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Su “Raccordi”

Grande forza pittorica in raccordi temporali e visivi che il poeta immagina sviluppando un cortometraggio nel quale si susseguono lentamente scene di un passato di cui percepisce la grandezza. Questa lirica, permeata di delicata mestizia frammista ad orgoglio e nostalgia, si sviluppa in modo del tutto particolare grazie ad un raccordo tridimensionale dato dallo sviluppo nel tempo: a partire dalla storia romana (Schede di cammini coevi e lastricati sepolti dalla storia – che ricordano ed hanno la forza del “sulle vestigia degli antichi padri” del miglior D’Annunzio), per inoltrarsi nel rinascimento (il giardino del re – probabilmente Boboli in cui Gianni bambino giocava), fino a giungere nel presente, molto più povero di valori.

L’animo dell’artista percepisce e immagina scene, odori, rumori – suggestivo è l’acciottolare delle ruote del carro senza gomme sull’antico sentiero, ottenuto con una strana forma onomatopeica rovesciata – osservando i meandri che creano gli scavi del teatro romano di Fiesole, e, turbato, rivela i suoi sentimenti; sentimenti che ognuno di noi ha provato, partoriti da quel fremito d’orgoglio e di stupore che sempre ci possiede quando pensiamo alla grandezza dei nostri predecessori. Questa lirica, con cui Gianni Calamassi prosegue l’iter intrapreso con “Bacheca” e “Compos mei”, continua a distinguersi per la forza delle immagini che la compongono, assai suggestive, per quell’elegia struggente del passato che sempre conquista il lettore –“fornelli di finte pipe nel gioco di ragazzo” – e, in particolare, per quella personale ricerca della parola che ti costringe ad esaminare l’opera nel suo complesso con grande concentrazione. Insomma, leggendo questo autore, è obbligatorio tener conto di quella che potremmo definire, con un termine un po’ astruso che non so se può essere accettato dalla critica, ma che io posso permettermi non essendo un critico, semantica poetica cognitiva, che obbliga un lettore non superficiale ad indagare nei processi che si sono sviluppati nella mente del poeta; la qual cosa, tenendo conto anche del fatto che le idee non sono mai banali e scontate, pretende, quasi sempre, un’attenta rilettura del testo.

Andrea Carraresi

Su “La parola ed il silenzio”

La parola con cui si può manifestare un pensiero o un sentimento, la parola come valore fondante del nostro ricordo, della nostra storia – scintilla vitale dell’essere – la parola che fa dell’uomo un essere superiore in quanto ci consente di comunicare e di scrivere, respira e vive ogni giorno e si contrappone a quel silenzio nel quale puoi spaziare ed immaginare tutto quello che vuoi ma che, alla fine, se non ci fosse la parola, scritta o orale, lascerebbe soltanto un vuoto profondo. La parola il cui uso può dipingere e creare, come in questa poesia, ciò che il silenzio può solo fare… immaginare.

Idea filosofica trasformata in poesia tramite una serie di metafore (scintilla vitale, dolore, lago) ma che secondo me risente della grande difficoltà, se non dell’impossibilità, di trasformare in poesia la razionalità di un’idea.

Andrea Carraresi

Su “Ode al mare”

Intendo anche complimentarmi con te per il racconto e le poesie che hai inserito in antologia. In particolare mi ha colpito "Ode al mare". E non credo sia soltanto perché io il mare lo amo davvero molto! Il motivo reale è che io penso che alla base della poesia moderna debbano esserci FORZA DELL'IMMAGINE e FORZA DEL SENTIMENTO, e la tua poesia è composta da una serie di immagini così nitide - tali e quali a quelle dei tuoi quadri - da suscitare e ricordare emozioni che si perdono nel tempo e che, nel contempo, sono l'espressione reale di tutta la nostra vita. Quegli scogli appuntiti che aspettano che l'onda si infranga su di loro mi sono apparsi come la metafora della mia vita attuale. E il cavallone che sembra accelerare la sua corsa mentre si avvicina alla vita è un'altra meravigliosa metafora che io, nella ratio che ti possiede quando scrivi un romanzo, ho tradotto: "E' incredibile la forza che dà sentirsi vicino alla meta".

