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        Note critiche brevi a
Discordanze intermittenti

Su “Il silenzio e la parola” e “La parla ed il silenzio”

        Anna Parodi
Mi accingo a fare un parallelo tra queste due liriche dell'autore Gianni Calamassi. Ciò che da subito mi colpisce è la dicotomia tra silenzio e la parola e subito dopo la trasposizione dei termini nel titolo della seconda lirica . Cosa si intende per dicotomia tra silenzio e parola ?

Filosoficamente potrei dire che sia il silenzio, sia la parola stiano dentro "l'universo umano" E' dal silenzio, infatti, che emerge la parola e nello stesso tempo è la parola che codifica il silenzio, quindi, a ben pensarci non c'è vera dicotomia , ma solo il tempo dell'attesa, il tempo che intercorre tra il silenzio e la parola e un'alternanza nell'essere funzionali l'uno all'altra. E' nel silenzio e dal silenzio che l' io emerge con le sue verità e sostanzia la parola. E la parola, badate bene, non deve per forza avere voce, perché in realtà è un'acquisizione di senso , il saper trovare "Una soluzione per vivere" come scrive Gianni nella chiusa di Silenzio e parola. Originariamente, la parola e il silenzio erano una cosa sola , ovvero il silenzio era già parola , evidenza del mondo, poi l'uomo ha inventato il linguaggio e da sempre cerca di farlo aderire il più possibile a quel silenzio originario che è dentro di noi, giacché noi siamo parte di quel mondo da cui esso proviene.

Sembra allora utile dire che sia al silenzio che alla parola, accorra l'ascolto. Gianni questo lo fa, lui si mette all'ascolto del mondo, quello circostante e quello dentro di sé. Va pur detto che a seconda degli stati d'animo il silenzio può diventare chiusura, dolore, sofferenza e la parola. essere un "soffio di brezza" su "fuoco quasi spento". E, ancora, la parola diventare disturbo, rumore che "stordisce" quando si vorrebbe restare solo nel calore del silenzio, " Stare solo, senza indecisioni, Lo sguardo perso nel soffitto Alla ricerca della soluzione per vivere" Cambiare la visuale ha posto in essere questa dicotomia, che a parer mio attiene agli stati d'animo e Gianni ha ben saputo rimarcarlo, mentre ha porto a suo modo, che è poi il modo che attiene alla poesia i suoi versi, che io personalmente ammiro.

Su “La parola ed il silenzio”

        Andrea Carraresi
La parola con cui si può manifestare un pensiero o un sentimento, la parola come valore fondante del nostro ricordo, della nostra storia – scintilla vitale dell’essere – la parola che fa dell’uomo un essere superiore in quanto ci consente di comunicare e di scrivere, respira e vive ogni giorno e si contrappone a quel silenzio nel quale puoi spaziare ed immaginare tutto quello che vuoi ma che, alla fine, se non ci fosse la parola, scritta o orale, lascerebbe soltanto un vuoto profondo. La parola il cui uso può dipingere e creare, come in questa poesia, ciò che il silenzio può solo fare… immaginare.

Idea filosofica trasformata in poesia tramite una serie di metafore (scintilla vitale, dolore, lago) ma che secondo me risente della grande difficoltà, se non dell’impossibilità, di trasformare in poesia la razionalità di un’idea.

        Daniela Calamassi
Bellissima. Il silenzio non è solitudine, ma lo spazio per parlare con se stessi e riflettere senza condividere con gli altri, è il vero angolo di libertà.

        Anna Franceschini
Molto bella.. un inno alla individualità alla indipendenza non vissuta , una coscienza malinconica carica di rimpianti ma determinata a determinare i suoi spazi vitali.

        Franca Chiari
Verissimo le parole sbronzano il silenzio è un grande saggio, foriero sempre di verità e soluzioni giuste bravissimo!!!!

Su “Raccordi”

        Anna Parodi
Nella prefazione alla sua raccolta poetica “Discordanze Intermittenti” è l’autore stesso, Gianni Calamassi a disegnarci la mappa del suo sentire, del suo modo di intendere la vita e di connotare l’uomo dentro la stessa. La vita per Gianni è un cammino in avanti, ma con lo sguardo, sempre, verso il passato dove risiedono le radice stesse del nostro esistere. Ed ecco la prima discordanza tra nostalgia del passato e meraviglia del presente per chi sa far tesoro di ogni accadimento, ricercare un monito, un insegnamento che valga, perché nel tempo non muta. E ancora sa: <<scoprire giorni perduti…nella foschia di un fil appena rievocato>>.

