Servizi
Contatti

Eventi


Ho perso la cartella

in: Birbonate fiorentine (2003)

Finalmente fuori; la fila dei miei compagni controllata dalla maestra era uscita dalla scuola elementare G. Mazzini in piazza de’ Nerli. Sciamavamo lentamente per dar modo che si potesse formare il gruppo dei giocatori, secondo l’accordo che avevamo preso durante la ricreazione. Vista la bella giornata avevamo deciso di giocare a volino, che consisteva nel far volare con un biscotto – colpo ottenuto facendo scattare l’indice a contrasto con il pollice – una figurina posta sulle dita tese dell’altra mano. Questa era la tecnica più comune perché vi erano possibili varianti, che dovevano essere concordate prima dell’inizio del gioco tra i giocatori; per alcuni era meglio invece di appoggiare la figurina – che noi chiamavamo cartina – sulle dita dritte della mano opposta a quella che imprimeva l’energia di volo, porre la figurina tra l’indice ed il medio sempre tenuti dritti.

Altri non davano il biscotto, ma tenendo la figurina tra l’indice ed il medio della mano di lancio piegati, producevano uno scatto con il braccio – anch’esso piegato – poi li raddrizzavano entrambi con movimento rapido e coordinato, così imprimevano una forte velocità alla cartina, che la faceva veleggiare molto lontano.

A seconda delle abilità del gruppo veniva decisa la tecnica di lancio, ed io che ero capace di utilizzarle tutte con buoni risultati, lasciavo la scelta ad altri. Eseguito il lancio, si determinava l’ordine secondo il quale il giocatore arrivato ultimo avrebbe fatto volare in alto le figurine oggetto della partita. Ognuno consegnato al compagno la quantità di figurine da giocare e questi le avrebbe lanciate in alto per farle volare; la partita terminava con la scelta – bianco o rosso – della faccia della figurina che avrebbe consentito la vincita; generalmente la scelta del colore avveniva contemporaneamente al lancio in aria delle cartine, ed il gioco continuava cambiando giocatore finché c’erano figurine da volare.

La partita iniziò subito dopo che ci fummo svincolati dal gruppo dei ragazzi che, con qualche nonna o in attesa di compagnia, si erano imbrancati intorno alla scuola.

Appena arrivati in via dell’Orto il gioco inizia: tira, consegna le figurine da giocare, falle volare, raccogli quelle vinte; ad ogni passo le cartelle vengono appoggiate a terra e poi riprese dai giocatori per la nuova tappa di lancio.

Quando sono arrivato ai binari del tram di via dei Serragli, sono l’ultimo del gruppo di giocatori, e mentre torno a casa posso vedere se tra le figurine vinte ce ne sono di quelle che mancano alla mia raccolta.

Giunto a casa faccio merenda e, con grande soddisfazione, incollo sull’album le figurine vinte, mentre mia madre si informa su cosa ci ha fatto fare oggi la maestra, io rispondo distrattamente, sono troppo impegnato ad aggiornare l’elenco delle figurine mancanti, cancellando i nuovi arrivi.

La mamma mi chiede i quaderni, vuol vedere se tutto è in ordine, io lascio per un momento il gioco e cerco la cartella: ma non la trovo.

“Ma dove l’avrò messa.“ Mi domando mentre ripercorro i luoghi consueti in cui appoggio la cartella, in casa non c’è da nessuna parte!! La mamma è costernata ha solo la forza di dirmi: “Non l’avrai mica persa? Ma lo sai quanto costano i quaderni, l’astuccio con le penne e le matite, l’abbecedario la stessa cartella… ora chi lo dirà al babbo quando torna?” Il tono della sua voce si alza, è profondamente arrabbiata: “Ma come fai, dove hai la testa? Forse, forse… l’hai lasciata a scuola?“ Mi domanda incalzante, mentre io replico: “No, mamma l’avevo con me, mentre giocavo con le figurine, me lo ricordo proprio bene.“ Rimango annichilito. Mi rivedo lungo la strada tra il susseguirsi delle fermate per i nuovi lanci . “E’ rimasta per la strada, – grido –  vado a riprenderla.“

Scendo velocemente le scale per seguire a ritroso il percorso che di solito utilizziamo per andare e tornare in piazza dei Nerli. L’ansia mi attanaglia lo stomaco, mentre cerco di immaginarmi dove potrei averla lasciata, ma i ricordi parlano solo di figurine, in essi non c’è traccia della cartella. Le strade si susseguono via Mazzetta, via Santa Monaca, piazza del Carmine, piazza Piattellina, via dell’Orto: lungo il marciapiede che abbiamo percorso non c’è traccia della cartella, assolutamente niente. Non mi resta che tornare a casa con la pena nel cuore per avere ancora una volta procurato un danno non trascurabile alla mia famiglia, che in questo 1948 vive un momento di grande difficoltà.

Salgo le scale come se dovessi scalare l’Everest, le gambe sono così pese che non riesco ad alzarle, il percorso mi sembra interminabile; alla muta domanda di mia madre rispondo con un altrettanto muto diniego: “Non c’è traccia della cartella, forse qualcuno l’ha rubata.“ Dico guardando mia madre, che con calma mi risponde:

“Vai a letto, è meglio che il babbo ti trovi a letto, piuttosto che a giocare, come se la perdita della cartella fosse una cosa trascurabile; e non lo è.“ Aggiunge mestamente.