La poesia è molto lunga, eppure riesce a mantenere un ritmo - o tono, chiamalo come vuoi - sempre elevatissimo.

Mi piacerebbe un giorno, se ce ne sarà l'occasione e tu lo vorrai, leggerla personalmente davanti ad un pubblico numeroso e competente. Perché sono sicuro che, se riuscirò a trasmettere nella lettura tutte le emozioni che ho provato, non potrà non apprezzarla come io l'ho apprezzata. Ti consiglio, se avrai ancora voglia di partecipare a qualche concorso di inviarla.

Ciao, un abbraccio, Andrea.

Su “Africa”

Caro Gianni,

ti ringrazio, seppure con riprovevole ritardo, per la bella toccante poesia e il disegno pieno di drammaticità che mi hai inviato per il giorno della memoria.

Ho letto le ultime poesie che mi hai mandato.

Vorrei, per la prima volta in vita mia, provare a fare una recensione critica di quella che più di tutte mi ha colpito (ma sono tutte meritevoli di un ottimo giudizio): AFRICA.

Mi azzardo a farlo sapendo che intanto la mia recensione rimarrà soltanto una mera conversazione, fra me e te: una specie di telefonata a soggetto.

AFRICA: Siamo di fronte ad una delle poesie più suggestive di Calamassi.

Si capisce l'Africa, il mal d'Africa che ha colpito tante persone, l'incanto di una natura estrema ed essenziale nella quale sarebbe bello immergersi e ristare come gli insetti nell'ora più calma, per respirare la serenità e l'incanto della natura non ancora contaminata dalla bramosa ambizione di ricchezza propria del mondo occidentale.

Ma anche il vecchio continente si è rinnovato e il poeta mette a confronto gli elementi bucolici e pastorali dell'Africa come appare nell'immaginario collettivo di chi conserva antichi ricordi, con le terrificanti immagini di stragi commesse in seguito alle inevitabili ribellioni alle ingiustizie dei rais.

Ed ecco che i villaggi in cui le donne cantavano e danzavano scalze mettendo ingenuamente in mostra la loro femminilità, sono rimaste isolate oasi nel deserto. Il petrolio ha creato ricchezza, ma ha partorito il seme dell'ingiustizia, le discordie, le proteste, le repressioni, le stragi.

Finché nessuno aveva nulla, non esistevano rais e l'Africa era ancora la regina di se stessa: un mondo primordiale ricco dei più grandi spettacoli che la Natura può offrire. Profanare l'Africa è stato come violentare quelle donne che danzavano scalze nel villaggio e che il poeta identifica con una bellissima metafora: occhi di gazzella. Metafora molto più semplice di quelle normalmente usate da un poeta che definirei "biologo" della parola - tanto profonda è la sua ricerca - ma di assoluta efficacia.

Occhi di gazzella ci mostra occhi neri esageratamente grandi pieni di timore e di stupore, come quelli del timoroso erbivoro.

E non può non richiamare alla memoria una delle più belle metafore della poesia italiana: gli occhi ridenti e fuggitivi della Silvia di leopardiana memoria.

Leopardi ci dipinge, col termine fuggitivi, due occhi che si muovono veloci e schivi come esseri animati; Calamassi ci fa capire, con occhi di gazzella, il mistero, il tremulo tremore e il perpetuo stupore che si può leggere negli occhi di donne abituate a vivere nella dura, difficile, ma stupenda realtà di un mondo impenetrabile e pieno di rischi e di fascino. Sguardi che non annullano, ma anzi esaltano, la loro femminilità.

E' in casi come questo, quando una semplice parole diventa arte in quanto insostituibile foriera di immagini e sensazioni toccanti che sentiamo crescere in noi quel turbamento che solo l'arte può recare.

Ciao,

A presto

Andrea Carraresi (romanziere)

(Autore di “Il segno del destino”, “Il commercialista”, “All’ombra di Monte Morello”, ma anche poeta, pur non considerandosi lui tale)

Su “Vita in città”

E viviamo in città corrotte, dove il suono della sirena nemmeno ci spaventa: presuntuoso sentire che quel dolore sia di altri. E ci siamo lasciati corrompere dall’abitudine che toglie commozione e spavento e forse, di fronte allo spettacolo della morte, proviamo solo il fastidio di sentirci pure noi mortali, ma un attimo dopo ci sentiamo onnipotenti. Ancora una volta hai toccato le corde del cuore e mi hai ricondotto a quel doloroso sentire che diventa monito a comprendere in me l’altrui dolore.

Anna Parodi (poetessa)

(Commenti pubblicati su “In parole semplici” novembre 2011)

Su “Africa”

Caro Gianni,

pare di vederla l’onda della sommossa che sale. In quel “ruggito bramoso delle fiere” si presagisce ed è rivolta, cartelli e pugni alzati, gas lacrimogeni, corpi calpestati di morti o feriti che comunque domandano e gridano non meno di chi ancora resiste e domanda non solo per se, ma per il futuro del proprio Paese privo di guida. Ancora una volta, laddove l’aria era piena di “fragili promesse” è nata una nuova “primavera di Praga”, ancora una volta, in Egitto, Spagna, Grecia, Italia…la piazza accoglie il grido disperato di studenti senza futuro ed anche di interi popoli che si sentono allo sbaraglio, la tua maestria ha saputo dare risalto a tutto questo, complimenti!

Ho vissuto, abitando a Genova, i giorni del G8 e l’indignazione è stata alta. Ma c’è chi non si è indignato affatto e così la morte di quel ragazzo a piazza Alimonta – ancora una volta la piazza impotente testimone – se non è stata vana ed è sempre ingiusta una morte data, non è servita a molto, giacché da quel giorno, molte cose sono cambiate, ma in peggio.

Lo stato si è messo sulle difensive generando paura ogni volta che i giovani hanno manifestato per istanze legate al proprio futuro direttamente connesse a quelle del diritto allo studio, lo stesso che dovrebbe formare e non instillare o inculcare solo sapere. Ricordo una delle ultime manifestazioni, in cui i giovani diedero una lezione di vita agli adulti che hanno la pretesa di governare questo Paese partendo dal loro cattivo esempio e a noi adulti tutti: fu una protesta silenziosa, disarmata e disarmante. Tanto ci sarebbe ancora da dire, ma come tu stesso dici, fino a quando non saranno in molti a non provare sdegno, non ci sarà cambiamento o svolta. I complimenti sono meritati ed io sono solo una dilettante che si diletta a scrivere!!!

Anna Parodi (poetessa)

(Commento pubblicato su “In parole semplici” settembre 2011)

Su “Discordanze intermittenti”

Ti lascio il mio pensiero su “Discordanze intermittenti”…….in cui danzi sul significato e la magia delle parole, le parole infatti ci ritraggono e ci spogliano, ci riempiono di essenza ci svuotano sempre alla ricerca di qualcosa che non sappiamo ancora forse.. apprezzo molto il tuo dosare il senso e l’importanza del termine, ho letto e riflettuto su molte poesie che racchiude la tua silloge e che mi riportano a contemplare quanto la forma scritta sia evocativa di mondi sconosciuti oppure vissuti da pochi, meravigliosa e a me cara la tua poesia “In salita” in cui mi ritrovo con debolezza e forza allo stesso tempo… la dedico a coloro che conoscono la salita, qui nel mio spazio, solo poche righe….”Mi restava una sola strada da scegliere: In salita. Non bastavano più le parole ad indicare la via, era necessario spogliarsi dei sogni che avevano resa leggera la vita…”

Claudia Piccini (Scrittrice e poetessa, autrice di “Se fossi lei” romanzo epistolare, “L’importante è sentir battere il cuore”, “Stavo aspettando te”, “Sei anime in armonia”)

Su “Vita in città”

Realtà quotidiana che non è teatro ma palcoscenico di morte, dove le vittime non sono i protagonisti.

Protagonista è colui che in nome di esse si mette in evidenza.

Gianni, complimenti per la cruda ma bella poesia

Fabrizio Finetti (Poeta autore di “Siamo tutti poveri Cristi”),

autore
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