Quella di Gianni è una scrittura sobria pur nella ricercatezza di termini atti a fissare un'immagine come a dipingerla. Ed ecco affiorare cieli nebbiosi, passeri ad incipriare l'accogliente leccio, nuvole di spore fungine e alloro profumato, colline dolcemente, da secoli, adagiate, mentre intorno tutto cambia e man mano perde il suo antico valore.

Leggere le liriche di Gianni non è cosa semplice; ogni parola è un'asola i cui bordi vanno indagati , sentiti, toccati per poterla far combaciare al suo sentire. Solo il lettore attento sa riempire quel vuoto , quello spazio mancante che è ciò che non ha vissuto direttamente, non ha toccato, bevuto con gli occhi , assaporato e goderne appieno, nel momento in cui, attraverso la parola, si rivela. In raccordi, tutto questo è possibile, dove il poeta raccorda tempo e spazio, dove il tempo è memoria e lo spazio si dilata in essa e perde i contorni pur non venendo mai meno l'aderenza al suolo che il piede calpesta, mentre spinge oltre la curva per inseguire paesaggi, luoghi della memoria " che hanno risonanze affettive quando diventano "nascondigli sicuri" per i giochi di bimbo, quando diventano scoperta nell'emulare un gesto adulto con "fornelli di finte pipe", le ghiande, "nel gioco da ragazzo".

Una poetica, la sua, mai banale che ci costringe a soffermarci su ogni parola dal suono antico , a volte, capace di recuperare il senso del "bello" e del "vero", come accade per i veri Poeti.

        Andrea Carraresi
Grande forza pittorica in raccordi temporali e visivi che il poeta immagina sviluppando un cortometraggio nel quale si susseguono lentamente scene di un passato di cui percepisce la grandezza. Questa lirica, permeata di delicata mestizia frammista ad orgoglio e nostalgia, si sviluppa in modo del tutto particolare grazie ad un raccordo tridimensionale dato dallo sviluppo nel tempo: a partire dalla storia romana (Schede di cammini coevi e lastricati sepolti dalla storia – che ricordano ed hanno la forza del “sulle vestigia degli antichi padri” del miglior D’Annunzio), per inoltrarsi nel rinascimento (il giardino del re – probabilmente Boboli in cui Gianni bambino giocava), fino a giungere nel presente, molto più povero di valori.

L’animo dell’artista percepisce e immagina scene, odori, rumori – suggestivo è l’acciottolare delle ruote del carro senza gomme sull’antico sentiero, ottenuto con una strana forma onomatopeica rovesciata – osservando i meandri che creano gli scavi del teatro romano di Fiesole, e, turbato, rivela i suoi sentimenti; sentimenti che ognuno di noi ha provato, partoriti da quel fremito d’orgoglio e di stupore che sempre ci possiede quando pensiamo alla grandezza dei nostri predecessori.

Questa lirica, con cui Gianni Calamassi prosegue l’iter intrapreso con “Bacheca” e “Compos mei”, continua a distinguersi per la forza delle immagini che la compongono, assai suggestive, per quell’elegia struggente del passato che sempre conquista il lettore –”fornelli di finte pipe nel gioco di ragazzo” – e, in particolare, per quella personale ricerca della parola che ti costringe ad esaminare l’opera nel suo complesso con grande concentrazione. Insomma, leggendo questo autore, è obbligatorio tener conto di quella che potremmo definire, con un termine un po’ astruso che non so se può essere accettato dalla critica, ma che io posso permettermi non essendo un critico, semantica poetica cognitiva, che obbliga un lettore non superficiale ad indagare nei processi che si sono sviluppati nella mente del poeta; la qual cosa, tenendo conto anche del fatto che le idee non sono mai banali e scontate, pretende, quasi sempre, un’attenta rilettura del testo.

        Elena Artaserse
Un abbraccio e i complimenti all’autore di questa meravigliosa lirica.

Su “La pagina indifesa” (prosa)

        Anna Parodi
E’ sulle mie corde e lo sai. Hai scritto bene: è scorrevole e poi davvero dire che si tratta di una poesia portata in prosa, non deve significare che valga meno, almeno per me è così. Forse tiro l’acqua al mio mulino? Non so, ma mi è piaciuta moltissimo.

Su “La realtà nei sogni”

        Annamaria Vezio
Oh Gianni, che sinergiche immagini a evocare grande realtà di artista in toto. Ampia la tua anima come ampie le ali che la solcano. Altro che “altezza” è cima la tua poesia! Bellissima pazzia!

        Franca Chiari
Dolce languida morbida sembra di averla vissuta l’ho letta e riletta e sempre più dolce mi pare. Bravo G attraverso le tue opere ci fai vivere le tue sensazioni.