Mi spoglio, infilo la lunga camicia da notte di cotone bianco ed alle cinque e mezzo del pomeriggio mi infilo nel letto, coprendomi la testa. Mio fratello continua a chiedere alla mamma cosa ho fatto, perché sono andato a letto di giorno senza cena, domanda se sono malato, la mamma risponde con pazienza, senza informarlo dell’accaduto.

Sotto le coperte sudo, un umidore freddo e appiccicoso che sembra spalmato su ogni parte del mio corpo, che passa dal caldo al freddo senza nessuna logica, mentre ad occhi chiusi cerco di immaginare le scene che tra non molto accadranno in quella stanza, che con la sua grande finestra sulla corte è l’unica in cui viviamo. L’immaginazione si è bloccata assieme al tempo che sembra non passare mai, ma non è vero, infatti giunge anche la scampanellata di mio padre, che lentamente sale le scale interne del mezzanino in cui abitiamo in subaffitto con mia zia, la sorella maggiore di mia madre, che fa l’infermiera a Careggi.

Quando lui entra nella stanza e mi vede a letto, domanda alla mamma che cosa ho combinato questa volta per essere stato messo a letto senza cena, visto che al mangiare non ci avrei rinunciato con facilità; la mamma senza preamboli e senza cercare scusanti racconta quanto è successo oggi: “Ha perso la cartella con tutto quello che c’era dentro e non l’ha ritrovata.” Mentre dice queste parole lo guarda negli occhi, in attesa della sua decisione, il volto magro e nervoso di mio padre si incupisce ulteriormente, con la fronte aggrottata e lo sguardo duro si avvicina al letto e scoprendomi mi ordina di scendere.

Sono scalzo, cerco impacciato le scarpe che ho messo sotto il letto quando la sua mano mi artiglia un braccio e mi porta decisamente di fronte allo specchio dell’armadio della loro camera da letto; la mamma in silenzio lascia la stanza  per andare in cucina, così non sarà tentata di intervenire durante la punizione che mio padre sta pensando per me. Sono a piedi nudi davanti allo specchio, non guardo mio padre, ne seguo i movimenti riflessi dallo specchio, il freddo dei mattoni mi agita e mi fa fregare un piede sull’altro per scaldarli; sento mia madre che trattiene bruscamente mio fratello, impedendogli di tornare nella stanza, il piccolo vuol vedere quello che il babbo farà a Gianni, ma lei gli impone di non muoversi di cucina e di stare zitto.

Nel frattempo la cintura di cuoio di mio padre sembra viva nella sua mano e ancora non ho capito cosa ne vuol fare, che rapida si abbatte sulle mie gambe, che soleva dire, non hanno giudizio.

Un bruciore profondo si aggrappa come un rampino al mio stomaco, mi stordisce, non riesco a rendermi conto di cosa sta accadendomi, quando anche la seconda cinghiata mi colpisce sul sedere e poi una terza, una quarta ancora sulle gambe e poi un'altra che riesce a bloccare i singhiozzi che stavano prorompendo: dagli occhi scendono lacrime silenziose e dalla bocca serrata attorno alla lingua non esce un lamento.

“Adesso puoi andare a letto.“ Mi dice, ed io con le gambe che mi tremano per la tensione, a piedi nudi mi porto verso il letto, non so come fare a sedermi a causa del lancinante dolore che la cinghia ha provocato, quando mio padre mi solleva di peso e con cautela mi posa sul letto e mi copre con cura.

Il dolore è forte e lo sopporto con difficoltà, ma la tensione accumulata, mi fa presto cadere in un dormiveglia agitato, pieno di ombre minacciose e lampi di luce colorata, che mi accompagnano fino al mattino successivo.

Quando mi alzo mio padre è già uscito, vado in cucina a lavarmi, con le gambe che mi dolgono e le zebrature lasciate dalla cinghia che hanno già acquisito un bel colore rosso vivo; la mamma le unge con olio di oliva, lentamente, per farlo assorbire meglio senza causarmi nuovo dolore, sulla tavola mi attende la colazione calda e fumante che è più abbondante del solito.

Prima di uscire ricevo una lettera che il babbo ha scritto alla maestra, nella quale la prega di scusarmi perché, avendo perduta la cartella, non avrei potuto fare i compiti fino a quando non avrebbe potuto ricomprarmi il necessario, forse non prima della fine del mese.

Tengo la busta come fosse un tizzone di carbone ardente mentre mi avvio verso la scuola, già sentendo le risate dei miei compagni sia alla vista dei segni sulle mie gambe, sia pregustando i rimproveri che la maestra mi avrebbe fatto per quella grave distrazione. Sono già arrivato in piazza del Carmine, quando vedo da lontano un mio compagno di classe – abita nelle case accanto alla chiesa – che riconosciutomi urla il mio nome e fa ampi gesti con una mano, mentre nell’altra tiene una cartella.

Grande è la mia sorpresa quando mi accorgo che la cartella che tiene in mano non è la sua, ma la mia bella cartella di cartone marrone con tutto il suo contenuto; sono talmente felice che il dolore che martella le mie gambe e non solo, sparisce d’incanto e dopo che ci siamo scambiati il racconto dell’accaduto ci avviamo allegramente verso la scuola, scambiandoci amichevoli pacche sulla schiena.

Oggi so che mi avrebbero potuto domandare quante volte volevano cosa avessi fatto per meritarmi quelle zebrature sulle gambe, avrei sorriso e stringendomi nelle spalle mi sarei limitato a dire, quasi con orgoglio, che ne avevo combinata una delle mie e avrei potuto giurare che non avevo emesso un lamento per la giusta punizione che mio padre mi aveva inflitto.

autore
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza