.
Basta ricordare il palazzo della sfortunata Bianca Cappello, con un copricapo femminile ad ingentilire lo stemma di marmo, alto sul portone principale, il palazzo della Commenda o casa Pitti, dalla quale lo sguardo accigliato di Cosimo I scruta chi, da Borgo San Iacopo, si affaccia alla forca dello Sprone, dove sotto un ardito belvedere, ornato dallo stemma di famiglia, zampilla gioiosa dal mascherone della fontana del Fancelli, l’acqua per il turista assetato.”
(da Minima moralia::”Lo specchio”)

Gianni, fiorentino di San Frediano, uomo d’Arte (di quelle Arti che non soltanto hanno fatto gloriosa l’economia, ma anche hanno segnato la novità politica del Comune di Firenze), che non trovi meditabondo e solitario ad aspettar folgorazioni…: Gianni “si illumina d’immenso” - Ungaretti perdonerà la citazione! - in un cantiere o nel suo studio a far progetti, fra liste di numeri e di misure. Come gli uomini del Rinascimento.

Le parole inquietano Gianni, lo provocano con l’intensità del significato, lo spingono”oltre”. “Oltre” c’è la parola creatrice, la”poièsis”; la poesia, dono divino delle Muse, ha conquistato Gianni.

Nelle liriche che chiude nella sua ”Bacheca” la poesia è come uno specchio che Gianni interroga per capire la sua interiorità, poi coglie la potenza comunicativa delle parole rivelatrici e creatrici di mondi: “…con esse infatti si costruisce il ponte tra gli uomini e si colmano i vuoti che ci dividono dagli altri.” (Introduzione a “Il lustro cosparso” e ”Orcheomai”)

La poesia di Gianni si fa densa dell’avventura della natura e dell’uomo.

“L’amore si fa pace,dal soglio / il Verbo ci conforta / prendi per mano il tuo nemico e al petto / stringilo …chiedete abbracci alle frange / di aride colline filanti scialli di pace / tessete con l’iride dei fiori”
(da Angeli stanchi: ”La pace”)

Gianni, uomo della ”polis”che si dilata alla fraternità di tutto il mondo, uomo dell’arcobaleno e della pace..

All’ultima bella raccolta di poesie Gianni ha dato il titolo “Parole rubate”.

Per noi, sono ”parole donate”,,,grazie, Gianni!”

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50 Anni di ritratti e figure / 1960-2010

Andrea Carraresi
Romanziere

Metafora - Non sfiorirla – dalla poesia “Esperanza”

Avrebbe potuto dire: non gettarla, non sciuparla, invece usa il termine non sfiorirla, che presuppone visioni assai più complesse, perché sostituisce da sola a lunghe perifrasi, quali:

Non avere fretta di sbocciare e di bruciare la candela della tua vita, ma goditi la tua gioventù, matura piano piano, preparati senza fretta alla tua vita di donna e di madre.

Non buttarti via, hai una vita davanti ed il tempo, questo tiranno che si consuma sempre troppo in fretta, non può essere vinto, ma in qualche modo domato, se non si ha fretta, non può essere vinto, se non regaliamo una parte importante della nostra vita.

Vi ricordate gli occhi Ridenti e fuggitivi di Silvia? Questo “non sfiorirla” è una metafora altrettanto potente.

Come un bel gol durante una partita di calcio può valere da solo il prezzo del biglietto, così una metafora perfetta rende una poesia un’opera d’arte. La qual cosa significa che questo amico di cui oggi festeggiamo le opere poeta e pittore è soprattutto e sostanzialmente un artista.


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