        Angela Marano
Il sogno è la traccia dell’Anima che vive la sua vera natura. Meno male che abitiamo e animiamo i nostri sogni.

        Eddy Franceschini Pieri
Bellissima!!

        Flower Euriel
Emozioni

Su “Africa”

        Andrea Carraresi
Caro Gianni, ti ringrazio, seppure con riprovevole ritardo, per la bella toccante poesia e il disegno pieno di drammaticità che mi hai inviato per il giorno della memoria.

Ho letto le ultime poesie che mi hai mandato.

Vorrei, per la prima volta in vita mia, provare a fare una recensione critica di quella che più di tutte mi ha colpito (ma sono tutte meritevoli di un ottimo giudizio): AFRICA.

Mi azzardo a farlo sapendo che intanto la mia recensione rimarrà soltanto una mera conversazione, fra me e te: una specie di telefonata a soggetto.

AFRICA: Siamo di fronte ad una delle poesie più suggestive di Calamassi.

Si capisce l'Africa, il mal d'Africa che ha colpito tante persone, l'incanto di una natura estrema ed essenziale nella quale sarebbe bello immergersi e ristare come gli insetti nell'ora più calma, per respirare la serenità e l'incanto della natura non ancora contaminata dalla bramosa ambizione di ricchezza propria del mondo occidentale.

Ma anche il vecchio continente si è rinnovato e il poeta mette a confronto gli elementi bucolici e pastorali dell'Africa come appare nell'immaginario collettivo di chi conserva antichi ricordi, con le terrificanti immagini di stragi commesse in seguito alle inevitabili ribellioni alle ingiustizie dei rais.

Ed ecco che i villaggi in cui le donne cantavano e danzavano scalze mettendo ingenuamente in mostra la loro femminilità, sono rimaste isolate oasi nel deserto. Il petrolio ha creato ricchezza, ma ha partorito il seme dell'ingiustizia, le discordie, le proteste, le repressioni, le stragi.

Finché nessuno aveva nulla, non esistevano rais e l'Africa era ancora la regina di se stessa: un mondo primordiale ricco dei più grandi spettacoli che la Natura può offrire. Profanare l'Africa è stato come violentare quelle donne che danzavano scalze nel villaggio e che il poeta identifica con una bellissima metafora: occhi di gazzella. Metafora molto più semplice di quelle normalmente usate da un poeta che definirei "biologo" della parola - tanto profonda è la sua ricerca - ma di assoluta efficacia.

Occhi di gazzella ci mostra occhi neri esageratamente grandi pieni di timore e di stupore, come quelli del timoroso erbivoro.

E non può non richiamare alla memoria una delle più belle metafore della poesia italiana: gli occhi ridenti e fuggitivi della Silvia di leopardiana memoria.

Leopardi ci dipinge, col termine fuggitivi, due occhi che si muovono veloci e schivi come esseri animati; Calamassi ci fa capire, con occhi di gazzella, il mistero, il tremulo tremore e il perpetuo stupore che si può leggere negli occhi di donne abituate a vivere nella dura, difficile, ma stupenda realtà di un mondo impenetrabile e pieno di rischi e di fascino. Sguardi che non annullano, ma anzi esaltano, la loro femminilità.

E' in casi come questo, quando una semplice parole diventa arte in quanto insostituibile foriera di immagini e sensazioni toccanti che sentiamo crescere in noi quel turbamento che solo l'arte può recare.

Ciao, a presto

        Anna Parodi
Caro Gianni, pare di vederla l’onda della sommossa che sale. In quel “ruggito bramoso delle fiere” si presagisce ed è rivolta, cartelli e pugni alzati, gas lacrimogeni, corpi calpestati di morti o feriti che comunque domandano e gridano non meno di chi ancora resiste e domanda non solo per se, ma per il futuro del proprio Paese privo di guida. Ancora una volta, laddove l’aria era piena di “fragili promesse” è nata una nuova “primavera di Praga”, ancora una volta, in Egitto, Spagna, Grecia, Italia…la piazza accoglie il grido disperato di studenti senza futuro ed anche di interi popoli che si sentono allo sbaraglio, la tua maestria ha saputo dare risalto a tutto questo, complimenti!

Ho vissuto, abitando a Genova, i giorni del G8 e l’indignazione è stata alta. Ma c’è chi non si è indignato affatto e così la morte di quel ragazzo a piazza Alimonta – ancora una volta la piazza impotente testimone – se non è stata vana ed è sempre ingiusta una morte data, non è servita a molto, giacché da quel giorno, molte cose sono cambiate, ma in peggio.

Lo stato si è messo sulle difensive generando paura ogni volta che i giovani hanno manifestato per istanze legate al proprio futuro direttamente connesse a quelle del diritto allo studio, lo stesso che dovrebbe formare e non instillare o inculcare solo sapere. Ricordo una delle ultime manifestazioni, in cui i giovani diedero una lezione di vita agli adulti che hanno la pretesa di governare questo Paese partendo dal loro cattivo esempio e a noi adulti tutti: fu una protesta silenziosa, disarmata e disarmante. Tanto ci sarebbe ancora da dire, ma come tu stesso dici, fino a quando non saranno in molti a non provare sdegno, non ci sarà cambiamento o svolta. I complimenti sono meritati ed io sono solo una dilettante che si diletta a scrivere!!!

Su “Ode al mare”

Andrea Carraresi - Intendo anche complimentarmi con te per il racconto e le poesie che hai inserito in antologia. In particolare mi ha colpito "Ode al mare". E non credo sia soltanto perché io il mare lo amo davvero molto! Il motivo reale è che io penso che alla base della poesia moderna debbano esserci FORZA DELL'IMMAGINE e FORZA DEL SENTIMENTO, e la tua poesia è composta da una serie di immagini così nitide - tali e quali a quelle dei tuoi quadri - da suscitare e ricordare emozioni che si perdono nel tempo e che, nel contempo, sono l'espressione reale di tutta la nostra vita. Quegli scogli appuntiti che aspettano che l'onda si infranga su di loro mi sono apparsi come la metafora della mia vita attuale. E il cavallone che sembra accelerare la sua corsa mentre si avvicina alla vita è un'altra meravigliosa metafora che io, nella ratio che ti possiede quando scrivi un romanzo, ho tradotto: "E' incredibile la forza che dà sentirsi vicino alla meta".

La poesia è molto lunga, eppure riesce a mantenere un ritmo - o tono, chiamalo come vuoi - sempre elevatissimo.

Mi piacerebbe un giorno, se ce ne sarà l'occasione e tu lo vorrai, leggerla personalmente davanti ad un pubblico numeroso e competente. Perché sono sicuro che, se riuscirò a trasmettere nella lettura tutte le emozioni che ho provato, non potrà non apprezzarla come io l'ho apprezzata. Ti consiglio, se avrai ancora voglia di partecipare a qualche concorso di inviarla.

Ciao, un abbraccio

        Nicole Martini
Accelerando il suo rincorrere infinito…Bellissima…Grazie di cuore Gianni la conserverò gelosamente.

Su “Vita in città’”

        Anna Parodi
E viviamo in città corrotte, dove il suono della sirena nemmeno ci spaventa: presuntuoso sentire che quel dolore sia di altri. E ci siamo lasciati corrompere dall’abitudine che toglie commozione e spavento e forse, di fronte allo spettacolo della morte, proviamo solo il fastidio di sentirci pure noi mortali, ma un attimo dopo ci sentiamo onnipotenti. Ancora una volta hai toccato le corde del cuore e mi hai ricondotto a quel doloroso sentire che diventa monito a comprendere in me l’altrui dolore.

        Fabrizio Finetti
Realtà quotidiana che non è teatro ma palcoscenico di morte, dove le vittime non sono i protagonisti.

Protagonista è colui che in nome di esse si mette in evidenza.

Gianni, complimenti per la cruda ma bella poesia.

Su “Nel cielo il vento della Shoah”

        La Giuria del 2° Premio Di Poesia “L’arte In Versi”
Poesia sociale raffigurata sulla tela utilizzando l’ampio spettro delle tinte cromatiche (il blu, il grigio, il bianco e l’azzurro) la violenza delle azioni umane che dovranno essere ricordate a memoria perpetua per non incorrere in gravosi abomini.

Feriscono le vipere del male incarnate in quelle “spire verdastre di serpenti ariani”. Spetta al sole con la sua forza ed energia inclemente a chiudere questa raffigurazione amara di una umanità che ha combattuto contro se stessa, ma anch’esso è muto dal dolore: “Il sole continuava/ a battere indifferente”.

        Marisol Solimano
“Non scorderò le voci…” è doveroso ricordare per non dimenticare … Complimenti, caro Gianni, per aver saputo “tradurre” in versi tanto dolore. Lo hai fatto, in punta di piedi con la sensibilità che ti contraddistingue.

        Lalita BiancaLuna
 – “Tenda di velluto in attesa delle Spire verdastre di serpenti ariani” verso stupendo, musicale, incisiva descrizione, complimenti.

        Mary Ella Scardigno
Stupenda pur nella sua triste realtà.

        Maria Cardosi
Bellissima, struggente…per non dimenticare mai.

        Pinella Gambino
Profondissimi versi!

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